Case d’Accoglienza, luoghi che donano speranza a cura di Antonio Mazza (Responsabile Casa di Trento)

Se dovessi rinascere, vorrei chiamarmi Speranza. Nascevo nel 1985 in un paese straniero. A soli nove mesi dovevo abbandonare le braccia della mamma per essere affidata con mio fratello di due anni al papà.  Sono rimasta con mio papà fino all’età di quindici anni. Spesso sia io sia mio fratello, anche se in tenera età, abbiamo dovuto subire pesanti maltrattamenti fisici. Solo la nonna paterna,pur gravemente malata, fino all’ultimo dei suoi giorni ha sempre cercato di offrire amorevoli cure nonostante il clima di sofferenza presente in famiglia. All’età di quindici anni uno zio materno si presentò alla nostra porta e mi mise in contatto telefonico con la mamma di cui non avevo ricordi, ma sola speranza di incontrare. Lei viveva in una città del meridione d’Italia e pagò circa 4 milioni di lire per farmi portare da una signora dal paese straniero in Italia. Non ricordo particolare espressione di gioia nei suoi occhi nel vedermi.  Dopo soli tre giorni da parte della mammae del suo compagno iniziarono pesanti maltrattamenti fisici.  I vicini di casa allarmati dalle continue urla e pesanti litigi coinvolgendo ilTribunale per i Minorenni  determinano il mio passaggio ad una struttura residenziale per minori. Fino all’età di diciotto anni sono riuscita finalmente a vivere la serenità di un clima familiare, sperato e mai provato prima.  Compiuti i diciottoanni, ho dovuto abbandonare la comunità non avendo un lavoro néopportunità abitativa. Purtroppo in tale situazione ho dovuto accettare di vivere sconfinando dalla legalità. Ho incontrato spacciatori che mi hanno anche usato per vendere droga.  In alcune occasioni di pesanti litigi ho dovuto subire e a volte usare violenza fisica. Anche per tali motivi ho scontato più di un anno di carcere. Durante quei lunghi mesi è maturata in me la volontà di un non facile cambiamento. All’età di 23 anni, riprendevo l’attività lavorativa che mi aveva permesso di stare lontana da pericolose compagnie. All’età di 25 anni speravo che la nascita della mia prima bambina potesse cambiare la mia vita ma per problemi di giustizia il padre veniva incarcerato e mi trovavo di nuovo sola.  Per quattro anni ho allevato con amore la mia bambina ma perso nuovamente il lavoro mi sono rifugiata nel paese straniero di origine, dove dopo sei mesi ho lasciato la mia bambina a mia sorella e sono tornata in Italia sperando di costruire un futuro migliore anche per lei.

Nel 2011 ho conosciuto un nuovo compagno e nell’autunno 2016in una situazione relazionale difficile scopro una nuova gravidanza e nella struttura dove mi ero rifugiata penso seriamente di voler impedire con l’aborto la nascita del bambino dentro di me. L’anziana responsabile della struttura, sempre schierata a sostegno della vita prende contatto con una struttura residenziale di prima accoglienza per mamma e bambino e dopo alcuni colloqui con i responsabili si riesce a farmi desistere. Nel Luglio 2017 sono accolta nella Casa e dopo i primi giorni di ambientamento riscopro l’amorevole calore di un’accoglienza e di un ascolto non giudicante. Sia gli educatori e i volontari, senza chiedere offrono il loro tempo cercando di sostenere la scelta non facile ma comunque obbligata e sacra della vita. Non ricordavo il calore che si prova nel sentire qualcuno che ti accompagna nella quotidianità. Il sorriso della mia bambina, nata pochi giorni fa, è il dono più bello, che mi ripaga delle tante sofferenze subìte. Mi auguro che il futuro possa serbare alle mie due bambine e a me stessa una serena gioia. Senza il sostegno e la vicinanza sperimentata negli ultimi mesi in Casa di Accoglienza sicuramente la mia bimba oggi non sorriderebbe alla sua mamma ed io sarei privata di un affetto che riscalderà sicuramente il mio futuro”.

Testimonianza di Speranza.

 

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