Vero e falso umanesimo

Quasi un secolo fa l’intellettuale russo Nikolaj Berdjaev, testimone diretto della rivoluzione d’ottobre e pensatore cristiano lucidissimo, di spirito acuto, quasi profetico, comprendeva il suo tempo a partire dall’analisi di un fenomeno socio-antropologico complesso eppure incredibilmente banale. Un fenomeno che, rispondendo alla legge ineluttabile dei cicli e ricicli storici, si presenta di nuovo come la cornice in cui si incastra la fisionomia culturale del nostro presente. Si tratta, in una parola, dell’individualismo.

Un atteggiamento esistenziale di fondo rispetto al quale però Berdjaev non sbrodolava una piagnucolosa mormorazione, né opponeva una critica moralistica e sdegnata, ma si limitava ad osservarlo notando, quasi con ironica sapienza, la sua debolezza intrinseca, la sua intima e totale inconsistenza.

L’individualismo – scriveva- non è per nulla ontologico, non si fonda su alcunché di imperituro. Per di più l’individualismo non è in grado di rafforzare la personalità, di mettere in risalto l’immagine dell’uomo. In un’epoca individualista, le “individualità” notevoli, le forti personalità non fioriscono. La civiltà individualista, con la sua democrazia e il suo materialismo, la sua opinione pubblica, la sua stampa, la sua borsa e il suo parlamento, ha contribuito alla morte e all’abbassamento della personalità. All’infiacchimento delle individualità, al livellamento e alla mediocrità universali.

L’umanesimo in origine era sorto dal bisogno di riscoprire positivamente la centralità e la dignità dell’uomo, offuscate da un sistema politico-culturale centrato in un cristianesimo di facciata, in cui anche il ruolo della Chiesa era stato ridotto a quello di infrastruttura religiosa di un apparato mondano. Lo stesso cristianesimo, ostile ad ogni forma di manipolazione e strumentalizzazione politica aveva prodotto l’umanesimo, come esigenza di ritorno dell’uomo all’Uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, come un grido, come una preghiera di libertà ed autenticità.

L’umanesimo cristiano, era ed è espressione di una fede che trova nell’incarnazione del Verbo, nel mistero del Dio che si fa uomo, riscattando l’uomo dall’abisso infinito della sua solitudine ontica, il segreto della sua bellezza, della sua forza, nonché del suo carattere storicamente e politicamente fecondo. Ma ben presto, nel giro di poco tempo questa parabola culturale così significativa per la storia dell’Occidente, per le ragioni di sempre, i grandi compromessi e le facili contrattazioni con la mediocrità, era andata degenerandosi fino a contenere in sé i germi di quel fenomeno tutto moderno che avrebbe prodotto l’atomizzazione integrale del corpo sociale e che, a sua volta, era destinata a risolversi in un altro fenomeno parimenti deleterio: il socialismo.

Questo, per Berdjaev, non rappresentava altro che la fase inversa della scomposizione in atomi, ovvero: un amalgama meccanica di atomi. Un modo di intendere la società umana per cui il singolo individuo non è altro che il tassello sostituibile di un puzzle arbitrariamente disegnato dalla fantasia dell’architetto di turno. Che come un bambino eccitato inventa e reinventa continuamente la forma della realtà, che in se stessa, non esiste.

Il singolo uomo, sganciato da un tessuto relazionale di cui si scopre figlio nel quale è chiamato ad essere padre, è invece costretto a comprendersi come un pezzo reversibile di un meccanismo cosmico fine a se stesso. Privo di qualsiasi scopo, egli è nelle mani di un padrone che gli resta sconosciuto, di quella potenza sovrumana e disumana che si impadronisce della società allorquando questa non vuole conoscere la Verità, la sacrosanta Verità di Dio, come scriveva il nostro teologo.

Evidentemente quando parla del misconoscimento di Dio, parla del fatto che culturalmente lo scadere in una visione egocentrica (a livello di individuo o di società) ed immanente della realtà essa non ci appare più per come è “veramente”, ovvero un fatto che ci precede, che ci accompagna e  ci trascende, ma solo come uno spazio fisico che inizia e si risolve tutto nel recinto di un “io assoluto ed assolutamente solo”, condannato a compiere poche ed insensate giravolte su se stesso.

La perdita del senso della trascendenza coincide con la perdita, quindi, della categoria dell’altro, della dimensione dell’oltre il contingente e il momentaneo, che permea e definisce il contingente e il momentaneo stessi nel perimetro della loro concreta attualità.

Anche il tempo evapora, e i suoi doni ci sfuggono di mano. Le ideologie della prima metà del ‘900, così come tutto il sistema economico capitalista, prodotti di una concupiscenza divorante e distruttiva, non sono altro che l’estremo, disperato tentativo di colmare questo vuoto. Il vuoto di senso, la mancanza di un fondamento, la perdita dell’uomo concreto, che risponde al progetto amorevole e gratuito di un Creatore Buono, nell’idea astratta di uomo, come concetto vago e indefinito che viene ad indicare un modo genericamente peculiare in cui si organizza la materia. In cui si organizza, naturalmente, vuol dire, in cui l’uomo stesso la organizza. Tutti gli argomenti evolutivi al servizio del progetto “illuminato” della procreazione programmata degli esseri umani, come le applicazioni sociali degli studi botanici di Ernest Haeckel, o quelli eugenetici di Francis Galton; la distruzione sistematica di quella istituzione naturale, il matrimonio, in cui emerge il carattere fecondo della relazione, e quindi la negazione culturale della sessualitá come luogo in cui continua la vita dell’umanità, e non come azione meramente ludica, difesi da una “filantropa” come Margaret Mead; la pianificazione delle nascite conforme alle esigenze dell’economia del ben noto Thomas Malthus, per non parlare poi degli studi pro-eutanasia di un nobile ecologista come Peter Singer, hanno una tutti una matrice comune. Originano infatti dall’esperienza della disperazione e della mancanza di senso, quindi dalla maniacale ossessione di determinarlo a prescindere da un rapporto con la realtà, che caratterizza l’umanesimo ateo.

La conclusione però non può essere pessimistica per chi conosce le vie segrete della speranza che persiste. Non sarà che il nostro tempo, saturo di vacuità, cerca finalmente, di nuovo, una proposta di senso finalmente capace di redimere la sua disperazione e smascherare le ipocrite e fallimentari soluzioni offerte da una manciata di insipidi surrogati? A cosa o a chi volgerà lo sguardo?

Simone Tropea, Agenzia Vitanews

 

Vero e falso umanesimo