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9. 10. 11. Il silenzio e l’inquietudine non sono meglio di un “no” esplicito alla vita? (20 domande per Uno di noi)

Firma la petizione a sostegno dell’Iniziativa Uno di Noi.

Trovi le schede cartacee sul sito italiano: www.unodinoi.org.

Oppure puoi firmare online sul sito: www.oneofusappeal.eu.

Di Carlo Casini, Presidente onorario MPV.

 

9) “Agganciare l’inquietudine”, “stendere un ponte di razionalità verso l’inquietudine”: è un programma molto bello, che, però, suppone una visione ottimistica della situazione. Non vi è il rischio che la risposta alla domanda fondamentale sia quella negativa, quella che vede solo un insignificante grumo di cellule? Il silenzio e l’inquietudine non sono meglio di un “no” esplicito alla vita?

 

Il rischio esiste, ma è indispensabile affrontarlo perché – come già detto – la congiura contro la vita programma il “rifiuto dello  sguardo” per cambiare il modo di pensare di tutti senza affrontare la domanda fondamentale. Perciò per contrastare la “congiura” è essenziale “costringere allo sguardo”. La verità ha una forza di persuasione in se stessa e alla fine – questa è la nostra fiducia – vincerà, anche se occorre saper attendere, fare molte battaglie, non rassegnarsi mai. Questo atteggiamento di fiducia è ragionevole per tutti. I credenti, inoltre, traggono forza e speranza da tanti Santi che nel nostro tempo hanno presentato l’impegno per la vita nascente come un servizio a Dio. Penso a Santa Teresa di Calcutta, che qualificava il bambino non ancora nato come il più povero dei poveri; penso a San Giovanni Paolo II, gigante della vita, che ripeteva: «Non vi spaventi la difficoltà del compito! Spesso i grandi cambiamenti della storia sono stati determinati anche da solitari!». Penso anche ai molti che forse un giorno saranno elevati agli onori dell’altare, che hanno offerto un esempio di tenacia e coraggio nel servizio alla vita: da Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari, a Don Oreste Benzi, fondatore della Associazione Papa Giovanni XIII, a Don Zeno Saltini, fondatore di Nomadelfia, a Jerome Lejeune tanto solitario quanto potente difensore della vita nascente nella sua Francia e in tutto il mondo, a Giorgio La Pira, sindaco santo e promotore dell’incontro con tutti, ma che dichiarava frontiera intransitabile la difesa della vita nascente.

Va segnalato inoltre che l’iniziativa dei cittadini europei, oltre a perseguire obiettivi concreti immediatamente realizzabili, di cui parleremo, chiede alle Istituzioni Europee non di proclamare solennemente e formalmente che il concepito è uno di noi, ma di cessare ogni finanziamento europeo di attività (aborto e sperimentazione embrionale distruttiva) che implicano la uccisione volontaria di embrioni umani. Questo obiettivo sembra più facilmente ottenibile, perché il contributo economico offerto per finanziare la morte contrasta con la scelta europea di non prendere posizione sulla “domanda fondamentale” e di lasciare liberi gli Stati membri di comportarsi come crede la loro classe dirigente. Fornire denaro significa uscire fuori dalla neutralità. Il presupposto implicito del contributo finanziario è la condivisione delle azioni uccisive svolte da associazioni internazionali che in tutto il mondo promuovono l’aborto e delle imprese che svolgono sui concepiti sperimentazioni distruttive. Forse è possibile rimuovere questa scelta implicita sia perché la spesa è sostenuta da tutti i cittadini attraverso il sistema fiscale, sia perché la cessazione dei contributi europei di per sé non cambia i comportamenti pratici, ma elimina soltanto l’incoraggiamento europeo contro la vita nascente.

Bisogna aggiungere che nel Parlamento Europeo, i dibattiti sulla vita sono sempre mescolati con molte altre questioni serie e nelle quali spesso l’Europa compie azioni e scelte lodevoli: l’aiuto allo sviluppo del terzo mondo, la lotta contro la pena di morte, l’eguaglianza delle donne, l’accoglienza dei rifugiati, il traffico di droga e di armi. Diviene così difficile per il singolo parlamentare opporsi ad un documento vasto e complesso solo per il suo dissenso sul tema della vita. Una discussione che fosse incentrata esclusivamente sui denari forniti dall’Europa per sopprimere embrioni umani, soprattutto se corredata da dati precisi, potrebbe avere una soluzione diversa.

Questo chiedeva la prima fase della iniziativa dei cittadini europei “Uno di noi”, alla quale la Commissione Europea non ha voluto dare seguito.

 

10) Ma come sperare in un cambiamento di posizione della Commissione Europea per effetto della seconda fase della iniziativa, che – in definitiva – ha la veste giuridica della “petizione”, cioè di uno strumento meno importante della iniziativa dei cittadini?

