Nazioni Unite a lavoro per consolidare il “diritto all’aborto” – Gian Luigi Gigli, Si alla Vita Settembre 2017, Anno XXXIX, n° 01/2017, pag. 11

Un nuovo mostro giuridico si aggira per le solenni stanze delle Nazioni Unite. Il Comitato ONU per i Diritti Umani sta redigendo un documento interpretativo dell’Accordo Internazionale sui Diritti Civili e Politici (1966), quello che si occupa del diritto alla vita.
Nella bozza del documento in preparazione si afferma ovviamente che l’art. 6 del trattato del 1966, fondato a sua volta sulla Dichiarazione dei Universale dei Diritti dell’Uomo, riconosce e protegge il diritto alla vita di tutti gli esseri umani. Si spinge anzi ad affermare che esso “rappresenta il diritto supremo, rispetto al quale non è permessa alcuna deroga” e che “costituisce un diritto fondamentale, la cui effettiva protezione è prerequisito per il godimento di ogni altro diritto umano”. Il documento del Comitato ricorda anche il trattato del 1966 vieta la pena di morte per le donne incinte, per rispetto della vita innocente che portano in grembo.
Riconosciuti questi contenuti, la bozza del documento si esercita poi nell’interpretarli e lo fa secondo la vulgata del politically correct.
Molte delle sue affermazioni sono pertanto condivisibili e sono quelle su cui anche il mondo cattolico trova più facilmente il “coraggio” di esprimersi senza timore di censure: le limitazioni alla pena di morte, alla costruzione alla vendita e all’uso delle armi, il rispetto dell’ambiente per proteggere la vita delle future generazioni, il rigetto di ogni incitazione all’odio, la protezione da accordare alle persone più esposte e vulnerabili (tra cui non poteva mancare ovviamente la citazione delle LGBTI), la lotta alle malattie trasmissibili, l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza, etc.
In mezzo a tante ovvietà rischia di passare inosservata la vera e propria bomba contenuta ai punti 9 e 10 del documento che trattano rispettivamente del “diritto” all’aborto e di quello al suicidio assistito. Per il Comitato ONU sui Diritti Umani, dunque, “Gli Stati membri debbono provvedere accesso sicuro all’aborto per proteggere la vita e la salute della donna incinta” e “non possono adottare norme su gravidanza e aborto in modo contrario al loro dovere che le donne non debbano sottoporsi ad aborti insicuri”. Proprio per questo gli stati non dovrebbero imporre sanzioni penali, anche contro il personale sanitario, se dalla loro attività può derivare una riduzione degli aborti insicuri. Inoltre “gli Stati non dovrebbero introdurre requisiti umilianti o eccessivamente onerosi alle donne che richiedono di abortire”, mentre si richiede di assicurare ampio accesso ai metodi contraccettivi alle donne, in particolare in età adolescenziale.
In pratica, la bozza in preparazione abolisce ogni forma di protezione per la vita prenatale ed esercita una forte pressione sugli stati per introdurre leggi che riconoscano l’aborto a richiesta, senza neanche limiti temporale, purché il proseguimento della gravidanza produca disagio nella donna. È stato anche tolto ogni riferimento, precedentemente previsto, alla possibilità per gli Stati di adottare misure a tutela del nascituro ed è prevalsa la linea per cui l’aborto è un diritto universale, mentre il diritto alla vita incomincia alla nascita.
Se la bozza fosse approvata, verrebbero così vinte, finalmente, tutte le resistenze, soprattutto dei paesi dell’America Latina, dei Paesi Islamici e della Santa Sede, che avevano impedito il prevalere della linea libertaria occidentale in occasione delle Conferenze Internazionali del Cairo e di Pechino. La legalizzazione generalizzata dell’aborto sarebbe non solo consentita, ma imposta, in contrasto con il testo dell’Accordo del 1966 e con le intenzioni di coloro che ne curarono la redazione del testo e degli Stati che lo sottoscrissero. Si tratta di un obiettivo che appare peraltro in contrasto con altri trattati e sentenze internazionali. L’esistenza di un diritto all’aborto, infatti, è stata già negata dalla Corte Europea dei Diritti Umani (2002). La stessa CEDU non è mai arrivata a negare totalmente la qualità umana della natura del nascituro e il suo diritto a essere protetto.

La bozza non riflette certamente le convinzioni di tutti i membri del Comitato per i Diritti Umani ed è piuttosto il frutto di una minoranza attiva. Se approvata, tuttavia, questa interpretazione dell’Accordo (il termine tecnico “Commento Generale”) avrebbe un forte potere di orientamento sulle legislazioni nazionali, anche perché gli Stati inadempienti sarebbero suscettibili di critiche da parte del Comitato riguardo al loro livello di rispetto dell’Accordo sui Diritti Civili e Politici.
Il comitato è stato particolarmente solerte nel togliere dalla bozza ogni riferimento al bambino, rigettando l’esistenza stessa di una vita umana prenatale, come se la vita umana incominciasse alla nascita. Ne consegue un inevitabile declino del livello di protezione del diritto alla vita, non solo rispetto alla pratica dell’aborto, ma anche rispetto a ogni altra forma di manipolazione, sfruttamento, commercializzazione, uso strumentale dell’essere umano per applicazioni biotecnologiche.
In contrasto con le finalità dichiarate del documento, nulla viene proposto per salvaguardare il diritto alla vita delle donne che intendono portare avanti la loro gravidanza né sul dovere degli Stati di offrire misure per prevenire il ricorso all’aborto.

Per quanto riguarda il fine vita, il Comitato riconosce –bontà sua- che gli Stati dovrebbero prendere adeguate misure per prevenire i suicidi, specialmente tra gli individui in situazioni di vulnerabilità. Allo stesso tempo, tuttavia, chiede che gli Stati non impediscano a medici e infermieri di facilitare la morte di individui feriti a morte o affetti da malattie terminali, in condizioni di grave sofferenza fisica o psichica e desiderosi di morire “con dignità”. Fatto l’invito ad aprire a eutanasia e suicidio assistito, il Comitato ONU per i Diritti Umani si preoccupa solo che sia verificato il consenso del paziente, per il quale si richiede che sia libero, informato, esplicito e privo di ambiguità. Troppo poco per l’obiettivo dichiarato di proteggere il diritto alla vita dei pazienti da inaccettabili forme di pressione o di abuso.

Gian Luigi Gigli
Presidente Movimento per la Vita Italiano

Nazioni Unite a lavoro per consolidare il diritto all’aborto – Gian Luigi Gigli, Si alla Vita Settembre 2017