Cile, cade il divieto assoluto di aborto – Elena Lecci, Si alla Vita Settembre 2017, Anno XXXIX, n° 01/2017, pag. 23

Lo scorso 21 agosto 2017 sarà certamente ricordato dalle donne cilene come una data storica, come ha affermato Michelle Bachelet, presidente del Paese in un tweet. Questo caldo lunedì di fine estate ha visto infatti la Corte Costituzionale cilenadare il via libera definitivo alla parziale depenalizzazione dell’aborto, fino ad oraconsiderato illegale in qualunque circostanza.
Le donne cilene che abortivano potevano essere punite con il carcere fino a cinque anni: l’aborto viene comunque praticato in modo illegale. Si stima che in Cile vengano eseguiti almeno 70 mila aborti clandestini ogni anno, la maggior parte dei quali con il misoprostolo, farmaco disponibile sul mercato nero. Le donne che potevano permettersi di viaggiare andavano ad abortire nella vicina Argentina o altrove. Il massimo tribunale del Paese ha rigettato dunque il ricorso per anticostituzionalità presentato dalle opposizioni di destra con 6 voti contro 4 stabilendo che il nuovo provvedimento non viola l’articolo 19 della Costituzione cilena che disciplina che «la Costituzione assicura a tutte le persone il diritto alla vita» non sviluppandone però il contenuto né esplicitando le specifiche facoltà e obblighi correlati a tale fondamentale diritto.
Questa rappresenta una vittoria per la socialista Bachelet – ex pediatra, non credente, madre divorziata di tre figli alla guida della coalizione di centrosinistra,che aveva promesso la depenalizzazione dell’aborto in campagna elettorale – e per i gruppi che sin dal 1990 si sono battuti per l’abrogazione del divieto assoluto di abortire. Il testo di legge sul quale si sono espressi i giudici era stato varato il 31 gennaio del 2015 e prevede che si possa ricorrere all’aborto intre casi specifici: quando la gravidanza mette in pericolo la vita della madre, se il feto presenta malformazioni o patologie incompatibili con la vita o nel caso in cui la gravidanza sia il risultato di uno stupro.
Il Cile era uno dei pochi Paesi al mondo dove vigeva il divieto assoluto dell’aborto insieme a El Salvador, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Malta e Vaticano. Esso era sancito dall’articolo 119 del codice sanitario introdotto dalla giunta militare di Augusto Pinochet nel settembre del 1989. In verità l’aborto era stato di fatto oggetto di divieto sin dal periodo coloniale grazie all’applicazione di diverse leggi della corona spagnola per l’allora Regno del Cile che furono riassorbite senza nessuna modifica sostanziale anche dopo il raggiungimento dell’indipendenza del Paese dal codice penale del 1874, che all’articolo 7 definiva l’interruzione volontaria di gravidanza «contraria alla stabilità della famiglia e alla morale pubblica» e rimasto pressoché immutato sino ad oggi.
La decisione della Corte Costituzionale riflette una parziale apertura alla pratica abortiva che aveva interessato il Cile nel primi anni 30 del Novecento: il codice sanitario del 1931 infatti,opera del governo di Carlos Ibáñez, all’articolo 226 stabiliva che: «è possibile porre fine a una gravidanza o eseguire un intervento di sterilizzazione sulla donna solo per scopi terapeutici, previo il parere favorevole di tre medici».
Associazioni e gruppi femministi hanno festeggiato la sentenza della Corte. Erika Guevara-Rosas, dirigente di Amnesty International, ha affermato che: «Questa vittoria è la testimonianza del lavoro di milioni di donne nelle Americhe e nel mondo che combattono contro leggi draconiane che puniscono le donne e le spingono a cercare aborti clandestini e pericolosi, mettendo a rischio la loro salute e la loro vita».
La Commissione permanente dell’episcopato che si è opposta con forza al disegno di legge, ha invece dichiarato in un comunicato che esso «stabilisce e legittima nella società cilena una discriminazione ingiusta verso esseri umani indifesi, la cui vita deve essere garantita e protetta dallo Stato[…] Si tratta di una legislazione priva di una risposta umana e civile di fronte al dramma delle donne in situazioni limite come quelle previste dalla normativa. Invece di fare il massimo sforzo per entrambe le vite umane, quella della madre e quella del figlio,altrettanto degne di tutela, ora in Cile ci saranno bambini e bambine considerati scarti». Unico aspetto positivo della sentenza è la garanzia del diritto all’obiezione di coscienza: potranno avvalersene sia i singoli individui (équipe medica e personale sanitario), sia le istituzioni (ospedali, cliniche, centri medici).

Elena Lecci
Agenzia Vitanews

Cile, cade il divieto assoluto di aborto – Elena Lecci, Si alla Vita Settembre 2017