USA, nuovo dibattito sull’aborto: in discussione il limite oltre le 20 settimane

Negli Stati Uniti, ma non solo, il tema dell’aborto è tra quelli che maggiormente suscita “inquietudine” ed esigenza di “ripensamento”. Dal 1973, anno in cui – caso pressoché unico nel panorama mondiale – l’aborto di fatto è stato reso legale non dal Parlamento, ma dalla Corte Suprema, il dibattito non si è mai sopito sia a livello di Congresso federale, sia a livello di singoli Stati. Inoltre, la Corte Suprema più volte è tornata sull’argomento con una giurisprudenza oscillante e spesso contrastata.

L’anno della svolta in senso abortista è stato, appunto, il 1973 quando la Corte Suprema accolse le istanze liberal-abortiste nelle sentenze Jane Roe, et al. v. Henry Wade, e Doe et al. v. Bolton, che affermavano il diritto di abortire come diritto di libertà costituzionalmente garantito. In particolare, la prima decisione – una delle più controverse del XX secolo – è quella che più ha colpito l’opinione pubblica e che maggiormente ha influenzato le legislazioni abortiste e trasformato la vicenda sociale e politica americana. La Corte Suprema stabilì che “il diritto alla privacy (…) basato sulle nozioni di libertà individuale e limitazioni all’ingerenza statale sancite dal quattordicesimo emendamento” comprende anche “la libertà della donna di interrompere la gravidanza”. Come è ormai noto, all’origine di questa sentenza vi è una storia costruita ad arte. Norma Mc Corvey – questo è il vero nome di Jane Roe – in un intervista del 2005 – ha svelato alcuni inquietanti retroscena della sentenza più celebre d’America in tema di aborto, evidenziandone peraltro gravissime implicazioni e concludendo in questi termini: «Una delle confessioni che devo fare è che nel 1973 ho mentito, dichiarando di essere rimasta incinta dopo essere stata violentata da una banda. Sarah Weddington ci basò buona parte della mozione, sapendo che gli americani sarebbero certo stati a favore dell’interruzione della gravidanza per una donna stuprata. Ma non era vero. Avevo mentito. La legge che ha ucciso milioni di vite era nata da una bugia». In entrambe le decisioni, l’argomentazione prende le mosse dal “diritto di privacy” e non vi è in queste decisioni alcuna considerazione dell’interesse del nascituro, tanto che gli stessi limiti posti alla privacy della donna sono dovuti o al dato statistico del crescente rischio per la salute della madre derivante dall’aborto a gravidanza avanzata fino a superare statisticamente i rischi, sempre per la salute della madre, che derivano dal parto, ciò che avviene verso il compimento del terzo mese oppure all’interesse statale per la nascita di bambini, interesse che assume rilevanza dal momento della vitalità del feto. Si noti che anche nell’ultimo trimestre di gravidanza non è affermato un obbligo costituzionale di difendere la vita, ma solo la facoltà degli Stati di vietare l’aborto. Su questa base, infatti, ha potuto negli anni successivi affermarsi la pratica dell’«aborto tardivo» sia mediante iniezione nel feto di sostanze letali e successiva estrazione dello stesso, sia mediante la procedura c.d. «aborto a nascita parziale» (“Partial birth abortion”). La struttura fondamentale delle due sentenze americane mostra una logica stringente che si mantiene tale solo a condizione di pagare un prezzo altissimo: la cancellazione del nascituro come individuo vivente appartenente alla famiglia umana e la negazione del valore proprio ed autonomo della vita di ogni singolo.

Gli anni immediatamente successivi al 1973 videro l’affermarsi della logica contenuta nelle decisioni «Doe» e «Roe». Tuttavia, a partire dalla fine degli anni 80 comincia a farsi largo il tentativo di un graduale ripensamento soprattutto con riferimento all’utilizzo di strutture, fondi o dipendenti pubblici finalizzati agli aborti non connessi alla salvaguardia della vita della madre; all’uso di fondi federali a favore di programmi comprensivi dell’aborto come metodo di pianificazione delle nascite, alla questione della vitalità del non nato, alla partecipazione del marito alla scelta abortiva. Nella seconda metà degli anni 90 l’attenzione della Corte Suprema si è rivolta soprattutto all’attività delle organizzazioni pro-life volte a impedire o a ostacolare alle donne l’accesso alle cliniche abortiste. La Corte ha in sostanza riconosciuto ai gruppi pro-life il diritto di esprimere anche attraverso aperte manifestazioni il proprio dissenso all’aborto, a condizione, però, di consentire l’ingresso alle cliniche. La giurisprudenza costituzionale rappresenta sicuramente il momento più intenso della riflessione giuridica in tema di aborto negli Stati Uniti. Essa tuttavia si colloca all’interno del più generale dibattito sociale e politico-legislativo. E’ noto, infatti che protagonisti del dibattito non sono soltanto i giudici, ma anche i Presidenti succedutisi alla Casa Bianca, gli Stati, i cittadini, i Parlamenti.

