La riforma del Terzo settore che è diventato “primo” di Roberto Museo, Direttore Associazione dei Centri di Servizio per il Volontariato

Il terzo settore italiano ha attraversato gli ultimi quindici anni come se la crisi economica non ci fosse stata, crescendo a un tasso annuo costante dal 2001 ad oggi. È il commento più diffuso degli osservatori dopo che l’Istat ha reso noti il 20 dicembre 2017 i dati del “Censimento permanente sulle istituzioni non profit”. La proiezione dei dati raccolti aggiorna l’ultimo censimento compiuto nel 2011 e racconta ancora di un aumento rilevante di tutti gli indicatori.Le istituzioni non profit passano da 301 mila a 336 mila (+11,6 per cento), di cui 267 mila con volontari al loro interno (+9,9 per cento).Pressoché immutata la concentrazione delle istituzioni nel settore Cultura, sport e ricreazione (64,9 per cento) e la quota (36,7 per cento, -1,5) di quelle che hanno un orientamento “mutualistico”, cioè svolgono attività a beneficio dei soli soci dell’organizzazione; tutte le altre hanno invece un orientamento di “pubblica utilità”, quindi di carattere solidaristico verso tutta la comunità.I volontari crescono di ben 770 mila unità (+16,2 per cento), passando da 4 milioni e 758 mila a 5 milioni e 528 mila. Cresce anche ilnumero di dipendenti (sono oltre 788mila con una crescita pari al 15,8%) a dimostrazione di una crescente dimensione «produttiva» a finalità sociale. In questo quadro a fare la parte del leone è la cooperazione sociale che con 16.125 unità (+43,2%) genera da sola il 52% dell’occupazione. Sullo sfondo emerge anche la crescitadegli enti religiosi che nell’arco del quadriennio fanno segnare un aumento a dir poco travolgente (+110,3%).

In questo quadro si colloca il Codice del Terzo Settore varato con  il d.lgs. 3 luglio 2017, n117 parte integrante e fondamentale della c.d. “Riforma del Terzo Settore”che ha riguardato anche “l’istituzione e la disciplina del servizio civile universale”, “la disciplina dell’istituto del 5 per mille” e “la revisione della disciplina in materia di impresa sociale”.Si tratta di un corpus normativoimponente con una una legge delega di 12 articoli (n.106/2016), quattro decreti legislativi per un totale di 161 articoli che imporranno un deciso cambio di marcia; il primo fra tutti il superamento dei tanti regimi speciali e normative di settore che hanno creato molto spesso nel corso degli anni un quadro generale confuso e scarsamente omogeneo del non profit.

Tre esempi sono sufficienti a farne comprendere la portata.

PRIMO: vengono abrogate due leggi storiche come quella sul volontariato (266/91) e quella sulle associazioni di promozione sociale (383/2000), oltre che buona parte della “legge sulle Onlus” (460/97).

SECONDO: vengono raggruppati in un solo testo le sette tipologie di quelli che da ora in poi si dovranno chiamare Enti del Terzo settore (Ets): organizzazioni di volontariato; associazioni di promozione sociale; imprese sociali (incluse le attuali cooperative sociali), enti filantropici, reti associative; società di mutuo soccorso; altri enti (senza scopo di lucro diversi dalle società).

Gli Enti del Terzo settore saranno obbligatiall’iscrizione al Registro unico nazionale del Terzo settore in vigore dal 2019, che riunisce e sostituisce gli attuali oltre 300 registri, albi, anagrafi degli enti non profit finora esistenti.

Viene infine costituito il Consiglio nazionale del Terzo settore, nuovo organismo di una trentina di componenti (senza alcun compenso) che sarà tra l’altro l’organo consultivo per l’armonizzazione legislativa dell’intera materia.

TERZO: vengono definite le “attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale” che “in via esclusiva o principale” sono esercitati dagli Enti del Terzo Settore. Si tratta di un elenco, dichiaratamente aggiornabile, che “riordina” appunto le attività consuete del non profit (dalla sanità all’assistenza, dall’istruzione all’ambiente) e ne aggiunge alcune emerse negli ultimi anni (housing, agricoltura sociale, legalità, commercio equo).

Gli Ets saranno tenuti al rispetto di vari obblighi riguardanti la democrazia interna, la trasparenza nei bilanci, i rapporti di lavoro e i relativi stipendi, l’assicurazione dei volontari, la destinazione degli eventuali utili. Potranno accedere anche a una serie di esenzioni e vantaggi economici previsti dalla riforma: circa 200 milioni nei prossimi tre anni sotto forma, ad esempio, di incentivi fiscali maggiorati (per le associazioni, per i donatori e per gli investitori nelle imprese sociali), di risorse del nuovo Fondo progetti innovativi, di lancio dei “Social bonus” e dei “Titoli di solidarietà”.

Senza contare che diventano per la prima volta esplicite in una legge alcune indicazioni alle pubbliche amministrazioni: come cedere senza oneri alle associazioni beni mobili o immobili per manifestazioni, o in comodato gratuito come sedi o a canone agevolato per la riqualificazione; o incentivare la cultura del volontariato (soprattutto nelle scuole): o infine coinvolgere gli Ets sia nella co-programmazione e co-progettazione dei servizi sociali e non esclusivamente nella gestione degli stessi.

Una parte del Codice del Terzo Settore è dedicata ai Centri di servizio per il volontariato (CSV), interessati da una profonda revisione in chiave evolutiva che ne riconosce le funzioni svolte nei primi 20 anni della loro esistenza e le adegua al nuovo scenario.

Una riforma che apre lo spazio a nuovi soggetti, nuove opportunità e nuovi settori nella definizione di un equo e rinnovato sviluppo sociale ed economico. Tende a valorizzare la grande storia del volontariato nelle sue diverse forme e dell’impresa no profit. E tende a dare gambe a nuove forme di civismo che si stanno affermando tra le nuove generazioni come l’economia della condivisione e dello scambio.

La riforma coglie queste novità che caratterizzeranno sempre più uno sviluppo sociale inclusivo e sostenibile. Le nuove generazioni, oggi costruiscono forme di partecipazione civile nella società profondamente diverse che dal passato; non più il muretto della chiesa, le sezioni dei partiti, o il volontariato “classico” come li abbiamo conosciuti fino a qualche tempo fa. I giovani oggi fanno i flash-mob, hanno modelli di mobilitazione civile mediati da nuove strutture di legami sociali e relazionali che condizionano anche le nuove forme di solidarietà. Questa riforma si propone di creare spazi che consentiranno alla nuove generazioni di fidarsi di sé stessi, di darsi una prospettiva di valorizzazione del proprio talento e competenze.

 

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