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Al popolo delle vita – La nuova legge sulle DAT

Di Gian Luigi Gigli. Presidente Nazionale del Movimento per la Vita italiano.

Il 20 Aprile la Camera ha approvato in prima lettura Il testo della legge sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento. Il testo ora consegnato al Senato risulta per fortuna profondamente modificato rispetto a quando era incominciata a Montecitorio la discussione in commissione. Il miglioramento è stato dovuto all’azione tenace e sempre ragionata di una piccola opposizione, che è riuscita ad aprire alcuni varchi in un fronte apparentemente impermeabile e dotato di una maggioranza larghissima, grazie ad argomentazioni insistentemente riproposte e a un atteggiamento mai ostruttivo, ma sempre migliorativo.

Ciò malgrado, resta evidente l’impianto della legge, basato su una visione individualistica della vita, sganciata da responsabilità comunitarie, sull’assunto di un’autodeterminazione senza limiti, non bilanciata da altri valori costituzionali. Si tratta peraltro di un’autodeterminazione assoluta che non esiste se non come ideologia, perché tutti siamo essere dipendenti e viviamo all’interno di trame relazionali, non solo nei momenti di maggiore fragilità, ma in ogni stagione della vita.

È stato quasi sacralizzato un presunto diritto a rifiutare le cure, che prima o poi finirà per creare problemi alla medicina  nel campo delle vaccinazioni, della cura delle malattie mentali e delle dipendenze, delle stesse malattie infettive. Al totem dell’autodeterminazione ha dovuto inchinarsi anche il titolo della legge, passato da “Dichiarazioni” al ben più cogente “Disposizioni”.

Attraverso questa legge è passata inoltre la visione di un corpo come bene disponibile per l’individuo, senza pensare alle ricadute utilitaristiche e commerciali di una tale antropologia. Basti pensare all’utero in affitto, alla compravendita di gameti, al futuro della trapiantologia.

La maggioranza si è assunta la responsabilità di definire ex lege l’idratazione e la nutrizione assistite come terapie, indipendentemente dal contesto clinico, pur sapendo che questa equiparazione era avvenuta per via giudiziaria solo nel 1996, per anticipare la morte di una grave disabile che tardava a morire, Nancy Cruzan.

È  stata invocata la dignità della morte, come uscita di sicurezza rispetto al vivere in alcune condizioni di presunta indegnità, creando pericoli per il riconoscimento della dignità dei malati e dei disabili, che era invece ciò che tutte le famiglie dei pazienti in stato vegetativo chiedevano, eccetto una, quella che aveva chiesto e ottenuto di lasciare morire Eluana.

Nel compiere queste scelte, ci si è premurati di anestetizzare l’opinione pubblica, negando che si trattasse di eutanasia e suicidio assistito, nella convinzione, tipica dell’antilingua, che per cambiare la natura delle cose bastasse cambiar loro il nome. Sapendo tuttavia che si trattava di un’operazione fraudolenta, ci si è però premurati di escludere agli esecutori delle future scelte di morte ogni responsabilità civile e penale, ben sapendo che autorizzavate condotte contrarie al Codice Penale (articoli 575, 579 e 580).

È stata cambiata la natura della professione medica, che sarà da ora non più orientata esclusivamente al curare e all’aver cura e che viene esposta a possibili controversie giudiziarie, in particolare se, nell’interesse del paziente in fase acuta e con prognosi ancora incerta, il medico decidesse di disattendere le DAT.

È stato alterato il rapporto medico-paziente, non più basato sull’incontro tra una fiducia e una coscienza, ma sul contratto e sulla reciproca diffidenza.

Ne esce stravolta la vocazione di cura delle strutture sanitarie, costrette ad assecondare le scelte suicidarie o eutanasiche, arrivando a violentare per alcune di esse, segnatamente quelle cattoliche, i valori che hanno portato alla loro fondazione e che da secoli ne regolano la mission.

Il risultato è un testo mal scritto, su cui la fantasia e la creatività dei magistrati avranno ampio modo di esercitarsi,  un vero pasticcio giuridico. Per la fretta di concludere, si è rinunciato perfino alla creazione di un registro nazionale delle DAT, come richiamato dalla Corte Costituzionale –proprio in materia di Dat- in risposta a un ricorso del Presidente Renzi avverso la Regione FVG e come richiesto nei pareri delle Commissioni Affari Regionali e Affari Costituzionali.

Resta la speranza che nel successivo esame del Senato sarà possibile frenare questa folle deriva o correggere almeno le più grossolane distorsioni.

Si è continuato a fare volutamente confusione tra malati terminali e chi, invece, non sta morendo se non è lasciato morire. Con questa legge ambigua e confusa la vita da bene inalienabile diventa bene disponibile. Le conseguenze andranno molto al di là della libertà di lasciarsi morire. Da subito vedremo una riduzione dello spazio per i gravi disabili e per i vecchi nella nostra società. In una società di persone sempre più in avanti con gli anni, ma biologicamente tenaci, la morte per denutrizione e la disidratazione diventeranno la soluzione preferita per la società dello scarto, che non vuole più farsi carico delle persone più fragili.

Questa legge, infine, proprio per le ambiguità di cui è infarcita e per l’apertura che realizza al suicidio assistito e all’eutanasia omissiva, costituirà il grimaldello su cui far leva per una successiva approvazione dell’eutanasia attiva.

Quando si sarà realizzata la morte disumana del primo paziente per denutrizione e disidratazione, nessuno avrà più dubbi sul fatto che sarebbe stato meglio somministrargli una fiala letale. All’invocazione di aiuto che sale da migliaia di famiglie, che in silenzio portano avanti a domicilio nutrizione e l’idratazione assistite di un congiunto, senza medici e senza infermieri, noi oggi rispondiamo offrendo la scorciatoia della sospensione delle cure.