Il Bioterrorismo e le nuove frontiere della bioetica – Raffaele Sinno, Si alla Vita Settembre 2017, Anno XXXIX, n°01/2017, pag. 7

Introduzione.    La storia del bioterrorismo nasce con il passaggio delle capacità umane di utilizzare a pieno la technè, quale strumento bipolare di offesa e difesa. La sua definizione s’inscrive concettualmente in un utilizzo moderno di agenti chimici e/o batteriologici, virali e/o combinati, per ottenere un’offesa oppure prevenire gli attacchi. La precisazione delle competenze in tale ambito, tuttavia, pone una serie di difficoltà conoscitive sia scientifiche, sia di ordine etico, che biopolitico. Per tale motivo, è necessario analizzare le interrelazioni tra gli aspetti benefici della biodifesa e quelli oppositivi del bioattacco. La percezione del bioterrorismo, nell’opinione comune, si è profondamente modificata nel corso degli ultimi decenni, per due ragioni prevalenti: la prima è che il termine composto dal suffisso bio ha acquisito una valenza peculiare riguardo agli agenti utilizzati, mentre il terrore, che tali comportamenti suscita, provoca un disorientamento totale delle coscienze, tanto che molti autori preferiscono adoperare il termine di global bioterrorism[1]. Per evitare visioni sincretiche, che limitano la riflessione esclusivamente nel giudizio degli atti, è emersa la consapevolezza di proporre un’indagine che consideri le conseguenze dirette e indirette in diversi settori, da quello della salute pubblica, alle ricadute economiche, agli effetti politici all’interno delle società coinvolte. Nel dibattito contemporaneo, inoltre, si tenta di fare chiarezza sulle motivazioni e sulle finalità dell’utilizzo improprio di armi batteriologiche, poiché ciò non riguarda esclusivamente gruppi di opposizione all’ordine mondiale, ma di una politica che utilizza la ricerca per un uso bellico offensivo. Da tali complesse premesse, ne consegue che è davvero debole poter enunciare il bioterrorismo come «un uso intenzionale di agenti biologici capaci di generare malattie e/o intossicazioni in popolazioni umane sensibili, in animali e/o piante, con lo scopo di generare terrore»[2]. Questa descrizione è una rielaborazione di quella espressa nel 2001 dall’U.C.L.A., Center For Public Health and Disaster, che precisava i principali obiettivi dell’atto terroristico, esprimendoli in tal modo: «Intentional or threatend use viruses, bacteria, fungior, or toxin from living organism to produce death or disease in human, animal, or plant»[3]. Gli aspetti dell’utilizzo improprio, e l’effetto della paura come offesa diretta e indiretta, sono evidenziati nella seguente citazione su tale argomento: «L’uso criminale di armi biologiche non convenzionali con l’esplicita intenzione di disseminare agenti quali virus o batteri, al fine di danneggiare l’uomo e contagiare la popolazione civile»[4]. Tale panoramica di espressioni dimostra che si possono evidenziare cinque aspetti peculiari:

 

  • L’uso improprio di materiale biologico estratto, combinato, da batteri, virus, funghi, con la produzione di endotossine capaci di provocare la morte o gravissimi danni alla salute di una popolazione.
  • La possibilità di generare un attacco non previsto o prevedibile.
  • Il sovvertimento delle difese, e dei piani sanitari, del nemico.
  • Gli effetti secondari sulla vita civile della popolazione colpita.
  • Il sentimento di paura diretta e indiretta dell’evento.

