20 Novembre. Non li dimentichiamo di Carlo Casini

Il 20 novembre è una data che ricorda i bambini. Infatti il 20 novembre 1959 l’Assemblea delle Nazioni Unite emanò la Dichiarazione universale dei diritti del bambino e trenta anni dopo, il 20 novembre 1989, ha adottato la Convenzione sui diritti del bambino.

Quest’ultimo documento, la cui natura è vincolante per gli Stati che lo ratificano (in Italia ratificata con L. 176/1991) viene ogni anno in occasione della ricorrenza dell’anniversario ricordato e celebrato. Vengono ricordati tutti i bambini ma vi è una grave dimenticanza che riguarda i bambini non ancora nati, ovvero i più bambini di tutti. Eppure nella Convenzione è scritto che: «Il fanciullo, a causa delta sua immaturità fisica e intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione e di cure speciali compresa un’adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita».

In questo mese di novembre noi vogliamo ricordarli e lo facciamo con due scritti di Carlo Casini. Il primo è costituto da alcuni brani del libro scritto da Carlo Casini “Noi non li dimentichiamo. Viaggio tra i bambini non nati per celebrare la Convenzione sui diritti dell’infanzia. 20 novembre 1989” (Cantagalli 2012), recentemente riproposti dalla rivista online “Punto famiglia” (puntofamiglia.net); il secondo si intitola “Prima della nascita è sempre uno di noi” e ripropone un articolo pubblicato nella “Pagina Vita” di Avvenire il 2 novembre 2012. La nascita, insomma, non è l’inizio della vita ma una tappa di quella fase della vita che si chiama fanciullezza.

Massimo Magliocchetti

 

La definizione di “bambino” nella Convenzione sui diritti dell’infanzia

Si può chiamare “bambino” anche il figlio concepito ma non ancora nato?

La domanda e doverosa e la risposta e urgente nel momento in cui si celebra l’anniversario della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989.

La protezione dei bambini, che costituisce lo scopo costitutivo di molte istituzioni pubbliche e private, nazionali ed internazionali (si pensi, ad esempio, all’UNICEF) deve estendersi anche alla fase prenatale della vita umana? Si può dire che “embrione” e “feto” sono denominazioni usate per identificare alcune fasi della vita umana che resta comunque quella di una medesima entità chiamata uomo?

Embrione, feto, neonato, fanciullo, ragazzo, adolescente, giovane, adulto, anziano, vecchio sono nomi diversi di un unico individuo umano?

In tal caso i confini tra le varie stagioni della vita umana divengono flessibili. Di una persona anziana si può dire che e ancora un giovane e non si avverte alcuna difficolta a dire che un neonato e un bambino. Allo stesso modo possiamo considerare bambini anche i figli concepiti e non ancora nati?

La risposta non e importante soltanto dal punto di vista teorico. Da essa derivano anche conseguenze pratiche. Come risponde la Convenzione sui diritti dell’infanzia? L’art. 1 cosi definisce il bambino: «Ai sensi della presente Convenzione s’intende per fanciullo ogni essere umano in età inferiore ai diciotto anni, a meno che secondo le leggi del suo Stato, sua divenuto prima maggiorenne».

A prima lettura la norma stupisce per la qualificazione di “bambino” (“enfant” nel testo francese, “child” in quello inglese) di un giovane di 18 anni. Ma evidentemente il testo vuole che le sue regole protettive riguardino tutti i minorenni. Merita invece particolare riflessione il fatto che l’inizio dell’infanzia (o – se si vuole – della minore età) non viene identificato nella nascita. […].

Il Trattato sottoscritto nel 1989 nel nono punto della sua motivazione (“Preambolo” nel linguaggio giuridico internazionale) recita: «tenuto presente che, come indicato nella Dichiarazione dei diritti del fanciullo adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1959, il fanciullo, a causa della sua immaturità fisica e intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione e di cure speciali compresa un’adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita».

È evidente, di conseguenza, che all’art. 1 non era possibile considerare bambino solamente il già nato. Lo sguardo e gettato oltre e prima della nascita. Il bambino è bambino anche nella fase prenatale. L’unica condizione e la qualità di “essere umano”. D’altra parte a chi e chiamato “bambino” non può essere negata la qualità di “essere umano”. […].

 

Il concepimento: cesura tra il nulla e l’esserci

La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia chiamando bambino anche il non ancora nato getta lo sguardo che riconosce l’uomo oltre la nascita. Ma se la nascita non è una cesura qual e l’altra cesura che arresta lo sguardo che riconosce l’uomo? […]. Che tipo di cesura e il concepimento? E il confine più estremo oltre il quale nessun altro confine e pensabile. E il confine tra il nulla e l’esistenza. Lo sguardo oltre la nascita giunge a queste estreme colonne d’Ercole.

