Comunicare il messaggio. Annodare la rete tra di noi e con gli altri

Il titolo dell’intervento affidatomi collega la comunicazione del messaggio della vita nascente con il compito di tessere – o, meglio, di “annodare” – la rete tra di noi e con gli altri.

Tra di noi, cioè tra i volontari che fanno parte dei singoli Centri di Aiuto alla Vita, tra i Centri del medesimo territorio, tra questi e il Movimento per la Vita regionale e nazionale. E con gli altri, cioè con le altre associazioni impegnate sui temi della vita e della famiglia (pensiamo a tutto il mondo del Forum delle Associazioni Familiari, di cui il Movimento per la Vita è attivo partecipe), con gli organismi pastorali della Chiesa impegnati sia a livello locale che nazionale (in primis gli Uffici di Pastorale Familiare, le Caritas) e con le realtà associative non cattoliche sensibili ai temi della vita.

PERCHÉ ANNODARE LA RETE

Proviamo ad entrare nel tema confrontandoci con un quesito preliminare: perché annodare la rete? Cioè quali ragioni rendono necessario un costante, intenso, adeguato “lavoro di tessitura” delle relazioni interne ed esterne al Movimento per la Vita?

La rete va annodata innanzitutto perché senza rete, non c’è messaggio. Mancanza di rete significherebbe, infatti, frammentazione, disgregazione, atomizzazione di volontari e gruppi. In una tale situazione il messaggio della vita rischierebbe di divenire afono, debole, privo dell’energia necessaria per farsi sentire. Sarebbe inoltre disfonico, cioè confuso, alterato, incomprensibile. E del resto, fermi restando gli innumerevoli frutti di bene seminati nei tanti anni di impegno del Movimento per la Vita, nonostante il prezioso “risultato” di aver accompagnato alla nascita decine e decine di migliaia di bambini destinati all’IVG, occorre interrogarsi con concretezza sui ben più numerosi bambini concepiti ma mai nati e su quanti altri, se fossimo stati più capaci di fare squadra¸ sarebbero venuti alla luce. Occorre su questo una seria verifica, per lanciare ancora più avanti il fronte della vita.

Andando ulteriormente a fondo,il tema dell’annodatura ci spinge ad affermare che si tratta di un lavoro necessario perché la rete “è” il messaggio. Nel capitolo 13 del Vangelo secondo Giovanni, al versetto 35,  leggiamo: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». Il Signore ci invita a comprendere che lo specifico del cristianesimo, che l’elemento distintivo delle realtà che da esso nascono, è l’unità. Non la filantropia, non l’impegno culturale, nemmeno le pratiche religiose. Un volontariato e un associazionismo cristiano divisi sarebbero irriconoscibili e incomprensibile diventerebbe il loro messaggio, svuotato dall’interno di significato e credibilità.

LA CRISI DELLE RETI

Tutto questo nostro parlare di annodature nasce dalla constatazione che le reti associative, e tra queste anche le nostre reti, vivono un tempo di crisi. I rapporti sul volontariato in Italia denunciano la progressiva polverizzazione delle associazioni. Sempre più piccole, al punto che aumenta il fenomeno delle associazioni dei presidenti (cioè associazioni composte da pochissime persone, composte “solo” da coloro che le presiedono). E sempre più scollegate, distanti le une dalle altre, prese da una sorta di egoismo associativo, incapaci di comprendere che la solidarietà non si può diffondere con metodi nonsolidali. Come se il comandamento dell’amore valesse solo nella relazione tra le persone, non anche tra i gruppi di persone. Non è difficile comprendere quanto un associazionismo polverizzato, pulviscolare, inconsistente è destinato ad una inesorabile marginalità e residualità.

A ben vedere la crisi delle reti non riguarda solo il mondo del volontariato e dell’associazionismo.Affonda le radici nella deriva autoreferenziale, da tempo denunciata,che atomizza il vivere umano. Così leggiamo, ad esempio, nella traccia preparatoriadel Convegno Ecclesiale nazionale di Firenze 2015: «il male del quale il nostro tempo sembra soffrireè l’autoreferenzialità[…] Tutto cispinge a ritenere di essere autosufficienti e che questo poggiareunicamente su noi stessi sia il principio della vera libertà. L’autoreferenzialitàè così pervasiva che s’insinua nella vita dei singolicome in quella delle comunità, nella vita del Paese e anche in quelladella Chiesa».[1]

Assai significativo che il Santo Padre, nel secondo numero dell’Evangelii Gaudium, inserisca la coscienza isolata – l’idea malsana del “meglio soli” – tra le radici della tristezza individualista che impedisce di gioire del Vangelo e della vita.