 

L’esame di queste derive dell’atto terroristico, pur essendo importanti per la valutazione etica, giuridica, politica, non considerano i nuovi scenari economici nel rapporto convergente/divergente tra attacco e difesa batteriologica. L’interpretazione di tale tema può essere eseguita, in modo dinamico, adoperando i percorsi analitici della global etichs, così da proporne una più ampia ed esauriente spiegazione, in vero non molto nota, ossia: «Il bioterrorismo è una questione strettamente interdipendente dall’uso biotecnologico di materiale genetico a scopo industriale, per ottenere vantaggi e /o svantaggi economici»[5]. Il confronto tra diverse impostazioni nasconde un discorde approccio interpretativo, tra chi sostiene improbabile un accordo per la rinuncia a tali armi, a causa dell’incapacità degli Stati, che li hanno accumulati in arsenali segreti, di smaltirli, distruggerli e bonificare ampie zone interessate, e i sostenitori della necessità della sicurezza mondiale.

Il bioterrorismo ha una lunga storia, recita un adagio comune tra gli addetti ai lavori, in ogni caso si può con sicurezza affermare che si tratta di un dilemma contemporaneo. In questi ultimi decenni si è verificata una trasformazione degli obsoleti arsenali in stoccaggi di ridotte quantità, difficilmente individuabili. Si è modificato il target della ricerca, che in questo periodo studia le modifiche del patrimonio genetico di virus e batteri, con sviluppi imprevedibili e pericoli immaginabili. Un’obiezione comune sostiene che nessuna indagine positiva si potrebbe ottenere dalla manipolazione di tali materiali, da sempre impiegati per creare morte e devastazione. Un altro aspetto controverso ha attinenza con il controllo di queste ricerche biotecnologiche, poiché la comunità internazionale, fino ad oggi, non è stata neanche in grado di contenere le scorte di tali armi biologiche per uso militare di offesa o difesa. È ovvio, che la novità dell’argomento «non consiste nell’uso di armi biologhe, quanto alla loro maggiore pericolosità, dato i recenti sviluppi della microbiologia che hanno consentito di isolare e produrre germi patogeni specifici, ma nella facile reperibilità di virus e batteri facilmente riproducibili in laboratorio, conservabili, trasportabili, e nella disponibilità economica, nella difficile rilevabilità e nella quasi totale assenza di controllo epidemiologico»[6]. Il punto cruciale verte nelle possibilità offerte «dal controllo di superpatogeni che potrebbero distruggere selettivamente cellule cancerogene, dalla messa a punto di nuovi vaccini, per una cooperazione internazionale sulle biotecnologie in modo da offrire una biosicurezza globale, e principalmente poter avviare una nuova stagione di bio-farmaco-genomica»[7]. In ogni caso, non è utile contrapporre due visoni opposte sul bioterrorismo, al contrario devono emergere con chiarezza i presupposti e le novità delle posizioni attuali. Per realizzare valide politiche di protezione è imprescindibile confrontarsi con i nuovi rischi dei materiali biologici geneticamente modificati e le nuove potenzialità offerte al progresso in diversi ambiti della biomedicina, in modo d’evitare generiche affermazioni di principio.  È di primaria importanza, in tale ottica, conoscere le motivazioni storiche che, nel corso dei secoli, fino ad oggi, hanno determinato lo sviluppo di armi biologiche, del loro uso e abuso, fino a giungere alle recenti tensioni internazionali con gli avvenimenti della Sira. La guerra biologica e il bioterrorismo si presentano con caratteristiche specifiche, con controverse prospettive etiche e scientifiche. Questa ricerca, in tale complicato clima culturale, suggerisce di far emergere queste novità, allo scopo di uscire da una lettura esclusivamente terroristica fondata sulla paura del genocidio, per analizzare le premesse, piuttosto che le ovvie conclusioni di diniego. È un tentativo di evidenziare una questione di frontiera scientifica, e bioetica, interrogandosi sul ruolo della scienza e delle nuove ricerche, sui limiti ragionevoli delle possibili manipolazioni del materiale biologico, oltre ai noti divieti biogiuridici. Per tale motivo, l’indagine scientifica dovrà evitare di scivolare in una mera applicazione tecnologica, ed esporsi in modo equilibrato, non onnipotente, con le prospettive umane.

