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Donne e uomini per la vita: il “Premio Madre Teresa” a Jerome Lejeune

Strasburgo, emiciclo del Consiglio d’Europa, il 17 dicembre 2008, 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, viene assegnato il premio alla memoria del prof. Jerome Lejeune, fondatore della genetica moderna.

La prima assegnazione del Premio europeo per la vita “Madre Teresa di Calcutta” è stata contrassegnata da una particolare intensità culturale. È stata inserita all’interno di una riflessione sulla dignità umana, cominciata a Dachau, simbolo della notte d’Europa, da cui il continente ha sperato di risorgere con la luce della dignità umana. Cento giovani, all’interno del campo di sterminio di Dachau hanno meditato sull’ “uguaglianza di ogni essere umano” e sulle parole della Dichiarazione universale del 1948 secondo cui “il disprezzo dei diritti umani ha portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità”.

Il giorno dopo, a Strasburgo, i rappresentanti di 14 Movimenti per la Vita d’Europa hanno organizzato la conclusione di una petizione “per la vita e la dignità dell’uomo”. Il successivo 17 dicembre nell’emiciclo del Consiglio d’Europa, la consegna del premio alla consorte del Professor Lejeune, signora Berthe, da parte del card. Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, è stata preceduta da un seminario di approfondimento sull’inizio della vita umana e sulla cosiddetta sindrome di Down.

Lejeune nel ricordo della figlia Karin: << Il suo sguardo sugli altri ha cambiato la sua vita. Giovane studente di medicina egli intendeva essere medico di campagna, ma incontrò per strada una donna accompagnata dal suo bambino trisonomico. I passanti volgevano altrove il loro sguardo, altri cambiavano il percorso per timore di essere contagiati. Così nacque la sua vocazione. Egli diverrà un ricercatore. Bisogna dire che allora si pensava che questa malattia colpisse donne di malaffare e d’altronde i primi fondi per la ricerca su questo handicap erano destinati inizialmente a trattare la sifilide.
Subito affascinato dall’enigma che proponeva il mongolismo e opponendosi alla spiegazione di degenerazione razziale avanzata da Down nel 1866, egli accertò un collegamento tra i segni che appaiono nel palmo delle mani e i caratteri fisici e psichici dell’individuo. Nell’agosto 1958 egli scoprì su uno dei suoi pazienti l’esistenza di un cromosoma in più, cioè di 47 cromosomi, invece di 46. Tale scoperta rivestiva un’importanza grande perché metteva in luce la prima malattia dovuta ad una aberrazione cromosomica. Tale scoperta ha aperto la strada alla genetica moderna.
Ne seguirono altre scoperte: come la trisomia 13 e la malattia del gatto. Nel 1963 quando egli aveva soltanto 37 anni la sua fama divenne internazionale. Dalle mani del Presidente degli Stati Uniti, egli ricevette il premio Kennedy e il prestigioso William Allen Memorial. Nel 1964 fu creata per lui la prima cattedra di genetica fondamentale presso la Facoltà di medicina di Parigi. Ma questi onori non lo distolsero dalla sua vera vocazione. All’ospedale Necker egli ha curato più di 8.000 pazienti venuti da tutto il mondo che egli conosceva tutti per nome. Molti dei suoi pazienti e delle loro famiglie ricordano la sua disponibilità e il conforto che egli dava loro di fronte alle avversità.

“muoio in servizio. Non posso andare lontano nella mia vita. Bisognerebbe difendere gli embrioni che saranno attaccati ma io non ho più respiro”. Jerome Lejeune.

La sua scoperta sulla trisomia 21 indicava un cammino verso la speranza di una prospettiva terapeutica, ma d’improvviso la vita di mio padre e quella di mia madre che stava sempre al suo fianco, cominciò a incontrare ostacoli. La sua scoperta stava per essere utilizzata contro le sue prospettive. La campagna per l’aborto giungeva all’apice e in primo luogo si dirigeva contro i bambini trisonomici più facilmente identificabili con l’amniocentesi. Egli ci disse allora: “io sono obbligato a prendere pubblicamente la parola per difendere i nostri malati. Si sta per utilizzare la nostra scoperta per sopprimerli. Se io non li difendo, li tradisco, io rinuncio a quello che io sono divenuto di fatto: il loro avvocato naturale. La medicina è a servizio dei malati.

È assolutamente impensabile uccidere con una mano e curare con l’altra. La medicina da molto tempo lotta contro la malattia e contro la morte, per la salute e per la vita. Anche quando la natura condanna il dovere del medico non è quello di eseguire la sentenza, ma di tentare in tutti i modi di evitare la pena.

In un congresso negli Stati Uniti egli difese pubblicamente i suoi piccoli malati e la sera stessa scrisse a mia madre: “questa sera ho perso il premio Nobel”. Nel 1994 il suo amico Papa Giovanni Paolo II lo nominò primo Presidente dell’Accademia Pontificia per la Vita, della quale Madre Teresa era presidente onoraria. Sapendo di essere prossimo alla morte egli disse: “muoio in servizio. Non posso andare lontano nella mia vita. Bisognerebbe difendere gli embrioni che saranno attaccati ma io non ho più respiro”. Ma contemporaneamente egli era fedele alla teoria del legionario: “se egli è caduto continua a combattere in ginocchio”. Oggi questa pagina continua ad essere scritta grazie ai medici e ai ricercatori della Fondazione e dell’Istituto Jerome Lejeune>>.

Carlo Casini

(A cura della Federazione Europea “Uno di noi”)