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Bambini mancanti o mancati? Parla il prof. Blangiardo dell’Università Bicocca.

L’allarme per l’inverno demografico occupa da tempo le pagine dei principali giornali. Una preoccupazione che dal mondo accademico fatica, però a raggiungere il mondo politico che tarda a formulare risposte efficaci. cosa sta succedendo e cosa significa per il nostro Paese? La situazione diviene paradossale accostando alle cifre ISTAT sui bambini mancanti, quelle sui bambini mancati, cioè i dati sull’aborto forniti dal Ministero della Salute. Abbiamo approfondito il tema con il prof. Gian Carlo Blangiardo, ordinario di Demografia all’Università di Milano Bicocca.

Blangiardo
prof. Gian Carlo Blangiardo, ordinario di Demografia all’Università di Milano Bicocca.

 

Prof. Blangiardo, da più parti nel mondo si sono sollevati allarmi sull’inverno demografico. Dopo anni di ricette neo-malthusiane per il controllo delle nascite attraverso sterilizzazione, contraccezione e aborto, ora il consenso internazionale è realmente cambiato?  È un allarme che vale per i soli paesi avanzati?

 

Gli allarmi relativi alla bomba demografica risalivano alla fine degli anni ’60 e ’70 in cui c’era una differente dinamica demografica: la popolazione mondiale all’epoca era la metà di quella attuale e c’era la preoccupazione, dovuta al rapido incremento della popolazione, che le risorse potessero essere insufficienti per sostenere questa crescita demografica. L’esperienza dei cinquant’anni appena trascorsi ha dimostrato che la “bomba” non è scoppiata, ma si è anzi sostanzialmente spenta. Di conseguenza gli allarmi a livello internazionale sono largamente rientrati: quasi tutte le popolazioni sulla Terra hanno rallentato la propria crescita demografica anche l’Africa, nonostante rimanga ancora problematica.

È venuta meno l’esigenza di insistere su quello che era chiamato il “Piano d’azione mondiale della popolazione”, e dunque di continuare il percorso delle Conferenze decennali sulla popolazione a partire da quella di Bucarest nel 1974, Città del Messico nel 1984, l’ultima quella de Il Cairo nel 1994. Già negli ultimi tempi, alla conferenza de Il Cairo, per esempio, il problema demografico a livello planetario veniva presentato anche con toni diversi: non come un problema di crescita, piuttosto come un problema di qualità della popolazione, di forte invecchiamento e di tutte le problematiche conseguenti per i Paesi avanzati, per l’Europa in particolar modo. Le prime avvisaglie di quello che oggi chiamiamo inverno demografico erano già presenti nelle discussioni di venticinque anni fa sulla crescita della popolazione.

Il problema dell’inverno demografico esiste da tempo. Almeno da quando il mondo ha visto una crescita a due velocità: da una parte una popolazione vivace e dinamica, dall’altra una popolazione in affanno. Questa è la realtà del nostro tempo. La popolazione del pianeta si sta stabilizzando, in particolare quella dei Paesi economicamente più evoluti va progressivamente regredendo.

 

Andamento demografico della popolazione italiana dal 1862 al 2015. Dati Istat. Elaborazione Univ. Bicocca.
Andamento demografico della popolazione italiana dal 1862 al 2015. Dati Istat. Elaborazione Univ. Bicocca.

 

– La situazione italiana può essere descritta come inverno demografico? Quali sono le cifre più preoccupanti a riguardo? Quali i pericoli per la tenuta economica e sociale in Italia?

 

L’Italia è un Paese tristemente all’avanguardia per quanto riguarda l’inverno demografico. Gli ultimi dati del 2015 mettono in evidenza come l’Italia sia riuscita a battere dei record impensabili in un periodo di pace: la popolazione italiana nel 2015 ha avuto il più basso valore di nascite nella sua storia, 486.000, un dato così basso non è stato registrato neanche durante le due guerre mondiali. Non solo, abbiamo avuto anche un saldo naturale, cioè la differenza tra nati e morti negativo per ben 162.000 unità, più morti che nati: anche questo è un primato, per vedere valori simili occorre tornare indietro al 1918, con un conflitto mondiale e una epidemia di influenza spagnola dilagante. Anche la situazione della crescita complessiva vede un dato negativo: si ha una diminuzione, nel 2015, di 130.000 abitanti, anche questo non accadeva dal 1918.