 

Prima di tutto bisogna rendersi conto della estrema importanza della iniziativa dei cittadini europei. L’Europa è sempre stata accusata di avere strutture poco democratiche e negli ultimi tempi tanti commentatori hanno registrato un progressivo distacco dei cittadini dalla Unione Europea. Per porre rimedio a questo stato di cose l’ultimo Trattato che regola l’Unione (firmato dai rappresentanti degli Stati a Lisbona, ratificato ed entrato in vigore alla fine del 2009) ha introdotto il nuovo istituto di democrazia diretta denominata “Iniziativa dei cittadini europei”. L’art. 11 del Trattato prevede che almeno un milione di cittadini, appartenenti ad almeno sette Stati, possono chiedere alla Commissione Europea un atto giuridico che essi ritengono necessario per l’integrazione europea.

Questo nuovo istituto è stato decantato molto dai responsabili dell’Unione. Praticamente per tutta la legislatura che va dal 2009 al 2014, in ogni incontro con i parlamenti nazionali di tutti i 28 Stati, l’iniziativa dei cittadini è stata illustrata come una svolta decisiva sulla strada della democrazia.

Per essere attuato l’art. 11 del Trattato di Lisbona doveva essere integrato da un regolamento esecutivo. Questo, dopo essere stato sottoposto al controllo di esperti, è entrato in vigore l’1 aprile 2011. Questi elementi storici già dimostrano l’importanza attribuita al nuovo strumento. Ma altri elementi aumentano il peso specifico dell’iniziativa “Uno di noi”. Il suo contenuto non è marginale. Nonostante l’obiettivo limitato (cessare contribuzioni a favore della distruzione della vita) il richiamo esplicito all’art. 2 del Trattato di Lisbona – che indica come fondamento dell’Unione il rispetto dei diritti umani e il riconoscimento della uguale dignità di ogni uomo – evoca non un dettaglio nel percorso della integrazione, ma la condizione essenziale. Lo stesso nome della iniziativa “Uno di noi” la rende esplicita.

A causa di questo primario contenuto del quesito, il comitato organizzatore della iniziativa ha fatto in modo che essa fosse anche cronologicamente la prima ad essere presentata. Per questo fu presentata allo scadere della mezzanotte tra il 31 marzo e il 1 aprile 2011. Il primato è stato confermato in termini di adesioni. Nessuna altra iniziativa fino ad oggi ha raggiunto il consenso doppio di quello minimo richiesto, come invece è avvenuto per “Uno di noi”, nessuna come essa ha raccolto adesioni in tutti i 28 Stati dell’Unione.

Ma la Commissione, che pur aveva autorizzato l’avvio della iniziativa, con la comunicazione del 28 maggio 2014, ha dichiarato di non volerne tenere conto.

Tale decisione è stata così sconcertante che il Parlamento Europeo ha messo in cantiere una riforma del regolamento del 2011, in modo da evitare che uno strumento ideato per “avvicinare i cittadini all’Europa” si trasformi in ragione di ulteriore distacco. La riforma non è ancora conclusa, ma la discussione in corso già prova il significato non banale attribuito alla iniziativa dei cittadini. Tra gli elementi innovativi la riforma prevede la sostanziale obbligatorietà di un dibattito nel plenum del Parlamento. Sarebbe davvero singolare che una riforma la quale imponesse un dibattito generale nel Parlamento sul tema presentato dalla iniziativa dei cittadini non si applicasse a quella concreta iniziativa –  “Uno di noi” – che ha determinato la riforma. È dunque importante trovare un modo di riaprire il dibattito sul quesito a cui la Commissione ha dichiarato di non voler dare seguito.

Trovare questo strumento è particolarmente importante per la “Federazione Europea Uno di noi per la vita e la dignità dell’uomo”, costituita nel 2015, come risposta al rifiuto di prendere in considerazione l’iniziativa dei cittadini. La Federazione è certamente un frutto della iniziativa “Uno di noi”, ma non può essere considerata un risultato definitivo. Anzi, la Federazione sparirà se non compirà ogni sforzo affinché la proclamazione del concepito come uno di noi si ripeta e si estenda fino ad ottenere ciò che la iniziale iniziativa dei cittadini europei chiedeva. Essa non aveva lo scopo di generare la Federazione, ma – al contrario – la Federazione ha lo scopo di rafforzare e portare a conclusione positiva l’iniziativa dei cittadini.

La seconda fase di “Uno di noi” ha proprio l’obiettivo di ottenere ciò che la Commissione ha impedito. Per dare maggior forza alla richiesta rivolta alle Istituzioni Europee abbiamo pensato ad una “testimonianza-appello”. La testimonianza è una affermazione relativa ad un fatto conosciuto. Se dunque essa è sottoscritta in tutta Europa da coloro che conoscono l’embrione umano, forse l’effetto è più forte di una richiesta di semplici cittadini. La testimonianza ha la forma della petizione, non quella di una nuova iniziativa dei cittadini, perché  è più semplice la raccolta delle adesioni e perché è inutile ricorrere alle forme complesse della iniziativa dei cittadini, già realizzata. È vero che la petizione in sé  ha un significato molto meno forte della iniziativa dei cittadini, ma nel caso della seconda fase proposta, la forza deriva dalla continuità con la prima fase (per questo si parla di seconda fase), dal collegamento con una vera e propria permanente Federazione Europea, che ha lo stesso nome e scopo della iniziativa, dalla specifica competenza e responsabilità di coloro che rendono la testimonianza collettiva.