Gli aspetti economici del terrorismo. È noto che per costruire, e utilizzare efficacemente, le armi biologiche sono necessarie competenze microbiologiche e risorse economiche modeste. La produzione di cinquanta kg di antrace è alla portata di un modesto laboratorio, e non presenterebbe particolari difficoltà. Un rapporto Onu, nel 2010, confrontò i costi delle diverse armi da quelle tradizionali, fino a quelle batteriologiche e virali, in un attacco ad una popolazione civile. I dati del confronto furono impressionanti: per un kilometro quadrato colpito si potevano spendere duemila dollari per le armi convenzionali, ottocento per il nucleare, seicento per i gas nervini, e solo un dollaro con agenti biologici.[8] Diversi studi di biostatistica hanno dimostrato, e confermato, che i costi economici di un’aggressione non interessano esclusivamente l’applicazione dei protocolli di difesa, piuttosto le ricadute sulla gestione della sanità pubblica. Un sistema di gestione moltoimportante è quello dettato dal Working Group Antrhax che prevede i seguenti step operativi:

  • Profilassi antibiotica da fare rapidamente.
  • Vaccinazione a tappeto delle persone colpite.
  • Profilassi antimicrobica per specifiche categorie d’individui.
  • Verifica delle fasce di popolazione a distanza.[9]

L’attuale dibattito bioeconomico propone l’applicabilità di una protezione globale della popolazione, rispetto ad una graduale difesa di gruppi specifici di individui, estudia quale sia la migliore gestione degli abitanti coinvolti in un determinato territorio. Si comprende che accanto agli esiti finanziaridiretti, come un abnorme spesa sanitaria, bisogna considerare quelli indiretti,verificabili in un medio periodo di tempo, i quali interesserebbero le attività produttive di uno Statocolpito. Tra questi si possono includere le oscillazioni dei mercati finanziari, gli aumenti vertiginosi dei costi nel settore dei trasporti, le ripercussioni su specifiche attività, quali il turismo o le produzioni agricole. Diversi trend di statistica economica hanno documentato che, negli Stati Uniti d’America, dopo l’invio postale dell’antrace nell’ottobre del 2001, si è calcolata una riduzione della domanda dei traposti aerei del sette percento, con un incremento del trenta percento delle polizze di assicurazione sulla vita[10]. Un aspetto estremamente dannoso sarebbe la contaminazione deliberata degli alimenti,da ritenere un’azione di sabotaggio terroristico, la quale determinerebbe gravi conseguenze sia commerciali, sia sulla salute pubblica. I governi, di fronte a tali minacce, dovrebberoapplicare le seguenti azioni preventive:

  • Un ampliamento della vigilanza delle catene alimentari.
  • Un maggiore controllo dei sistemi di qualità e certificazione dei cibi.
  • Estendere le normative protezionistiche nei confronti dei nutrimenti provenienti da zone contaminate, oppure sospette[11].

Unacondotta terroristica, che ha come bersaglio l’industria agricola, rappresenta una delle maggiori sfide per l’integrità sociale. Sono stati,infatti, descrittiquattro tipi di effetti economici causati dalla contaminazione dei nutrienti:

  • Perdite economiche dirette, attribuibili all’aumento dei costi dei prodotti.
  • Effetti moltiplicatori indiretti, dovuti all’incremento della compensazione dei produttori colpiti.
  • Perdite subite dalle industrie coinvolte nei diversi passaggi della catena alimentare, dai fornitori ai traportatori, fino ai rivenditori agroalimentari.
  • Costi internazionali causati dagli embarghi commerciali[12].

La conclusione prospettica degli studi economici, che indagano l’atto terroristico, confermano la pericolosità di questi eventi, poiché essisono in grado di deteriorare il tessuto civile, sociale, ed economico di uno Sato[13].

