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5. 6. 7. Perché la cultura moderna non riconosce la uguale dignità anche del figlio concepito? (20 domande per Uno di noi)

Firma la petizione a sostegno dell’Iniziativa Uno di Noi.

Trovi le schede cartacee sul sito italiano: www.unodinoi.org.

Oppure puoi firmare online sul sito: www.oneofusappeal.eu.

Di Carlo Casini, Presidente onorario MPV.

5) Perché la cultura moderna non riconosce la uguale dignità anche del figlio concepito non ancora nato, dell’embrione che si sviluppa nel seno materno e di quello che è generato in una provetta con le nuove tecniche di fecondazione artificiale?

Vi è una evidente contraddizione. L’ha indicata bene San Giovanni Paolo II nella enciclica “Evangelium vitae”, in un passaggio che è opportuno riportare integralmente: «Giunge ad una svolta dalle tragiche conseguenze un lungo processo storico, che dopo aver scoperto l’idea dei “diritti umani” — come diritti inerenti a ogni persona e precedenti ogni Costituzione e legislazione degli Stati — incorre oggi in una sorprendente contraddizione: proprio in un’epoca in cui si proclamano solennemente i diritti inviolabili della persona e si afferma pubblicamente il valore della vita, lo stesso diritto alla vita viene praticamente negato e conculcato, in particolare nei momenti più emblematici dell’esistenza, quali sono il nascere e il morire. Da un lato, le varie dichiarazioni dei diritti dell’uomo e le molteplici iniziative che ad esse si ispirano dicono l’affermarsi a livello mondiale di una sensibilità morale più attenta a riconoscere il valore e la dignità di ogni essere umano in quanto tale, senza alcuna distinzione di razza, nazionalità, religione, opinione politica, ceto sociale. Dall’altro lato, a queste nobili proclamazioni si contrappone purtroppo, nei fatti, una loro tragica negazione. Questa è ancora più sconcertante, anzi più scandalosa, proprio perché si realizza in una società che fa dell’affermazione e della tutela dei diritti umani il suo obiettivo principale e insieme il suo vanto».

Il perché di questa contraddizione è spiegato dalla visione utilitaristica di molti contemporanei. I comportamenti che distruggono l’uomo non ancora nato sono “utili”, sia perché sembrano risolvere le angosce e le difficoltà di una gravidanza non voluta, sia perché la selezione di molti embrioni consente la nascita di un bambino sano e soddisfa il desiderio di una donna ed un uomo che pretendono di avere un “diritto” al figlio. Inoltre, sperimentare su embrioni umani fa illudere alcuni ricercatori che sia possibile ricavarne scoperte scientifiche. Per questo si evita di rivolgere lo sguardo sul piccolissimo figlio appena concepito, tanto non parla, non protesta, non si vede. Tuttavia, questo rifiuto dello sguardo è in contrasto con la scienza e la razionalità. Ne deriva una inquietudine per la quale legislatori, giudici e scienziati preferiscono distogliere lo sguardo,  cioè non negare esplicitamente l’esistenza di un essere umano, ma comportarsi come se esso non ci fosse. Perciò l’iniziativa “Uno di noi” vorrebbe agganciare questa inquietudine per avviare un dialogo: “almeno guardiamo, almeno discutiamone”: questo è il suo messaggio profondo.

 

6) Come è possibile provare in modo semplice ed evidente questa “inquietudine”, per esempio nel campo medico-scientifico?

 

Gli esempi sono molti. Ne citeremo solo alcuni, particolarmente calzanti. Nel 1984 il governo britannico nominò una commissione di esperti per avere una valutazione sulla procreazione medicalmente assistita (P.M.A.). La commissione era presieduta da Lady Diana Warnock e da questa professoressa prese il nome. La P.M.A. era agli esordi e la “commissione Warnock” fu la prima in  Europa ad esprimere un parere tecnico-scientifico. Il capitolo 19 del rapporto finale si occupò della sperimentazione distruttiva. Ecco il testo «Poiché la temporalizzazione dei differenti stadi di sviluppo è critica, una volta che il processo dello sviluppo è iniziato, non c’è stadio particolare dello stesso che sia più importante di un altro; tutti sono parte di un processo continuo, e se ciascuno non si realizza normalmente nel tempo giusto e nella sequenza esatta, lo sviluppo ulteriore cessa. Perciò da un punto di vista biologico non si può identificare un singolo stadio nello sviluppo dell’embrione, prima del quale l’embrione in vitro non sia da mantenere in vita». Come si vede la commissione inglese dichiarava l’unicità dello sviluppo umano, ma alla fine prevalse lo scopo di «placare l’emozione pubblica», cioè di trovare un criterio che impedisse di riconoscere nell’embrione in provetta “uno di noi”. Fu così inventato il concetto di “pre-embrione”: il figlio concepito non sarebbe veramente figlio se non quando ha trovato casa, cibo e ossigeno impiantandosi nella mucosa interna dell’utero detta endometrio. Cioè 14 giorni dopo la fecondazione. La contraddizione è evidente: è come dire che si possono uccidere coloro che non hanno casa per il fatto che non hanno casa. Attualmente la teoria del “pre-embrione” è stata abbandonata. Quando nel 1996 fu redatta la Convenzione europea di bioetica (sottoscritta dai primi 20 Paesi del Consiglio d’Europa nel 1997 ad Oviedo in Spagna), il tentativo di introdurre il concetto di “pre-embrione” nell’art. 18, dove si regola la sperimentazione embrionale fu molto forte, ma fu respinto. La Convenzione sancisce l’abbandono della distinzione tra embrione e “pre-embrione”. Ma “l’inquietudine” traspare dalla norma che consente agli Stati di vietare ogni sperimentazione embrionale distruttiva e che tuttavia prescrive che, in tal caso, deve essere stabilita una protezione adeguata per gli embrioni. In cosa consiste l’adeguatezza non è detto: essa va misurata sull’identità umana del concepito, come sembra, m allora in base a quale principio se ne può consentire la distruzione?

