Lettera al popolo della Vita

Questo numero di Sì alla Vita andrà in stampa mentre ci accingiamo ad aprire a Milano il 37° Convegno Nazionale dei Centri di Aiuto alla Vita e delle Case di Accoglienza, preceduto dal prologo delle sessioni speciali dedicate alle Case di Accoglienza e alla rete di SOS Vita.

Il titolo generale del convegno di quest’anno è affascinante e impegnativo: “I Centri di Aiuto alla vita, Vivai di un nuovo Umanesimo: pensieri e azioni oltre la corrente”.

Auspicare la fioritura di un nuovo umanesimo sottintende implicitamente il vecchio umanesimo non regge più alle sfide antropologiche, etiche e sociali dell’oggi.

Del resto, è evidente che sotto la spinta soprattutto delle biotecnologie l’umano è andato trasformandosi in un trans-umano, fino al punto di parlare anche di un post-umano.

Se questo è il dibattito che a partire dall’umanesimo si è sviluppato nella cultura odierna, nella percezione comune e nella vita del popolo l’impressione diffusa è che un umanesimo privato di ogni riferimento al trascendente ha finito per ritorcersi proprio contro l’uomo che intendeva esaltare.

È come se un eccesso di umanesimo, la pretesa di un troppo umano, invece di fondare un mondo più umano, avesse finto per crearne uno disumano, con esasperazione dei diritti di alcuni, ma sempre meno capace di assicurare a tutti gli esseri umani dignità e rispetto, sempre meno capace di rispettare anche il creato e con esso la vita delle future generazioni.

Insomma un avvilimento dell’umanesimo, sacrificato sull’altare dell’esaltazione dell’individuo.

Nel discorso ai membri della Pontificia Accademia per la Vita del 5 ottobre, Papa Francesco, esaminando le mutazioni socio-culturali in atto, arriva ad affermare che “La creatura umana sembra oggi trovarsi in uno speciale passaggio della propria storia che incrocia, in un contesto inedito, le antiche e sempre nuove domande sul senso della vita umana, sulla sua origine e sul suo destino.

Il tratto emblematico di questo passaggio può essere riconosciuto sinteticamente nel rapido diffondersi di una cultura ossessivamente centrata sulla sovranità dell’uomo — in quanto specie e in quanto individuo — rispetto alla realtà. C’è chi parla persino di egolatria, ossia di un vero e proprio culto dell’io, sul cui altare si sacrifica ogni cosa, compresi gli affetti più cari. Questa prospettiva non è innocua: essa plasma un soggetto che si guarda continuamente allo specchio, sino a diventare incapace di rivolgere gli occhi verso gli altri e il mondo. La diffusione di questo atteggiamento ha conseguenze gravissime per tutti gli affetti e i legami della vita (cfr Enc. Laudato si’, 48).

Consapevole dei rischi delle trasformazioni in atto, il Papa invita a resistere all’anestesia e all’avvilimento dell’umanesimo.”

Senza voler in alcun modo negare “la legittimità dell’aspirazione individuale alla qualità della vita e l’importanza delle risorse economiche e dei mezzi tecnici che possono favorirla” il Papa mette in guardia dalla spregiudicatezza del “materialismo che caratterizza l’alleanza tra l’economia e la tecnica, e che tratta la vita come risorsa da sfruttare o da scartare in funzione del potere e del profitto”, denunciando il fatto che “uomini, donne e bambini di ogni parte del mondo sperimentano con amarezza e dolore le illusorie promesse di questo materialismo tecnocratico. Anche perché, in contraddizione con la propaganda di un benessere che si diffonderebbe automaticamente con l’ampliarsi del mercato, si allargano invece i territori della povertà e del conflitto, dello scarto e dell’abbandono, del risentimento e della disperazione”.

Un quadro desolante, rispetto al quale Francesco ci sprona a superare la tentazione della nostalgia del passato e del lamento sul presente. Consapevoli invece della “vera e propria rivoluzione culturale quella che sta all’orizzonte della storia di questo tempo”, il Papa ci spinge, da cristiani, a riprendere l’iniziativa, perché “un autentico progresso scientifico e tecnologico dovrebbe invece ispirare politiche più umane”.

Il compito è impegnativo e richiede tenacia e pazienza per i tempi lunghi del vivaio. Un nuovo umanesimo che non vive più di denuncia sterile e di rimpianto del mondo perduto, ma che incomincia ad essere presente già ora, incontrabile nell’oggi della storia grazie alla presenza di donne e uomini capaci, dove la disumanità avanza, di testimoniare ricostruendo l’umano,  di generare pensieri e azioni oltre la corrente.

Sono i temi che cercheremo di approfondire durante il Convegno, consapevoli del fatto che grava su di noi una grande responsabilità: “L’accompagnamento responsabile della vita umana, dal suo concepimento e per tutto il suo corso sino alla fine naturale è lavoro di discernimento e intelligenza d’amore per uomini e donne liberi e appassionati”.

Alle nostre volontarie e ai nostri volontari è affidato proprio il compito di “resistere all’anestesia all’avvilimento dell’umanesimo”, diffusa dal pensiero unico imperante. Un compito esaltante, all’altezza solo di “uomini e donne liberi e appassionati”, preparati e attrezzati in un momento in cui non solo si moltiplicano le sfide, ma sta cambiando l’utenza stessa dei nostri CAV e mentre la riforma del Terzo Settore ci costringe ad adeguare e rafforzare le nostre strutture, per non perdere l’opportunità di una più efficace testimonianza.

Su questi temi, non solo ascolteremo la parola di esperti, ma avremo l’opportunità di approfondirli e di discuterne liberamente tra noi all’interno dei gruppi di lavoro.

Come sempre, il Convegno sarà anche l’occasione per scambi di esperienze, per rinsaldare amicizie, per rafforzarci nella reciproca testimonianza, per fare festa insieme.

Arrivederci dunque numerosi a Milano, la città italiana più moderna ed europea, quella che meglio può simbolizzare il senso della sfida, una sfida per costruire il futuro, un futuro che noi  vorremmo più accogliente ed umano per tutti.

Gian Luigi Gigli, Presidente del Movimento per la Vita Italiano

 

Lettera al popolo della Vita