La Nia: cura o terapia? di Gian Luigi Gigli, Presidente Movimento per la Vita Italiano

Il nodo vero della legge sul biotestamento è quello riguardante la definizione per legge di idratazione e nutrizione
assistite come terapie (sempre e comunque) e come tali rifiutabili dal paziente (sia direttamente o attraverso disposizioni anticipate di trattamento) o da chi legalmente lo rappresenta.
Talvolta la nutrizione e l’idratazione assistita (NIA), possono aggravare le condizioni del paziente e sono da considerarsi inappropriate, Talora non sono più in grado di raggiungere lo scopo di procurare nutrimento al paziente o di lenirne le sofferenze, come ad esempio può verificarsi nella malattia oncologica avanzata. Oppure sono incapaci di evitare un esito inevitabilmente infausto a breve termine, rivelandosi perciò futili.
Non appare in alcun modo condivisibile l’opinione secondo la NIA possa essere sospesa in gravi disabili stabilizzati qualora il paziente abbia in precedenza dichiarato tale prospettiva non accettabile o qualora ciò sia voluto da chi legalmente rappresenta il paziente.
Ciò in particolare nei pazienti che versano in condizioni cliniche stabilizzate di prolungata compromissione della coscienza, come quelli in stato vegetativo, rispetto ai quali la sospensione delle cure non avrebbe altro scopo e significato che quello di anticiparne la morte.
I sostenitori di tale “diritto” ritengono che l’inclusione della NIA fra i trattamenti rifiutabili sia corretta, non potendosi escludere che in casi come questi la NIA divenga un trattamento sproporzionato.
È il caso di chiedersi tuttavia in che senso esso dovrebbe
essere valutato sproporzionato.
L’appropriatezza clinica è indiscussa ed anche la sua proporzionalità rispetto è quello che è l’obiettivo di cura, cioè assicurare al paziente i sostegni che gli permettono di vivere in quelle condizioni.
La NIA è un trattamento non oneroso, gestibile a domicilio e che non reca al paziente sofferenze aggiuntive, tanto più nelle condizioni di perdita prolungata della coscienza in cui egli si trova. Anche dal punto di vista soggettivo, dunque, sarebbe difficile definirla un trattamento sproporzionato (anche se è più corretto, a questo riguardo, parlare di straordinarietà –legata allo stato soggettivo- e non di proporzionalità, riferita a parametri clinici oggettivi).
Il caso dello stato vegetativo è emblematico, perché idratazione e nutrizione assistite, fino ad allora considerate assistenza di base, al pari del riscaldamento, dell’igiene personale e della mobilizzazione del paziente, furono riclassificate come “terapie” proprio a seguito della sentenza che nel 1990 permise di anticipare la fine di Nancy Cruzan, una disabile in stato vegetativo prolungato che non si decideva a morire.
Come per Nancy Cruzan, per Terri Schiavo e per Eluana Englaro, la sospensione di idratazione e nutrizione nei pazienti in stato vegetativo o di minima coscienza sottintende la decisione di affrettare intenzionalmente la morte di un paziente in condizioni stabilizzate che non stava morendo a causa della sua malattia.
Solo erroneamente si può ritenere che la sospensione possa essere invocata in base al criterio di proporzionalità. Essa, invece, è decisa per un giudizio negativo sulla condizione di vita che si ha di fronte, considerata indegna e non meritevole di essere lasciata proseguire.
Qualcuno, anche in casa cattolica, ha voluto vedere una apertura alla richiesta di sospensione di idratazione e nutrizione nel discorso del Papa al recente convegno promosso dalla sezione europea della World Medical Association e dalla Pontificia Accademia per la Vita. In realtà, se è vero che Papa Francesco ha certamente aperto una nuova prospettiva, mettendo risolutamente l’accento sulla relazione di cura, piuttosto che sulla riaffermazione di norme e sui ‘no’ da esse derivanti, è altrettanto vero che, nonostante maldestri e interessati tentativi di appropriazione, egli non ha modificato la dottrina della Chiesa Cattolica sul fine vita e tantomeno si è addentrato sul tema della idratazione e nutrizione assistite.
Per conoscere il Magistero della Chiesa sul tema, occorre invece riandare a una fondamentale presa di posizione
della Congregazione per la Dottrina della Fede,intervenuta a seguito dei precisi quesiti posti dalla Conferenzadei Vescovi USA. Secondo la Congregazionedella Dottrina per la Fede (CDF), le cui risposte furonoapprovate da Benedetto XVI il 1 Agosto 2007, “La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente”. Inoltre, attualizzando quanto previsto nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2279), la CDF ha escluso nettamente la possibilità che il nutrimento e l’idratazione forniti per vie artificiali a un paziente in “stato vegetativo permanente” possano essere interrotti quando esista la certezza morale che il paziente non recupererà mai la coscienza, perché questo “paziente è una persona (…) alla quale sono perciò dovute le cure ordinarie e proporzionate”.
È invece in atto un tentativo di far passare per accanimento la nutrizione e idratazione assistite nel paziente in stato vegetativo. Se passasse una simile visione, è evidente che l’amore e il sacrificio delle migliaia di famiglie che assistono per anni malati così impegnativi verrebbero a essere infangati come accanimento terapeutico. Soprattutto, si rischierebbe di mascherare la natura eutanasica della loro sospensione. Infatti, se l’eutanasia è un’azione o un’omissione che intenzionalmente provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore (Catechismo n. 2277), la sospensione di idratazione e nutrizione per accelerare la morte nei pazienti in stato vegetativo non può che essere considerata una forma di eutanasia omissiva. A meno che non si intenda limitare il concetto di eutanasia
solo alla sua forma attiva, derubricando quella omissiva a desistenza terapeutica, come molta bioetica laica vorrebbe.
Il motivo per cui si cerca intenzionalmente di far passare questa confusione sul significato dei diversi termini è presto detto:
Dopo i primi casi di morte per disidratazione e denutrizione, salirà spontanea la richiesta che divenga possibile porre fine alla vita alla vita di questi pazienti rapidamente. Sarebbe difficile negare, infatti, che sia più umano e misericordioso far morire un paziente in stato vegetativo con un’iniezione letale, piuttosto che lasciarlo morire lentamente per denutrizione e disidratazione.
Se ciò sarà possibile per il paziente gravemente disabile (nel suo interesse, naturalmente, e rispettandone la volontà, espressa legittimamente da chi ne è il rappresentante legale!), il cerchio si chiuderà poi con il successivo passaggio logico: perché negare lo stesso diritto a chi, sulla base del principio di autodeterminazione, vorrà esercitarlo in altre situazioni di malattia?