“Roboetica”, serve equilibrio nello sviluppo delle biotecnologie – Simone Tropea, Si alla Vita Settembre 2017, Anno XXXIX, n° 01/2017, pag. 30

Il 17 luglio di quest’anno un gruppo di specialisti costituito da membri del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) e del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita (CNBBSV), hanno preparato un documento sugli “Sviluppi della robotica e della robo-etica”, in cui emergono alcuni dati fondamentali per la riflessione bioetica in generale ed in particolare per quella nicchia di impavidi che tentano di seguire e “cronometrare” il ritmo frenetico della mutazione antropologico-culturale, per molti aspetti radicale, che accompagna la rapida evoluzione delle biotecnologie, la cui presenza pervasiva è oramai sempre piú evidente in ogni settore della vita sociale ed individuale.
Un cambiamento strutturale che sta avvenendo in modo irreversibile e soprattutto in un periodo di tempo sempre piú ridotto e caratterizzato da una sorta di accelerazione costante. I dati più significativi, se si sceglie di adottare un approccio alla questione di tipo “filosofico”, sono quelli che rivelano una logica sottile ed inquietante (non necessariamente in senso negativo), che potremmo definire: «la logica delle sproporzioni», o meglio ancora, «dello scarto strutturale«.
Un tentativo ermeneutico volontariamente precario e perfettibile che tuttavia ci serve per comprendere l’origine della preoccupazione e dell’esaltazione, le due facce della stessa medaglia, che accompagnano generalmente la ricerca e l’innovazione biotecnologica. Cercheremo di sviscerare brevemente la sproporzione piú importanti e forse anche piú elementare, le cui implicazioni etiche e politiche non sono peró per nulla irrilevanti,come tenteremo di dimostrare ricorrendo ad un esempio concreto.
Raffaele Prodromo, membro dell’Istituto italiano di Bioetica, già in un articolo dell’aprile 2013 intitolato “Ai confini dell’umano: le frontiere mobili delle biotecnolgie”, faceva notare comeIl dibattito etico-giuridico sulle biotecnologie pone le premesse fattuali di un problema filosofico che va oltre le pur legittime preoccupazioni di ordine economico legate all’enorme giro di interessi e di ricavi che le contemporanee industrie biotech mettono in preventivo se non giá in bilancio. Si tratta infatti di definire una concezione condivisa della natura umana, a partire dalla quale poi elaborare concretamente una rotta di navigazione nel mare ampio (ma pericoloso) delle biotecnologie.
Una “concezione condivisa”, quindi un orizzonte comune che una volta riconosciuto renda possibile tracciare delle linee programmatiche, che peró, purtroppo o per fortuna, ad oggi, non esiste. O per meglio dire, ne esistono molti, ed ognuno, in un quadro culturale tendenzialmente liberale rivendica a torto o a ragione il diritto ad affermare fattualmente la propria visione particolare. Tanto piú se questo principio trova una conferma oggettiva nella dinamica stessa del fare ricerca. Ovvero incontra un supporto empirico alla tesi dell’assenza di un orizzonte che si traduce inevitabilmente nella possibilitá di definirlo autonomamente, elaborando dei criteri d’azione funzionali alla propria visione e strutturando magari anche un’etica, che sarebbe né piú e né meno arbitraria di qualsiasi altra.
L’immagine generale delle biotecnologie intese come un mare ampio ma pericoloso dice in effetti il primo grande scarto, la prima sproporzione profonda che caratterizza la riflessione etica nel processo di accompagnamento e regolamentazione delle nuove biotecnologie: la velocitá della navigazione, ovvero le conseguenze antropologiche, etiche ed in generale culturali degli sviluppi della ricerca, superano o ignorano sistematicamente l’ipotetico limite, l’originaria intenzione o addirittura le ragionevoli aspettative del ricercatore e del promotore della ricerca. Per non parlare poi degli ammonimenti o dei consigli del moralista.
Se consideriamo anche il fatto che ogni esito rappresenta a sua volta una condizione di possibilitá per ulteriori sviluppi ecco che ci accorgiamo di quanto sia ingenuo ritenere “delimitabile” o “contenibile” entro un raggio di prevedibilitá piú o meno accettabile, l’impatto e gli esiti delle sperimentazioni. Essere consapevolmente aperti alla ricerca, quindi, significa in primo luogo considerare che nella sua dinamica strutturale essa, in virtú di quella che un altro grande filosofo partenopeo, Gianbattista Vico, avrebbe definito “l’eterogenesi dei fini”, presenta sempre un “plus”, un fattore d’imprevedibilitá che è allo stesso tempo la sua ragione d’essere e la mola che fa scattare quell’atteggiamento di comprensibile prudenza che auspica, a volte, il suo non dover essere. Oppure, e qui subentra un interessante principio di lungimiranza e discernimento politico, il suo non poter essere ancora.
Ci urge sottolineare questo aspetto perché di fatto da qui origina l’ingestibilitá di ogni altra forma di sproporzione. Nonostante esistano effettivamente delle linee di riflessione teorica che delineano in modo chiaro l’orizzonte di governance delle nuove tecnologie. Principi interessanti ma tendenzialmente inefficaci se tracciati sconsideratamente a prescindere dal riconoscimento dell’imprevedibilitá strutturale che caratterizza ogni processo di innovazione. Uno per tutti, basti considerare la prima grande diseguaglianza, riportata dal testo di cui sopra, quella che comunemente si definisce “robotic divide”. Un concetto che indica letteralmente quella separazione o frammentazione sociale che avviene tra chi riesce a stare dentro e chi invece viene a trovarsi escluso dalla rivoluzione tecnologica ed in particolare robotica. Le cause dello scarto sociale sono principalmente di natura culturale, anagrafica, economica oppure anche motivazionale.
Per colmare questo scarto urge sviluppare e soprattutto realizzare efficacemente dei programmi di “public awarness della tecnologia” in primo luogo per facilitare la riconversione di quei lavoratori che si trovano ad essere carenti di competenze professionali adeguate al cambio rapido delle tecnologie e non sono in grado, per mancanza di mezzi adeguati, di affrontare un percorso di adattamento. Pradigmatico resta il caso della Nokia e di Foto•M che viene preso ad esempio dagli esperti. Nel testo si afferma:

Simone E. Tropea
Agenzia Vitanews

“Roboetica”, serve equilibrio nello sviluppo delle biotecnologie – Simone Tropea, Si alla Vita Settembre 2017