C’è per tutti un cominciamento.

Nell’inevitabile forma di “figlio” il nulla diviene qualcuno che prima non c’era. Atto di creazione, dunque.

Anzi, si direbbe, nel concepimento di un uomo si concentra il mistero dell’intera creazione. Le teorie dell’evoluzione sembrano confermarlo: dalla materia minerale a quella vegetale a quella animale, tutto tende all’uomo come fine dell’immenso spazio e dell’immenso tempo. Se intelligenza, coscienza, libertà, capacita di amare, costituiscono la pienezza dell’essere, la creazione vera non e avvenuta nel “Big Bang” di 13 miliardi e 800 milioni di anni fa, ma avviene ad ogni concepimento. Ed avviene, mirabilmente, nella forma di un punto che si espande e cresce e si organizza e stupisce per la sua complessità, esattamente come quel punto che 13 miliardi e 800 milioni di anni fa sembrava cosa assai prossima al nulla per la forma e le dimensioni, ma conteneva tutta l’energia dell’universo. Altrettanto mirabilmente nella prima cellula diploide si concentra tutta la storia dei padri e dei padri dei padri, delle madri e delle madri delle madri: la loro eredità genetica e ciò che furono e dove vissero e cosa facevano. Tutto ha lasciato traccia nei cromosomi. E tutto si concentra in un punto carico di energia espansiva mirabilmente finalizzata: la novità assoluta di un nuovo uomo. La visione religiosa aiuta ancora di più a contemplare. Solo Dio è l’assoluto nell’essere e il nome di Dio e Amore. L’essere si identifica con l’Amore. Solo l’uomo è capace di amare ed e parola d’amore. Anche per questo egli, con il suo inizio, costituisce la pienezza del passaggio dal niente all’essere, cioè la creazione in atto.

 

Chi fa appello al diritto?

Cosi la domanda che inizialmente abbiamo posto («si può chiamare bambino anche il figlio concepito ma non ancora nato?») apre una finestra su un orizzonte estremamente vasto. È la particolare fragilità del bambino che giustifica ed esige una particolare solidarietà della società tutta intera. E una società e tale se e ordinata dal diritto: “Ubi societas ibi ius, ubi ius ibi societas”. La Convenzione del 1989 ha lo scopo di trasferire i diritti umani universali sul terreno del diritto positivo e nello specifico ambito dei diritti di una particolare categoria di soggetti: i fanciulli, i più bisognosi di protezione anche giuridica tra gli uomini. Non a caso l’art. 3 richiede che «In tutte le decisioni riguardanti i fanciulli che scaturiscono da istituzioni di assistenza sociale private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve costituire oggetto di primaria considerazione». Nella precedente Dichiarazione del 1959 era scritto «L’umanità ha il dovere di dare al fanciullo il meglio di sé stessa».

Cosi sull’orizzonte appare il concetto stesso di diritto. Chi fa appello al diritto?

Chi non può difendersi da solo, chi ha bisogno di una forza supplementare, chi e oppresso e subisce ingiustizia, chi e debole. Ultimamente il diritto e la forza dei deboli. I forti, gli autorevoli, possono difendersi da soli; se sono giusti possono far valere la giustizia da soli. I piccoli, no. Hanno bisogno del diritto per difendersi dalle ingiustizie dei forti e degli autorevoli. […].

Chi è più debole e povero di lui? Chi più di lui facile vittima dell’oppressione? Il carattere estremo della sua povertà e determinato dalla sua non visibilità. Solo la ragione e la scienza e la tecnica che ne sono figlie lo rendono visibile. Ma la ragione individuale spesso vacilla, più spesso ancora si adatta alle esigenze di ciò che è utile ai più forti e ai più autorevoli. Egli ha bisogno di essere reso visibile da quella razionalità collettiva a difesa dei deboli che è il diritto.

 

Il principio di non discriminazione: contrassegno della modernità

Spesso il diritto e servito proprio ad esigenze opposte a quella della giustizia, fino all’estremo di essere usato per togliere visibilità giuridica a intere categorie di esseri umani, riducendoli a oggetti. Gli esempi sono molti: dalla schiavitù all’olocausto nazista.

