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14. 15. Perché nella seconda fase della iniziativa “Uno di noi” non viene richiesta l’adesione di tutti, ma solo degli appartenenti a determinate professioni? (20 domande per Uno di noi)

Firma la petizione a sostegno dell’Iniziativa Uno di Noi.

Trovi le schede cartacee sul sito italiano: www.unodinoi.org.

Oppure puoi firmare online sul sito: www.oneofusappeal.eu.

Di Carlo Casini, Presidente onorario MPV.

14) Perché nella seconda fase della iniziativa “Uno di noi” non viene richiesta l’adesione di tutti, ma solo degli appartenenti a determinate professioni? Con quale criterio sono state scelte queste categorie?

 

Un semplice duplicato della prima fase della iniziativa non avrebbe avuto l’attenzione che può avere la testimonianza di un numero minore – purché significativo – di persone che riguardo alla vita nascente hanno particolare preparazione scientifica, culturale o verso di essa hanno una particolare responsabilità. Il criterio di scelta è stato quello della conoscenza e della responsabilità.

Coloro che hanno studiato medicina e che abitualmente sono messi in contatto con il mistero e la meraviglia della vita nascente possono meglio di altri testimoniare che è vero: il concepito anche prima di nascere è “uno di noi”. Sono i medici, i biologi, i ricercatori nel campo biologico e sanitario, ma anche le ostetriche, i farmacisti, gli infermieri. Essi hanno conoscenza ed anche responsabilità. Perché molto spesso la loro parola può spingere verso l’aborto eppure contribuisce a salvare una vita.

Grandi sono poi le responsabilità dei giuristi, in particolare dei giudici, che, ad ogni livello, nell’interpretare la legge possono tener conto oppure ignorare l’identità umana del concepito che lo rende “uno di noi”. Particolarmente gravi sono le responsabilità dei giudici che a livello nazionale (nelle Corti Costituzionali) e a livello sopranazionale (nella Corte Europea di Giustizia e nella Corte sui diritti dell’uomo) possono annullare le leggi o spingere potentemente verso una loro riforma. Ma i giudici non vivono e non pensano da soli: devono ascoltare il pensiero dei professori di diritto. Le decisioni che oggi i giudici sono chiamati a prendere in campi delicatissimi che toccano i diritti del figlio, fino alla sua vita e alla sua morte, sono il risultato di una cultura giuridica complessiva che è determinata dal pensiero di molti. Non solo giudici, ma anche avvocati e studiosi di diritto.

I giuristi, hanno responsabilità verso la vita, ma anche una conoscenza del diritto che non tutti hanno. Essi dovrebbero avvertire il collegamento tra diritto e giustizia e sanno che la modernità àncora la giustizia al rispetto dei diritti dell’uomo e che perciò il diritto non è il comando del più forte, ma la forza del più debole. Perciò la domanda fondamentale sull’identità dell’embrione li riguarda particolarmente: uomo o cosa? E se uomo non è forse il più debole? E se è più debole non è colui che ha più bisogno di esser protetto dalla forza del diritto?