Gli aspetti etici e bioetici. Il bioterrorismo, nelle sue diverse articolazioni,presenta aspetti etici e bioetici di estrema importanza, dato che quest’azione illecita coinvolge siaaspetti psicologici dinamici, come il panico morale che riguarda la persona che subisce tale atto, sia l’intera organizzazione dello Stato e tra gli Stati, con il coinvolgimento della salute pubblica. Un temafondamentale, in quest’ambito, è il rapporto della ricerca scientifica nel suo aspetto di effetto duplice (double effect).  Significa che l’indagine rivolta alla scoperta di nuove sostanze biosintetiche capaci di combattere aggressioni virali o batteriche, può celare contemporaneamente obiettivi di aggressione militare. Per questo motivo bisogna precisare alcuni aspetti etici relativi al tale argomento:

  1. È possibile differenziare in qualche modo le ricerche biologiche a carattere difensivo, da quelle offensive?
  2. È moralmente accettabile che uno scienziato partecipi a ricerche finalizzate alla creazione di armi biologiche?
  3. È accettabile indirizzare risorse economiche, che potrebbero essere usate per migliorare la qualità della vita della popolazione, verso lo sviluppo, la produzione e l’acquisizione di armamenti?
  4. È possibile sostenere progetti segreti senza diffondere informazioni rilevanti per la salute pubblica, ricorrendo all’argomentazione della sicurezza nazionale, poiché i programmi militari sono stati sempre influenzati da divieti etici e da precise condanne morali?
  5. Le comunità civili hanno il diritto di conoscere qualsiasi tipo d’informazione?
  6. Sono giustificati i Comitati Etici nell’assegnazione di risorse dopo un attacco bioterroristico, quando si propone l’uso del Triage?
  7. L’applicazione dei codicietici è difficilmente praticabile a causa di un tempo insufficienteper considerare con attenzione le priorità nell’assegnazione delle risorse.
  8.  La pianificazione difensiva, per tracciare e delimitare i danni, necessita sul territorio di un coordinamento adattabile alle diverse situazioni operative[14].

L’obiettivo primario di un attacco terroristico è quello di disarticolare, e far emergere le contraddizioni all’interno di una società, con lo scopo di generare un sentimento di sfiducia e d’inutilità delle decisioni democratiche di una comunità civile. Molti autori hanno studiato gli effetti psicologici del terrorismo, e si sono soffermati sul panico morale che può esserein tal modo definito: «Una reazione sociale, con specifiche fasi emotive, di fronte ad un episodio oun gruppo di persone che è percepito come minaccia per i valori di una società»[15].  Molti autori hanno esaminato le connessioni tra le derive etiche del panico morale, e le effettive cause che lo determinano, ciò nonostante sono gli studiosi Eric e Ben Yehuda – Goode che hanno suggerito i seguenti elementi di riflessione:

  • La preoccupazione, espressa dai media e dalle autorità competenti, con l’uso di strumenti informativi capaci di attivare sentimenti di angoscia.
  • L’ostilità, manifestata negli atti, nel discorso pubblico e come fenomeno da esso derivato.
  • Il consenso, come ricerca di conformità universale nell’agire sociale e nel discorso pubblico.
  • La sproporzione, ossia un’amplificazione della reazione con dati alterati ad hoc.
  • La volatilità, nel significato di ripetizione degli argomenti in maniera ciclica, con archetipi in precedenza collaudati16.

Nella prospettiva bioetica, per quello che concerne gli aspetti generali, esistono diversi principi di riferimento che studiano le derive negative del bioterrorismo.Oltre al principio della non maleficenza, che è intimamente connesso al divieto assoluto di un atto esecrabile che uccide immotivatamente innocenti, per i risvolti in ambito scientifico e militare bisogna considerare il principio della giustizia,il quale afferma che non possono essere sottratti fondi per la salute pubblica da anteporre a quelli di un contrattacco.Questo dibattito è emerso di recente dopo i tragici avvenimenti della Siria, dove inermi civili sono stati oggetto di un’aggressione chimica. Bisogna affermare con forza che la protezione di una popolazione non deve automaticamente prevedere progetti di offesa, altrimenti si accetta l’inevitabilità di un mondo regolato da una politica che si fonda sulle oppositive e reciproche paure.Il terrorismo si sconfiggese i principi di beneficialità, non maleficenza, e di giustizia non vengono emarginati nelle relazioni economiche e sociali internazionali, siano applicati con rigore nella governance degli Stati, con l’obiettivo di riequilibrare le forti diseguaglianze che tutt’ora sussistono nel mondo. Il principio di protezione conferma che ogni vita è sacra e inviolabile, per questo motivo bisogna sostenere una coscienza mondiale capace di ridurre ogni sostegno a coloro che si prefiggono di usare il terrorismo come arma di pressione globale. (global bioterrorism)