Su questi scenari s’è chiaramente espresso il neopresidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, nella prolusione di insediamento del 25 settembre 2017: «in questo tempo di particolarismi e allentamento dei legami ci può essere la tentazione di andare ciascuno per la propria strada. Isolarsi è una tendenza che può entrare anche all’interno della Chiesa ma che va allontanata con decisione».

PER UNA SPIRITUALITÀ DELL’UNITÀ

Il cardinale Bassetti non si limita a denunciare i problemi ma indica con chiarezza la strada: «per portare la luce […] in questo mondo nuovo, [occorre] far affidamento su alcune […] bussole di orientamento […]: lo spirito missionario; la spiritualità dell’unità; e la cultura della carità».Sulla spiritualità dell’unità, intesa come profonda disposizione ad una vita comunionale,Bassetti affonda ulteriormente il colpo, sottolineando che: «non è auspicabile che, nonostante le diverse sensibilità, i cattolici si dividano in “cattolici della morale” e in “cattolici del sociale”». E conclude la sua prolusione allargando lo sguardo oltre i sagrati: «i cattolici hanno una responsabilità altissima verso il Paese. Dobbiamo, perciò, essere capaci di unire l’Italia e non certo di dividerla […] Perché il futuro del Paese significa anche rammendare il tessuto sociale dell’Italia con prudenza, pazienza e generosità».

Che si debba lavorare a costruire e custodire l’unità è, del resto, questione di buon senso. Basta riportare alla mente il detto popolare, secondo il quale l’unione fa la forza.Al bambino non ancora nato, alla sua mamma in difficoltà che cosa serve?Una rete slabbrata e divisa? Un gruppo di volontari scollegato? Un volontario solitario?

Eppure la strada da seguire per combattere le strutture di peccato che affliggono e falcidiano i bambini non ancora nati, ce la suggerisce già da tempo, con estrema chiarezza il Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica, che, al numero 193, indica la necessità di sviluppare strutture di solidarietà. Non con l’impegno dei singoli, ma solo con la costruzione di un sistema solidale, sarà infatti possibile fronteggiare l’avanzata dei sistemi disumanizzanti. Divide ed impera, suggeriva un antico motto latino, indicando come una realtà frammentata sia più facilmente soggiogabile.

Parlavamo di rete come espressione di buon senso. Eppure, come chiaramente denuncia il sociologo Ulrich Beck nel noto saggio sulla Società del rischio, nonostante ciò perseveriamo nel cercaresoluzionipersonali a contraddizioni sistemicheela salvezza individuale da problemicomuni. Si tratta di una strategia evidentemente fallimentare. Forse il buon senso è venuto meno?

O forse il problema è che “camminare insieme” comporta una scelta determinata, chiara, ferma… e chiede la disponibilità a perdere qualcosa, a rinunciare ad un pezzetto della propria autonomia.“Mea Massima Peoenitentia vita communis”,[2]diceva san Giovanni Berchmans, indicando le difficoltà della vita comunione. Del resto, se la cosa semplice e gradevole, sarebbe già universalmente diffusa e non ci sarebbe bisogno dei cristiani. Il fare rete, lo stare in rete, richiede dunque una specifica intenzionalità e la comporta il sacrificio di sé. In questo il cardinale Bassetti va diritto al punto da cui occorre iniziare e lancia «un forte richiamo a un maggiore apprezzamento tra le diverse realtà ecclesiali, in un’autentica gara a stimarsi e valorizzarsi a vicenda (cfr. Rm 12, 10)». Un invito antico, ma sempre molto attuale!

Marco Giordano, Presidente Nazionale Federazione Progetto Famiglia

[1]Conferenza Episcopale Italiana,In Gesù Cristo il nuovo umanesimo. Traccia in preparazione al 5° convegno ecclesiale nazionale, 2015.

[2]La vita comune è la mia massima penitenza”

 

Comunicare il messaggio. Annodare la rete tra di noi e con gli altri