Ma nel crogiuolo della storia, attraverso contraddizioni e ricadute, una inquietudine e due forze hanno sospinto il diritto verso una sua purificazione, almeno concettuale, certo non ancora realizzata del tutto, né in sede teorica né, soprattutto, nella attuazione pratica. […]. Le due forze sono quelle che, di volta in volta, un po’ balbettando, un po’ a tentoni, ma alla fine nella chiarezza della modernissima Carta dei diritti dell’uomo, hanno tentato di dare una risposta a quella inquietudine: l’idea di eguaglianza e l’idea di dignità umana. Nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10/12/48, cento volte ripetuta in altri atti internazionali e costituzioni nazionali, e proclamato che il fondamento della giustizia consiste nel riconoscimento della dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana e dei suoi uguali ed inalienabili diritti. Se ne deduce che la legge e diversa dal comando del più forte e lo Stato e diverso da un’associazione a delinquere, se in radice viene riconosciuta l’eguaglianza di tutti gli esseri umani a causa della loro uguale dignità.

Perciò il diritto moderno, per essere moderno e conforme alla dottrina dei diritti umani, esige la coincidenza tra il concetto naturalistico e quello giuridico di essere umano.

In altri termini il diritto deve accettare i dati che gli provengono dalla scienza e deve calarli nell’esperienza giuridica in modo da applicare senza alcuna eccezione o discriminazione il principio di eguaglianza. L’idea di dignità umana come fonte dell’eguaglianza e dei diritti fondamentali meriterebbe ben altri approfondimenti. La Dichiarazione del 1948 non la definisce e non ne indica l’origine. La postula sulla base dell’esperienza storica: ogni volta che la dignità di ogni singolo essere umano è stata calpestata, la storia e divenuta insanguinata tragedia. Perciò l’intuizione e che essa sia la base della pace e della libertà, oltreché della giustizia. È un’intuizione assolutamente laica che ha sapore misteriosamente religioso. Può non piacere ma e cosi. È misterioso il perché si osi affermare che il Presidente della Repubblica e uguale, in dignità umana, all’ultimo malato di mente, all’ultimo barbone. Ma senza l’accettazione di questo mistero, affermato oltre l’apparenza di ciò che i sensi toccano o vedono, non c’è diritto che non sia a rischio permanente di essere violenza e arroganza del più forte.

Allora, se possiamo chiamare “bambino” anche il concepito non ancora nato, nella celebrazione della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia dobbiamo parlare anche del diritto alla vita del concepito, che viene oppresso innumerevoli volte in ogni parte del mondo.

 

La sfida estrema

La discussione sui diritti dell’embrione e cominciata con la legalizzazione dell’aborto. […]. Poi è venuta la procreazione artificiale umana. […]. Infine, la possibilità di avere a disposizione molti embrioni in provetta ha fatto immaginare la possibilità di ricavare da essi in grande abbondanza cellule staminali totipotenti. […]. Tuttavia la questione proposta dalla sperimentazione embrionale a fini terapeutici è terribile: si può distruggere un gran numero di embrioni per tentare di guarire devastanti malattie dei già nati altrimenti non curabili?

Se l’embrione non è un essere umano, provocarne la morte nella fase iniziale della sua esistenza appare non soltanto un comportamento tollerabile (come l’aborto) o da incoraggiare e lodare (come nel caso della fecondazione artificiale in vitro), ma, addirittura obbligatorio giuridicamente e moralmente. La sfida è estrema. Tutto dipende dal giudizio che viene formulato sull’embrione: può essere qualificato bambino perché uno di noi, un soggetto? A ben guardare la questione è questa sola ed è decisiva. Tutto il resto è secondario. […]. La questione è serissima.

Si tratta di scegliere tra il personalismo e l’utilitarismo. Vale la pena di insistere sul principio di uguale dignità di ogni essere umano (e quindi su quello che il fine non giustifica i mezzi) oppure è meglio chiudere gli occhi, invertire la marcia della storia, auto-ingannarci cambiando il senso delle parole, insomma, far prevalere l’utile? […].

 

Bambino perché essere umano

La condizione per poter chiamare “bambino” il non ancora nato è – dunque – che egli sia un “essere umano”. La Convenzione sui diritti del fanciullo è diritto positivo e solo questo richiede. Anzi, essa stessa, chiamando “bambino” anche il non ancora nato lo riconosce, evidentemente, come “essere umano”.

Ma l’ultimo argomento contro la vita e quello del pluralismo. […].

Quale e il contributo specifico del diritto di fronte a questa obiezione?