Conclusioni. Questa riflessione, sui rapporti tra bioterrorismo e bioetica, ha indagato aspetti peculiari e generali di un fenomeno che non potrà più essere considerato di esclusiva competenza politica o militare. La frequenza di queste stragi deve far riflettere l’opinione pubblica mondiale, non solo sul cambiamento dei comportamenti, altresì sulle necessarie e urgenti modifiche dei rapporti internazionali, che dovranno evitare il livello dell’esclusivo diniego giuridico, e avviare una convivenza equilibrata, ragionevole, possibile, tra culture e prospettive diverse. È fondamentale che gli uomini siano in grado di utilizzare la scienza per un bene comune, in tal modo il terrorismo non troverà alcuna motivazione storica, oppure sociale, che giustifichi vendette ad atti compiuti in precedenza. È tempo di evitare riflessioni sterili, inutili sul piano applicativo, ripetitive nelle loro contrapposizioni.  Per sconfiggere la cultura dell’odio sarà necessaria un’opera d’informazione, e di conoscenza, delle questioni che consentono tali comportamenti. Spesso si ritiene che tali azioni siano opera di emarginati,oppure di persone con disturbi psichici. La lettura storica e antropologica di questi fenomeni, al contrario, ha fatto emergere che vi sono delle concatenazioni, e delle motivazioni, ben articolate e precise. Ciò non riguarda solo il fondamentalismo nelle sue diverse espressioni, religiose, o politiche, piuttosto vi sono precise ragioni che fomentano questi atti, come la ghettizzazione d’individui, l’impoverimento di fasce sociali, l’uso indiscriminato del potere, come mezzo coercitivo nei rapporti umani. È necessario comprendere che il terrorismo si alimenta attraverso una cultura che spinge soggetti fragili, eccessivamente compressi dalle società, a essere preda di meccanismi perversi di odio, con l’uso della violenza come riscatto personale e/o di gruppo. È tempo che l’opinione comune internazionale non sia annichilita, ma faccia sentire la sua voce per limitare e ridurre tali situazioni. Ciò si può ottenere attraverso una maggiore condivisione sociale, con un utilizzo più ragionevole delle risorse nei diversi ambiti, in modo da evitare logiche di sopraffazioni umane. La cultura dell’odio è alla base del rapporto tra terrorismo e fenomeni migratori, poiché è noto che esso si fomenta con politiche di non inclusione nelle società postmoderne. La cultura della securitizzazione, ossia della sicurezza come unico obiettivo politico, crea tre fenomeni direttamente collegati con il reclutamento dei giovani emarginati da parte dell’estremismo terroristico. Il primo è il riaffermare l’inconciliabilità delle culture a confronto, il secondo è far evidenziare la decadenza etica di una collettività smarrita nel consumismo e nell’individualismo, rispetto ad un ipotetico nuovo ordine morale del mondo, ed infine confermare le dinamiche di stigmatizzazione reciproca, dove la cosiddetta normalità viene invocata per giustificare qualsiasi atto (lo vuole Dio, lo vuole la Storia, è uno degli slogan di indottrinamento per gli adepti del Daesh).