In definitiva, è ragionevole immaginare che una raccolta ampia e qualificata delle testimonianze-appello potrà essere ignorata più difficilmente della originaria iniziativa dei cittadini, che ne costituisce soltanto la prima fase.

 

11) Per respingere la richiesta dei cittadini europei la Commissione Europea ha elaborato una lunga motivazione. Quale ne è il contenuto? Come è possibile dimostrarne la irrazionalità?

 

In effetti il documento in questione, datato 28 maggio 2014, è lungo 21 pagine, ma, a parte quelle dedicate a riassumere l’iniziativa “Uno di noi”, vi è una grande ripetitività e manca la risposta alla questione fondamentale. Forse potrà essere opportuna la redazione di un documento che replichi in modo de

La sede della Corte di Giustizia Europea (Lussemburgo).
La sede della Corte di Giustizia Europea (Lussemburgo).

ttagliato, punto per punto, alle argomentazioni della Commissione, ma in questa sede può essere riassunta con poche parole la sintesi del documento e la replica può essere formulata molto brevemente.

Come correttamente riferisce la Commissione l’oggetto dell’iniziativa era (ed è) “la protezione giuridica della dignità, del diritto alla vita e della integrità di ogni essere umano fin dal concepimento”. È evidente che il cuore della iniziativa era (ed è) indicato nelle parole “fin dal concepimento” e “diritto alla vita”. Ma le due espressioni non sono esaminate e neppure citate in nessuna parte del documento. Eppure proprio esse indicavano (ed indicano) la questione fondamentale, quella che ha giustificato (e giustifica) l’iniziativa: l’Europa riconosce nel concepito un soggetto umano? Cosa deve fare affinché questo riconoscimento sia manifesto? O almeno quali garanzie giuridiche devono essere adottate affinché non sia negato? A questo quesito centrale la Commissione non ha risposto. Ha detto che la dignità umana, l’eguaglianza e il rispetto dei diritti umani sono già garantiti dall’art. 2 e dall’art. 21 del Trattato sull’Unione Europea e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, quasi che il quesito della iniziativa avesse già ottenuto una precedente soddisfazione e dunque non meritasse modificazioni legislative o attuative dell’ordinamento europeo. Ma, per l’appunto, proprio a quei medesimi articoli l’iniziativa uno di noi faceva (e fa) appello per constatarne la contraddizione con il finanziamento di attività che distruggono esseri umani concepiti, come tali titolari del diritto alla vita “fin dal concepimento”. Tale questione è stata totalmente ignorata dalla Commissione. L’unico punto in cui il documento della Commissione affronta, molto da lontano, la questione del concepito è quello che riguarda la sentenza della Corte di Giustizia Europea nel caso “Brüstle contro Greenpeace”, del 18 ottobre 2011, confermata recentemente con altra decisione della stessa Corte (18 dicembre 2014) nella vicenda “International Stem Cell Corporation contro Comptroller General of Patents, Designs and Trade Marks”. Alla Corte Europea di Giustizia era stato chiesto di definire il concetto di embrione, perché la direttiva europea 44/98 vieta il rilascio di brevetti per le invenzioni che utilizzano embrioni umani. La Corte ha stabilito che costituisce embrione sin dalla fecondazione ogni entità biologica capace di svilupparsi come essere umano. La iniziativa dei cittadini aveva espressamente richiamata la sentenza Brüstle contro Greenpeace per chiedere coerenza nella definizione del concepito come “Uno di noi”, come tale meritevole di protezione. La Commissione ha superato questo argomento sostenendo che la sentenza, in quanto relativa al diritto brevettuale, vieta la brevettazione, ma non la ricerca e il relativo finanziamento. Questa risposta mostra, ancora una volta, la volontà di non rispondere alla “domanda fondamentale” sullo statuto dell’embrione umano. La sentenza della Corte di Giustizia era stata richiamata, infatti, non per renderla immediatamente operativa ai campi diversi da quello brevettuale, ma per dimostrare che nel diritto europeo l’espressione “fin dal concepimento” ha già fatto ingresso e chiede più coerenza. Dal rifiuto di esaminare il problema posto dalla iniziativa dei cittadini “Uno di noi” (il cui stesso nome evidenzia la questione), derivano tutte le conseguenti equivocità che hanno consentito alla Commissione di considerare “inutili” – in quanto ritenuti già soddisfatti – i quesiti della iniziativa.