– In primo luogo esso, in quanto razionalità collettiva, esige razionalità. Non può porre le conseguenze prima dei presupposti. Ogni interpretazione di una norma individua prima di tutto il bene protetto. Non è possibile stabilire cosa si può fare e cosa non si può fare, riguardo all’embrione, se prima non decidiamo cosa è l’embrione. Perciò la definizione dello statuto giuridico del non ancora nato è la priorità, ad esempio, nella disciplina della fecondazione artificiale umana.

– Il diritto e quella “guisa” o categoria del pensare (in senso kantiano) per cui la realtà è vista in termini di rapporti tra soggetti in ordine ad oggetti. Il soggetto per eccellenza è l’uomo. La giustizia è “hominis ad hominem

proportio” (Dante); “iustitiae proprium est inter alias virtutes ut ordinet homines in his quae sunt ad alterum” (S. Tommaso). Perciò la “summa divisio” è tra soggetti e oggetti. Non può esistere una categoria intermedia, a meno di non rinunciare al valore dell’eguaglianza, costruendo la categoria del “mezzo-uomo” o del “qualche-cosa-più-della-cosa”.

– La distinzione tra oggetti e soggetti non può essere evitata affidandosi all’idea di una tutela giuridica “oggettiva”. Non basta dire che l’embrione deve essere tutelato giuridicamente. Non basta, perché anche le cose talora meritano una tutela. Cosi avviene per il patrimonio artistico, per l’ambiente, per gli animali. Ma nessuno e autorizzato a dedurne che un quadro di Leonardo o un fiume hanno dei diritti soggettivi. D’altronde e assai diversa la tutela di un oggetto (che e sempre fatta in vista dell’interesse dei soggetti: è dunque una tutela strumentale o mediata) dalla tutela di un soggetto (che e realizzata in vista del suo diritto soggettivo e dunque è una tutela autonoma e finale). Questo non è un rilievo accademico. Quando un attentato all’Accademia dei Georgofili a Firenze, distrusse alcune opere d’arte degli Uffizi ed uccise alcuni cittadini, fu giustamente detto che la distruzione di tutte le opere d’arte del mondo non è cosi grave come l’uccisione di un solo uomo.

Il diritto è diverso dalla filosofia e dalla scienza naturale. […]. Esso, per sua natura, è “guida all’azione”. Non un’azione da compiersi solo quando il dubbio potrà essere dissolto, ma da realizzarsi domani, oggi, subito.

Abbiamo già detto che se il diritto non vuole essere identificato con la forza, esso deve porsi come la forza del debole.

La vita umana è, dunque, la sua stessa ragione. La vita che si organizza e che protegge sé stessa. Il dubbio sulla vita non può essere risolto dal diritto che a favore della vita. […].

In conclusione: l’appello al diritto resta credibile anche di fronte alla pretesa del dubbio.

Anzi, di fronte al dubbio il diritto offre un proprio contributo di razionalità e chiarezza a favore del concepito.

 

Essere umano, cioè persona

Ma, come e noto, anche quando non si nega più l’umanità del concepito si tenta di dimenticarne il valore introducendo la distinzione tra “essere umano” e “persona”. Solo la seconda sarebbe il valore centrale dell’ordinamento giuridico e come tale il vero soggetto titolare di diritti, introdotto nell’esperienza giuridica come fine e mai come mezzo.

La distinzione respinge il non ancora nato fuori della società degli uomini e ne consente l’uso e la distruzione, se necessario od opportuno, a servizio di coloro che stanno dentro la città degli uomini, coloro che sono persone.

Eppure se egli appartiene alla categoria dei bambini dovrebbe avere una particolare protezione giuridica (punto 9 del preambolo della Convenzione), dovrebbe godere di un primato rispetto agli adulti (art. 3 della Convenzione) e l’umanità avrebbe il dovere di dargli il meglio di sé stessa (Dichiarazione del 1959).

La distinzione tra essere umano e persona non è forse un modo di determinare la più perversa delle discriminazioni sull’uomo, la

radicale negazione del principio di eguaglianza?

Persona è l’altro nome dell’uomo oppure si può lasciare alla filosofia il compito di definirne a sua piacimento il concetto?

L’eguaglianza (o non discriminazione) è una grande conquista del diritto moderno. Tutti gli uomini sono uguali in dignità e diritti, senza distinzione di lingua, di razza, di religione, di ricchezza, di salute, di età, di bellezza etc. Purtroppo questa regola, scritta all’inizio di tutte le Costituzioni, in linea di fatto non sempre viene attuata. Ma dal punto di vista del pensiero ben pochi osano negarla. Non sempre è stato cosi. Per rendersene conto basta pensare all’istituto della schiavitù giuridicamente legittimata, cioè voluta dalla legge e perciò considerata giusta. […].