Oggi, in molti testi, la teoria del “pre-embrione” è stata sostituita da una mutata definizione della gravidanza. Non più lo stato della donna che reca nel suo corpo un figlio dalla fecondazione al parto, ma la condizione femminile che comincia dall’impianto in utero del concepito. Così lo sguardo è distolto dal figlio e si concentra solo sulla donna. Tutte le uccisioni del concepito in provetta divengono insignificanti, perché non c’è interruzione di gravidanza. Lo sguardo viene rivolto esclusivamente sulla donna e non sul bambino. Ma interrompere la gravidanza non è di per se un problema etico. Anzi, a volte i medici provocano un parto prematuro per salvare la vita del bambino. Il vero problema etico è la vita del figlio anche se viene cambiata la definizione di gravidanza. Così i preparati chimici che impediscono l’impianto del concepito nella mucosa uterina possono essere chiamati contraccettivi e non abortivi, se non interrompono la gravidanza secondo la nuova definizione, formulata apposta per non rispondere alla domanda fondamentale: ma il concepito chi è? Una cosa o una persona, un soggetto o un oggetto, uno di noi o un grumo anonimo di cellule? Ecco il segno dell’inquietudine.

 

7) Nel campo giudiziario ci sono dei segni evidenti di questa inquietudine?

 

Sono moltissimi a livello nazionale, europeo e internazionale. Ma poiché l’iniziativa “Uno di noi” riguarda l’Europa, anche per dare risposte semplici, ci limitiamo ad osservare il panorama giuridico europeo. Basterebbe ricordare la recente decisione della Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) pronunciata il 27 agosto 2015 nel caso Parrillo contro Italia. La Sig.ra Parrillo prima che il compagno, giornalista, partisse per Nassiriya, in Afghanistan, al seguito di soldati italiani, aveva generato in provetta cinque embrioni con il seme di lui. Purtroppo il compagno è morto a causa di un attentato e dopo 10 anni la Signora Parrillo ha pensato che quei 5 embrioni conservati sotto azoto liquido in un ospedale di Roma potevano essere utili alla scienza. Ma la legge italiana 40/2004 proibisce la sperimentazione sugli embrioni umani. Perciò la Sig.ra Parrillo, madre dei cinque concepiti, si è rivolta al Tribunale di Strasburgo vantando il suo diritto di proprietà su di loro e il suo conseguente diritto di “donarli alla scienza”. La Corte Europea ha respinto il ricorso motivando che gli embrioni umani non sono “cose” e che quindi non possono essere oggetto di un diritto di proprietà. L’articolo della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali applicato dalla Corte è l’art. 8, dove si indicano le condizioni verificandosi le quali, gli Stati possono imporre limiti alla libertà personale. Tra queste condizioni vi sono i “diritti altrui”. Ben sette giudici su quindici, come risulta dalle loro dichiarazioni allegate, pur concordando con la decisione finale, avevano sostenuto la necessità logica di riconoscere nell’embrione “un altro”. Ma nella motivazione della sentenza si legge, che l’embrione “non è una cosa” e che non è necessario decidere se sia “un altro”. L’inquietudine è evidente. Per dare ragione alla Signora Parrillo la Corte avrebbe dovuto stabilire che l’embrione umano è un grumo di cellule, un tessuto biologico, una cosa, ma non ha avuto il coraggio di dire ciò che contrasta palesemente con la scienza. Peraltro non ha avuto neppure il coraggio di affermare che l’embrione è un individuo umano, cioè un “altro”. Ma se non è una cosa, che cosa è? Si può ammettere la categoria del “mezzo uomo”? Non sarebbe una violazione del tanto declamato principio di eguaglianza?

La sentenza ora ricordata è significativa perché manifesta l’atteggiamento di tutta la giurisprudenza della Corte Europea. Più volte ad essa è stato richiesto di intervenire sulle leggi nazionali in materia di aborto invocando o l’affermazione o la negazione del diritto alla vita del concepito. La Corte ha sempre risposto di non poter rispondere, perché quando nel 1950 fu firmata la Convenzione Europea sui diritti dell’Uomo il problema della legalizzazione dell’aborto non era tra le questioni da risolvere e nella proclamazione che “ciascuno ha diritto alla vita” non ci fu la riflessione sulla parola “ciascuno”: comprende o no anche il concepito? Nel silenzio gli Stati sono liberi di decidere come meglio credono. È questa un’altra prova dell’ “inquietudine” giurisprudenziale. Come si fa ad esigere il rispetto dei diritti dell’uomo se non sappiamo chi ne è il titolare, cioè chi è l’uomo? La dottrina dei diritti umani è stata elaborata dopo l’esperienza delle violenze e delle discriminazioni attuate per legge nella prima metà del secolo scorso, per porre un limite alle leggi scritte dagli Stati. Non è forse una contraddizione, un segno evidente di “inquietudine”, decidere che, poiché la legge scritta non ha pensato al concepito quando ha stabilito che tutti hanno diritto alla vita, allora gli Stati hanno il diritto di fare ciò che vogliono, sia in un senso che in quello opposto riguardo alla vita dei concepiti non ancora nati?