Infine la seconda fase di “Uno di noi” si rivolge ai politici le cui responsabilità verso la vita nascente sono talmente evidenti da non aver bisogno di dimostrazione. I giuristi interpretano le leggi, ma i politici le fanno e le leggi non sono soltanto il frutto del dibattito parlamentare, ma anche delle stimolazioni che vengono dai partiti anche dai livelli più bassi dove si elabora il pensiero politico, come i consigli e i governi comunali e regionali. Ecco perché tutti i politici sono chiamati a riflettere sulle loro responsabilità. Purtroppo il tema del diritto a nascere è divenuto oggetto di programmi e identità partitiche, ma la domanda fondamentale posta dall’iniziativa “Uno di noi” interpella personalmente la coscienza e la responsabilità di ogni singolo “politico”. Santa Teresa di Calcutta, la Santa dei poveri, ha detto che la questione di riconoscere nel concepito il più povero dei poveri è questione anche politica, ma non partitica, perché precede ogni scelta politica. È questione semplicemente umana. Anche riguardo alla vita nascente i politici possono dividersi nella scelta degli strumenti ritenuti più efficaci per proteggerla nella complessità di un dato contesto culturale e nell’intersecarsi di vari diritti ed interessi. Ma su un punto non è possibile la divisione: il riconoscimento che anche il figlio non ancora nato è uno di noi. Se una meditazione di questo tipo potesse estendersi nell’ambito politico grandi sarebbero i vantaggi della politica stessa che recupererebbe la sua anima. In essa, purtroppo, molto spesso prevalgono interessi, egoismi, ideologie. Ma ultimamente la verità della politica consiste nel servizio al bene comune, cioè di tutti, proprio di tutti, perciò anche dei figli da poco concepiti. Il politico dovrebbe avere conoscenza di questo scopo essenziale della politica.

La conoscenza e la responsabilità spiegano perché i testi sottoposti alla adesione di operatori sanitari, giuristi e politici sono chiamati “testimonianze”. Prima che domande esse sono attestazioni. Le richieste sono conseguenti. È sperabile che le Istituzioni Europee siano costrette all’attenzione da testimonianze autorevoli, perché rese da persone che conoscono e che hanno responsabilità.

 

15) Se la Commissione ripetesse la sua precedente decisione, non risulterà inutile tutto il lavoro compiuto?

 

Abbiamo già sostenuto che non vi è altro modo di contrastare la “congiura contro la vita” la quale tenta di stendere una definitiva coltre di silenzio sul concepito, che quello di ripetere ovunque e sempre che l’uomo è sempre uomo fin dal suo primo comparire nell’esistenza, che è sempre uno di noi.

Ma, a parte questo obiettivo che comunque verrà realizzato, l’iniziativa è anche un concreto servizio alla vita nascente. È sicuro che un certo numero di bambini sono salvati dalla morte per il coraggio delle loro madri, del quale l’iniziativa uno di noi è un alleato che può essere decisivo.

Dobbiamo saper vedere e ammirare anche il bene. Ci sono migliaia e migliaia di giovani donne e di famiglie che in presenza di una gravidanza non cercata, non desiderata, magari decisamente non voluta e talora davvero carica di difficoltà, non pensano neppure alla soluzione dell’aborto, oppure la respingono quando valutano le diverse possibilità perché riconoscono che nella gravidanza, fin dal concepimento, compare nell’esistenza un figlio, cioè uno di noi.

In tante madri e padri e famiglie questa evidenza è offuscata dalla cultura dominante e diventa facile l’autoinganno. La testimonianza di coloro che conoscono ed hanno responsabilità, non solo non potrà essere ignorata dalle Istituzioni Europee, ma anche all’interno degli Stati – se conosciuta – può diradare la nebbia e risvegliare il coraggio e la generosità che sono innate nel cuore di ogni madre. Non conosceremo mai i dati numerici di questo effetto concreto, ma esso è sicuro, come dimostra l’esperienza dei colloqui intrattenuti nei Centri di aiuto alla vita con le madri in difficoltà e come dimostrano i casi episodicamente riferiti di vite umane che, ormai attaccate ad un filo, sono state salvate da una parola scritta o detta che ha trasformato quel filo in un robusto legame. Il Movimento per la vita italiano ha pubblicato fin dall’inizio della sua azione un piccolo fascicoletto che riporta belle immagini accompagnate da commenti veri e ben scritti: “La vita umana: prima meraviglia!”. Questo libretto è stato diffuso in milioni di copie e tradotto in tutte le lingue del mondo. Non sono poche le vite salvate dalla lettura di questa pubblicazione che ha risvegliato il coraggio. Se è vero quanto è stato scritto, che salvare una vita umana significa salvare il mondo intero, si può essere certi che il lavoro compiuto per avviare e realizzare l’iniziativa “Uno di noi” non è inutile.