Ancora oggi, come già avvenuto riguardo agli schiavi, si tenta di giustificare la discriminazione introducendo la distinzione tra l’essere umano, e la persona. Il concepito – si dice – è un essere umano, ma non è una persona. Non tutti gli uomini sarebbero persone. Quelli che non lo sono avrebbero una dignità minore, un diritto di vivere limitato, se non addirittura annullato, comunque subordinato ai diritti di coloro che possono essere qualificati “persone”.

In tal modo viene distrutto il principio di eguaglianza, che deve essere affermato con riferimento a tutti gli esseri umani. Tutto dipende dalla definizione di “persona”. Se uno definisce “persona” soltanto l’uomo che ha raggiunto un certo grado di intelligenza, che la coscienza di sé, che può avere una relazione con altri, può ben dire che i concepiti non ancora nati non sono persone, ma allora dovrebbe negare la qualità di persone anche ad altre categorie di uomini, quanto meno ai bambini già nati molto piccoli, ai malati in coma, a quelli sotto anestesia, ai pazzi totali.

La verità e che l’operazione semantica e culturale che distingue tra l’uomo e la persona è totalmente inaccettabile.

La parola persona ha la funzione di manifestare una distinzione in termini di valore tra l’essere umano e tutto il resto del creato. Ogni essere umano, in quanto individuo vivente appartenente alla specie umana, è “persona”, perché è diverso da qualsiasi altra entità vivente o inanimata. In questo senso non si può assolutamente negare la qualità di persona a determinate categorie di uomini. Non si può dire un essere umano che non sia persona. Altrimenti la parola che più di ogni altra esprime la grandezza dell’uomo verrebbe ad essere usata in una perversa funzione discriminatoria. Essa non distinguerebbe più l’uomo dal resto del creato, ma discriminerebbe l’uomo dall’uomo. In definitiva il principio di eguaglianza per essere vero deve essere applicato ad ogni uomo e perciò ogni uomo deve essere chiamato “persona”. […].

 

Testimonianze di madri

Le testimonianze di scienziati, giuristi, filosofi e bioeticisti a favore della tesi che i concepiti non ancora nati possono essere chiamati e sono “bambini” sono autorevoli. Ma ci sono testimonianze ancora più autorevoli.

Chi sostiene che l’embrione è un “grumo di cellule”, un “ricciolo di carne”, un “tessuto biologico”, o, al massimo, un “progetto di vita” o una “vita potenziale” o una “dimensione del non essere del nascituro”, oppure – in una estrema difesa della sua secondaria importanza – “un essere umano ma non una persona”, dovrebbe ascoltare la voce delle madri eroiche che hanno donato la loro vita per salvare quella del loro del loro “bambino”. Dovrebbe, anzi, meditare sul significato probatorio dell’ammirazione che tutti i consociati rivolgono a queste madri.

Fortunatamente il progresso della medicina ha reso oggi, almeno nei paesi progrediti, quasi impossibile la morte per parto. Ma ci sono ancora donne per le quali la scoperta della gravidanza insieme ad una loro malattia pone l’alternativa tra la loro vita e quella del concepito. La loro scelta eroica testimonia a favore dell’esistenza nel loro seno non certo di un “grumo di cellule”, ma di un bambino al quale esse danno un nome ancora prima di partorirlo. E l’ammirazione universale che le circonda conferma la loro testimonianza. Perché se esse avessero abbandonato altri figli già nati, marito o compagno, familiari, per un “grumo di sangue” non sarebbero un modello di coraggio, ma folli da additare alla pubblica riprovazione. […].

Esse sono circondate da una testimonianza universale a favore dell’appellativo di “bambino” rivolto al concepito. Infatti, nessuno, proprio nessuno, si alza ad accusare queste donne di pazzia. Non e coraggioso un gesto privo di senso. Per essere vero il coraggio deve essere sostenuto da una ferma convinzione che corrisponde ad una solida verità e, se il dono è quello della vita, deve essere animato da un valore di uguale peso. Nessuno ha detto che Maria Cristina, Stefania, Tonia, Antonia, Roberta, Rita, Chiara sono state malate di mente o stupide bigotte.

Anche i più estremisti sostenitori del “grumo di cellule” sono rimasti in stupito e ammirante silenzio.

Questa volta il silenzio, generalmente imposto a chi cerca di dimostrare la vita, testimonia per la vita. Non la vita in genere, ma quella di un bambino salvato da coraggio di una madre: di Riccardo, Nissael, Sofia, Emanuele, Federico, Francesco.

 

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