I dati restituiscono una situazione problematica per quanto riguarda sia le dinamiche presenti che le prospettive future. A questo occorre aggiungere che, proprio per il prolungato abbassamento della natalità, non sufficientemente compensato dai flussi migratori, la popolazione italiana vive e vivrà sempre più un processo di invecchiamento. Avremo una componente anziana esposta alle conseguenze che questo squilibrio ha a livello di welfare e a livello sanitario: grossi problemi di sostenibilità del sistema pensionistico e della spesa pubblica.

Siamo ad un punto avanzato di questo processo. Non a caso nel mondo i Paesi con il maggior livello di invecchiamento della popolazione sono il Giappone, l’Italia e la Germania.

 

  – Come legge questi dati alla luce delle cifre sull’aborto contenute nella relazione del Ministero della Salute che parla di circa 103.000 aborti nel 2013 e 98.000 (dato provvisorio) nel 2014: c’è un problema di bambini mancanti o di bambini mancati?

 

Possiamo dire che se si aggiunge ai 486.000 bambini nati del 2015, un numero indicativo di 100.000 bambini, noi avremmo circa 586.000 bambini, un dato questo che ancora non raggiunge quello di un Paese vicino come la Francia, che ha certamente meno problemi di ordine demografico rispetto all’Italia, ma almeno lo avvicina.

Il fenomeno dei non nati sottrae al Paese risorse importanti: le motivazioni e i mezzi con cui evitare questa perdita sono svariati. Resta fermo che si tratta di un elemento da prendere seriamente in considerazione, perché stiamo parlando di una risorsa umana mancante proprio nel momento in cui questa risorsa diviene più scarsa. Anche conteggiando tutti i bambini non nati il saldo naturale italiano resterebbe negativo, ma certamente avrebbe una dimensione meno critica e ne rederebbe la gestione più semplice.

 

 – Esiste una ricetta, dal punto di vista della demografia, per uscire dallo stallo che attraversiamo? Possiamo contare sui migranti o dovremmo ricominciare dalle famiglie italiane? Oppure da una società autenticamente disponibile ad accogliere la vita nascente?

 

Per prima cosa dobbiamo sfatare il mito che vede nell’immigrazione una soluzione automatica. L’immigrazione fornisce un contributo importante, ma non risolutivo. Il numero dei nati della popolazione immigrata in Italia è andato diminuendo, chiaro segno che anche le famiglie di stranieri hanno subito gli effetti della crisi economica al pari, se non addirittura in modo maggiore, delle famiglie italiane. Il vero punto di intervento su cui agire non può che essere la famiglia. Abbiamo bisogno di mettere le famiglia nelle condizioni di svolgere il loro ruolo primario: la formazione del capitale umano del Paese. Le famiglie sono state per troppo tempo lasciate a se stesse, pensando che le nascite fossero un fatto privato, quando invece esse costituiscono una risorsa pubblica. Le famiglie di conseguenza hanno reagito in modo difensivo, limitandosi ad avere solo il primo figlio, difficilmente un secondo, quasi mai il terzo. Ciò ha naturalmente creato lo squilibrio nei conti a cui assistiamo oggi.

La ricetta è un piano per la famiglia, che per altro da tempo è invocato, ed esiste già nei cassetti del Governo, capace di affrontare gli aspetti economici, la conciliazione maternità-lavoro, la cura dei figli (asili nido, ecc.). Occorre attenzione per il ruolo procreativo della famiglia e la sua giusta gratificazione sociale. Se si attuassero queste iniziative probabilmente l’Italia potrebbe recuperare una buona parte dei nati mancanti e contenere le preoccupanti dinamiche dell’inverno demografico.

Tony Persico.