Significato del termine eutanasia e storia della sua evoluzione di Simone E. Tropea, Agenzia Vita News

Oggi il dibattito pubblico sul tema dell’eutanasia risulta essere caratterizzato da una sorta di confusione generale, che origina da un’ignoranza di fondo rispetto al contenuto oggettivo di questo vocabolo complesso. Eutanasia è infatti una parola composta, come tutti sanno, dal greco EU-(buona) THANATOS (morte), composta, peró, in modo tale da veicolare la piú grande contraddizione che l’uomo possa immaginare e che pare riesca, paradossalmente, ad accettare. In qualche modo si puó affermare che la parola eutanasia racconti lo sforzo concettuale  teso a superare lo scarto enorme che esiste da sempre tra l’idea di bene e l’esperienza della morte come negazione della vita. Della morte intesa quindi come espressione del male assoluto perché, etimologicamente parlando, slegato (ab-solutus) da ogni possibile giustificazione, male privo di senso, pura a-direzionalitá dell’esistenza, orizzonte assurdo ed ingiustificato che stringe la parabola esistenziale di ogni uomo,  palesandosi in ogni parziale, propedeutica ed anticipatrice esperienza del limite, rivelando cosi il carattere essenzialmente tragico dell’esistenza stessa.  In una visione tragica del mondo,cosí,  sono la forza, la giovinezza, la bellezza, quelle qualitá che rendono sopportabile il peso del nulla, del vuoto assoluto che grava sui giorni dei mortali. Esseri che imparano a desiderare la vita, vivendo soltanto per morire troppo presto. Il post-cristianesimo dei nostri giorni, per quanto inconsapevole, é sorretto dalla medesima visione tragica di fondo.  L’efficienza, il divertimento illimitato, la possibilità di controllare gli eventi, di gestire le diverse situazioni con la propria volontà autonoma e slegata da contigenze e determinazioni che non rientrano nella sua area d’azione, riflettono, fattualmente, l’assenza di un orizzonte di senso che non sia la possibilità di godere al meglio di un hic et nunc fine a se stesso.  Evidentemente il discorso sull’eutanasia puó e deve partire innanzitutto da queste considerazioni di carattere antropologico-culturale, posto che un’analisi del termine ben fatta deve risolversi in una riflessione che ci consenta di constatare come giá a partire dal termine stesso, non vi sia altro che una contraddizione a delimitare il perimetro confuso del dibattito.

In Grecia, per esempio a Sparta, con criteri culturali speculari a quelli della societá contemporanea, un bimbo che non possedesse i prerequisiti richiesti (di cui sopra), per legge doveva essere abbandonato su un monte dal suo stesso padre, posto che lui sarebbe stato inadatto alla vita (cioé a sopportare l’inconsistenza profonda della vita stessa, se finora il discorso é stato chiaro) e tutta la societá avrebbe dovuto accollarsi il peso sproporzionato  di un’esistenza socialmente inutile. Questo fenomeno si definisce comunemente, “eutanasia sociale”, anche se , in linea con la contraddittorietá di fondo, di buono non aveva decisamente nulla. Se non, é ovvio, rispetto ad un sistema di pensiero che qualificava la morte del soggetto debole come buona per lui e per gli altri.

Il termine mantiene questa sua caratteristica ambiguitá, di fatto, fino a quando non viene utilizzato per descrivere il metodo della soppressione della vita (non entriamo troppo nel dettaglio). Rendere il trapasso il piú indolore possibile qualora il soggetto sofferente si trovi in una situazione disperata.

Ed é per esempio il significato che le diamo oggi.

Ma é solo un’apparente soluzione  dell’ambiguitá costitutiva che conserva questa definizione.

Infatti ancora resta da chiarire, per esempio, il senso dell’aggettivo “disperato”. Quali sono i parametri rispetto ai quali si puó dire di una vita che si trova in condizioni “disperate”? Si puó decidere “a priori” il grado di disperazione? Relativamente a quale codice etico una vita smette di essere un bene e diventa bene(eu), invece, la morte (thanatos)? Cosa rende una vita, anche qualora fosse segnata dalla sofferenza, dal limite, dal dolore, degna o indegna di essere vissuta fino in fondo? La nostra volontá? Una criteriologia clinica convenzionalmente definita? Una norma che non puó mai, per definizione, considerare il particolare?

L’ambiguitá strutturale del termine, rivela allora come oggi, quando si parla di eutanasia, si parla spesso, senza saperlo in realtá, della nostra profonda incapacitá di accettare la morte che si esprime, purtroppo, nella stolta illusione di doverla gestire a tutti i costi. Il limite, l’imponderabile per eccellenza dovrebbe piegarsi alle ansie manipolatorie di un ego che per non soffrire il limite, paradossalmente lo esorcizza anticipandolo. Se questa non é una tragica contraddizione.

 

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