Consultori e obiezione di coscienza al centro delle battaglie legali del MpV – Carlo Casini, Si alla Vita Settembre 2017, Anno XXXIX, n° 01/2017, pag. 24

Sono in corso due vicende giudiziarie promosse dal Movimento per la vita che hanno una importanza rilevante perché affrontano problemi non risolti fin da quando, 40 anni fa, entrò in vigore la legge che ha legalizzato l’aborto in Italia. Si tratta della funzione dei consultori familiari e del fondamento della obiezione di coscienza.

La prima vicenda riguarda l’impugnativa che il MPV ha fatto del provvedimento emanato dal Presidente della Regione Lazio, nella qualità di commissario di governo, che obbliga i medici dei consultori a collaborare con l’aborto rilasciando i documenti che ne sono la condizione necessaria e prescrivendo quella che viene chiamata “contraccezione d’emergenza”, ma che più correttamente può essere definita come strumento di un aborto precocissimo (pillola del giorno dopo e dei 5 giorni dopo). Purtroppo su questa prima questione si è già espresso il Tribunale amministrativo del Lazio che ha respinto il ricorso, ma il MPV ha fatto appello al Consiglio di Stato ed ancora non è stata fissata l’udienza di discussione.

La seconda vicenda riguarda il decreto del Presidente della Regione Lazio che pretende di trasformare alcuni consultori familiari in luoghi dove si può praticare l’aborto pubblico mediante la RU486. Su tale questione non si è pronunciato neppure il tribunale amministrativo di primo grado.
Per cogliere l’importanza dei problemi bisogna ricordare che la legge 194/78 fu sostenuta con l’argomento della lotta all’aborto clandestino: “socializzare per prevenire” era lo slogan ripetuto. La tesi era che l’aborto non può essere evitato se non viene conosciuto dalla società in anticipo. Perciò la donna avrebbe dovuto palesare la sua intenzione e lo Stato avrebbe dovuto fare tutto il possibile per far proseguire la gravidanza. La promessa alla donna di effettuare l’intervento in condizioni igienico-sanitarie sicure e a spese dello Stato, qualora ella avesse rifiutato l’invito e l’aiuto per non abortire, avrebbe dovuto essere lo strumento per convincere la donna a palesare la sua intenzione abortiva. I consultori furono propagandati come mezzo per offrire alla donna una alternativa all’aborto. Purtroppo nella pratica le organizzazioni femministe ed abortiste si sono impossessate dei consultori, che, nella maggioranza dei casi, sono divenuti i luoghi di accompagnamento all’aborto e non di alternativa alla IVG, sebbene l’art. 2 della legge 194 sia chiarissimo nell’indicare la funzione consultoriale nel tentativo di far proseguire la gravidanza. Perciò il provvedimento della Regione Lazio che toglie agli obiettori il diritto di non collaborare all’aborto è gravissimo. Ancor più grave è il progetto di trasformare alcuni consultori in ambulatori per attuare l’aborto chimico. Se questi provvedimenti restassero in piedi lo stravolgimento di fatto della funzione consultoriale verrebbe consacrato dal diritto.

L’impugnativa del MPV fa parte della strategia delineata fin da 40 anni fa. Si può avere compassione per la donna che abortisce e rinunciare a condannarla, ma non è in alcun modo lecito non predisporre aiuti concreti e specifici per evitare che all’aborto si ricorra. Il consultorio familiare non dovrebbe mai autorizzare l’aborto. Ogni donna che intende ricorrere all’IVG dovrebbe essere obbligata ad interpellare il consultorio per essere aiutata a non abortire e, se l’aiuto offerto dal consultorio (meglio se in collaborazione con il volontariato e la società civile) non venisse ritenuto da lei sufficiente, dovrebbe la donna stessa, per poter effettuare l’intervento, autocertificare gli aiuti offerti e il suo giudizio sulla loro insufficienza.
L’esperienza dimostra che il più efficace strumento di prevenzione dell’aborto è la consapevolezza individuale e sociale che il concepito è un essere umano, un figlio, uno di noi. È la conoscenza di questa verità che motiva il coraggio della maggioranza delle donne. Distruggere questa verità nella coscienza individuale e sociale significa favorire l’aborto. Si capisce, perciò, quale è la ragione profonda della avversione verso gli obiettori di coscienza da parte dei movimenti abortisti. Fin da quando entrò in vigore la legge 194 esse hanno tentato in tutti i modi di contrastare l’obiezione con argomenti illogici, ad esempio, sostenendo che l’obiezione rende difficile l’attuazione della legge e rende pesante il lavoro dei medici non obiettori. In realtà le relazioni al Parlamento del Ministro alla salute dimostrano la falsità di queste affermazioni: in Italia sono stati eseguiti più di 6 milioni di aborti legali ed esistono medici non obiettori (11%) che non praticano aborto perché è sufficiente il numero di quelli che lo eseguono. La vera ragione della avversione contro l’obiezione è che essa manifesta che quelli che se ne intendono, cioè i medici e in generale quelli che hanno studiato medicina, riconoscono che il concepito è uno di noi, un essere umano, un figlio e che per questo non intendono partecipare ad un omicidio. Questa testimonianza di persone competenti è intollerabile per chi pretende di affermare un’autodeterminazione assoluta della donna e un conseguente diritto all’aborto, che suppongono che l’embrione sia soltanto un grumo di cellule, o, al massimo, un tessuto paragonabile ad un capello o ad un’unghia.
Si capisce, in definitiva, perché il MPV si batte per difendere gli obiettori e spera che i consultori divengano davvero lo strumento con cui lo Stato quando rinuncia punire l’aborto non rinuncia ad affermare il diritto alla vita e a difenderlo non contro le madri ma insieme alle madri.

Carlo Casini
Presidente Onorario del Movimento per la Vita italiano

Consultori e obiezione di coscienza al centro delle battaglie legali del Mpv – Carlo Casini, Si alla Vita Settembre 2017