Proprio a quest’ultimo riguardo viene il recente dibattito sulla legge che vuole limitare l’aborto oltre le 20 settimane (salvo i casi di pericolo per la vita della madre, stupro o incesto) a causa del dolore inflitto al piccolo bimbo in viaggio verso la nascita. “Pain-Capable Unborn Child Protection Act” (“Legge per la protezione del bambino non nato capace di provare dolore”) è il titolo del testo approvato dalla Camera dei rappresentanti il 3 ottobre scorso e ora all’attenzione del Senato. Che un essere umano allo stadio fetale sia capace di provare dolore giunto alle 20 settimane di vita nel grembo materno è ormai noto grazie alle più avanzate evidenze scientifiche, tanto che in base alle stesse conclusioni mediche, oggi già 17 Stati proibiscono l’aborto attorno alla ventesima settimana di gestazione.

La proposta di legge in oggetto modifica il codice penale federale punendo con una multa, con la reclusione per cinque anni o con entrambe le sanzioni chiunque esegue o tenta di eseguire un aborto oltre le venti settimane di gravidanza (la donna è esclusa dalla punizione).

Già nel 2013 e nel 2015 era stato presentato un analogo disegno di legge che superato il voto favorevole alla Camera, fu respinto dal Senato. Questo nuovo tentativo rappresenta un’ulteriore spinta a ripensare l’aborto legale alla luce del bambino non ancora nato. Rispetto a qualche anno fa co sono elementi che fanno sperare in una evoluzione in questo senso. Innanzitutto, rispetto alle tornate precedenti, è più ampia la maggioranza di seggi controllati dal partito repubblicano, tradizionalmente più allineato su posizioni di favorevoli alla difesa della vita nascente. Inoltre, è cambiato anche l’orientamento della Casa Bianca, che ora sostiene apertamente politiche di tutela del nascituro. L’Amministrazione Trump, alla vigilia del voto, ha infatti dichiarato di sostenere con forza e di «applaudire la Camera dei Rappresentanti per i suoi sforzi che assicurano una difesa della vita». Donald Trump ha assicurato che promulgherà la legge se verrà confermata dal Senato. Tuttavia, la conferma del Senato non è affatto sicura. Anzi, il voto si profila complicato anche perché è un’approvazione al 60% per poter evitare l’ostruzionismo dell’opposizione.

Naturalmente speriamo che ciò non accada e che il disegno di legge divenga legge vera e propria. Qualche osservazione però va aggiunta. Nel porre limiti all’aborto di un bambino che ha raggiunto le 20 settimane di gestazione e che patisce dolore per questo, il fattore emotivo gioca un ruolo rilevante. Ma cosa cambia nell’essenza dello stesso figlio se anziché a 20 si trova, per esempio, a 15 o 12 settimane di gravidanza? E se invece fossero passati solo dieci o venti giorni dal concepimento? In altri termini, può dirsi che la capacità di provare dolore è criterio di umanità? Evidentemente, no. La difesa della vita nascente esige un coinvolgimento soprattutto razionale. L’emotività è assente di fronte a un figlio dell’uomo e della donna minuscolo come un puntino e collocato in una provetta. Il riconoscimento della sua umanità, infatti, fa appello alla ragione, implica lo sguardo della mente. La difesa della vita umana che inizia nelle dimensioni di un punto riguarda eminentemente la dimensione culturale. È qui che il valore dell’esistenza umana deve essere colto nella sua nuda essenzialità senza distinzioni motivate dal diverso grado di sviluppo o dalla sperimentabilità di capacità o funzioni. La questione della dignità umana e del conseguente principio di uguaglianza si pone in tutta la sua radicalità: se il non nato è uno di noi a 20 settimane, è uno di noi anche a 15, 12, 10, 8 settimane. È uno di noi sempre e lo è necessariamente anche quando comincia ad esistere nella dimensione di un punto. È evidente che si tratta di sensibilizzare attraverso l’educazione e iniziative culturali, la coscienza dei singoli e della società. La coscienza è rimasta l’unico possibile baluardo a difesa della vita nascente, ma perciò indispensabile che almeno il riconoscimento del concepito come uno di noi trovi espressione formale nella legge.

Marina Casini, Vicepresidente del Movimento per la Vita italiano

 

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