In questo periodo storico il tema del bioterrorismo fa emergere diversi paradossi scientifici, etici, e giuridici, che dovranno essere affrontati utilizzando percorsi che evitino estremismi da qualsiasi parte provengano. Lo studio di quest’argomento dovrà confermare che le complessità del presente saranno le trame di un rinnovato progetto biofilo per le future generazioni, in modo da garantire la difesa inalienabile dei diritti,e ottenereuna comune responsabilità della difesa della vita umana.

È fondamentale, per tali motivi, prodigarsi peruna convivenza sociale capace di gettare ponti, unire possibilità, con l’obiettivo di edificare orizzonti di pace, per un’umanità smarrita in una globalità eccessivamente conflittuale. Non è la solita utopia etica,lo potrà diventare, se ogni volta estingueremo in noi, e nel nostro vissuto sociale,l’accettazione delle diversità.

 

Raffaele Sinno
Docente di Bioetica ISSR di Benevento – Facoltà Teologica dell’Italia meridionale-, e presso il Master di Bioetica Università degli Studi di Bari. Anestesista-Rianimatore.

 

Il Bioterrorismo e le nuove frontiere della bioetica – Raffaele Sinno, Si alla Vita Settembre 2017

 

[1]Henry Stewart, Bioterrorism and Bioethics, in «J. Commercial Biotech. », vol. 9, January 2001, n.2, 103.

[2]M.D.A., (Medical Department Health of USA), Definition of Bioterrorism, 2011. «Use of biological agents to intentionally produce disease or intoxication in susceptible population – human, animals or plants – to meet terrorist aims».

[3] U.C.L.A., Center for Public Health and Disaster, è un Centro Accademico di formazione di Sanità Pubblica e prevenzione dei disastri dell’UCLA (Università della California Los Angeles). Fu fondato nel 1997 con l’obiettivo di promuovere una cultura interdisciplinare sulle questioni di sanità pubblica, e prevenire i disastri sia naturali, sia provocati dalla tecnologia umana.

[4]Laura Palazzani, Bioterrorismo e bioetica, in «L’arco di Giano», 2004, 39, 27.

[5] Michele Simms, On linking Business Ethics, Bioethics and Bioterrorism, in«J. Business Ethics», May 2004, 215.

[6]Laura Palazzani, op. cit., 28.

[7]Raffaele Sinno, La biosicurezza: una nuova frontiera della Bioetica, in «Vita Ospedaliera», 2011, vol. 7, 5.

[8] Cf. Moreno Garrote, Ignacio José, et al., Bioterrorismo: Aspectos praticos, in «Emergencias», 2010; 22:130-139.

[9] https:// www.nimbios.org/working.group/Wg_Antrhax.

[10]Walter Ender, Eric Olson, Measuring the Economic Cost of Terrorism, in The Oxford handbook of Economic ofPeace and Conflict, ed. Michelle R. Garfinkel and Stergios Skaperdas, April 2002,8.

[11]F. A. S. (Federation of American Scientist), The World Trade Organization and U.S. agriculture, in FA Sonline, March 2001.

[12]F. A. D. (Food and Drug Administration), Risk Assessment for Food Terrorism and Others Food Safety Concerns, 2003, United States.

[13]Raffaele Sinno, Bioetica e Bioterrorismo: aspetti scientifici, etici e giuridici, Levante, Bari 2017, 130.

[14]Kennet Iserson, Bioethics and Defense: Ethical Resource Distribution after biological, chemical or radiological terrorism, in «Cambridge Quarterly of Healthcare Ethics» (2003), 12, 455-465.

[15]Stanley Cohen, Folks Devils and Moral Panics: The Creation of the Mods and the Rockers.Mac Gibbon & Gee., London 1972, p.9 cit. in Raffaele Sinno, Bioetica e bioterrorismo: aspetti scientifici, etici, giuridici, Levante, Bari 2017, 97-98.

16Erich & Ben Yehuda-Goode., et al, The Social Construction of Deviance. Blackwell, Cambridge 1994a; Erich& Ben Yehuda- Goode, et al., 1994b. Moral panic: Culture, politics and social construction, in «Ann. Rev. Sociol. » 20:149-171.