“Esistenze senza vita”, l’orrore delle politiche eutanasiche. di Simone E. Tropea, Agenzia Vitanews

Nel 1941 la Germania nazista partecipava alla biennale del cinema di Venezia, presentando un film dal titolo “Io accuso” (Ich klage an) , diretto dal regista   Wolfgang Liebeneiner, uno dei registi piú quotati del Reich, sotto la supervisione del Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda (ministero della propaganda nazista) . La trama ha come protagonista una giovane donna, Anna, la quale sviluppa progressivamente una sclerosi multipla, perdendo cosí  il suo vigore, la sua giovinezza, la possibilitá di vivere,  naturalmente secondo i parametri culturali propri del Reich, un’esistenza degna di questo nome. Suo marito, uno scienziato di fama, disperato tenta di trovare una cura. Ma invano. Cosí un vecchio corteggiatore della giovane , che ormai è diventato il loro medico di famiglia, consapevole del destino  tragico a cui va incontro Anna, a causa della sua malattia incurabile, accetta di aiutarla a morire “dolcemente”,  risparmiandole, in fin dei conti, un’atroce ed inutile sofferenza. Il film si chiude con la scena del medico processato per omicidio, che peró naturalmente viene assolto, una volta che i giudici si sono resi conto del carattere compassionevole, diciamo pure umanitario del suo gesto, posti di fronte alla domanda che pronuncia il medico :

«Vorreste voi, se invalidi, continuare a vegetare per sempre?».

La pellicola rappresentava una risposta del governo al disappunto che iniziava ormai a circolare nel popolo, a seguito dei fatti che erano sotto gli occhi di tutti. Ovvero quelli riguardanti l’applicazione del programma Aktion T4 ,anche detto :programma eutanasia. Un malessere espresso  soprattutto dalla popolazione cattolica del paese che, non essendo disposta a chiudere un occhio su quanto stava accadeno ormai da anni, fece sentire la sua voce nella persona del cardinale di Monaco, Clemens August Von Galen, suscitando cosí in Hitler, la decisione di rincarare la dose del “bombardamento ideologico” che accompagnava giá fin dal 1933 (l’anno in cui questi era divenuto cancelliere della Germania) le politiche di “igiene razziale”.

Ma cosa stava accadendo?

Il film seguiva ad un altro dal   titolato che gli addetti ai lavori sapranno sicuramente riconoscere  come tra i piú spietatamente cinici della storia: “Esistenze senza vita”. Qui la trama ha come protagonista un professore, il quale, con dati alla mano, tiene una lezione magistrale sul peso economico dei malati di mente nel sistema sanitario tedesco, intervallando il discorso  con frasi che esprimono compassione verso quei soggetti che si trovano in uno stato di grave infermitá mentale e naturalmente verso le loro famiglie. Giungendo cosí alla logica conclusione, tanto pragmatica, quanto etica, che la soluzione migliore sia liberare questi poveri infelici e le loro povere famiglie dal peso inutile di un’esistenza senza vita, cioè di un esistenza pseudo-umana, condannata all’infelicitá, segnata dalla mediocritá, insomma, tecnicamente parlando una “vita indegna di essere visuta”.

Come avrebbe potuto essere consapevole della malvagitá oggettiva della visione di fondo  alla quale rispondeva la sua visione personale della realtá, un tedesco medio, per esempio, un ragazzino che si trovava a studiare la matematica a scuola con esempi del tipo:

« Un pazzo costa allo Stato 4 marchi al giorno. Uno storpio 4,50, un epilettico 3,50. Visto che la quota media è di 4 marchi al giorno e i ricoverati sono 300.000, quanto si risparmierebbe complessivamente se questi individui venissero eliminati? »

Questo è il punto, per chi ha orecchi. In nome di una falsa compassione e obbedendo ad un pragmatismo spregiudicato, dal 1939 al 1941, vennero uccisi nel cuore della Germania oltre 200.000 tedeschi, ad iniziare dai bambini, che naturalmente furono i primi a pagare il prezzo della menzogna che diventa sistema, servendo da cavie per quella catena di morte che furono poi le camere a gas.  Inizialmente si usava il veleno, ma poi si pensó di passare a metodi piú sbrigativi, anche perché, secondo i piú esperti medici del Reich :cosa poteva mai capire  un malato di mente? Senza la capacitá di intendere e di volere del paziente infatti, il presupposto del consenso,  su cui si basa per esempio la visione anglo-americana dell’eutanasia,  naturalmente viene meno, e anche il valore del consenso dei suoi familiari puó ovviamente venir meno nel caso in cui l’intero nucleo familiare venisse in qualche modo riconosciuto dai medici come affetto da una qualche forma di disturbo mentale.  Lo stato, insomma, resta il padrone della vita e della morte dei cittadini ritenuti convenzionalmente “infelici”. Non è una deriva lontana e improbabile. Questa è la storia di un orrore, che sa molto di passato prossimo.

 

Esistenze senza vita (.pdf)