Usa, arriva l’aborto per e-mail di Emiliano Battisti, Agenzia Vitanews

Negli Stati Uniti continua la chiusura delle cliniche abortive in diversi Stati della federazione. Questo grazie sia alle misure, a volte coraggiose, intraprese dai Governatori o dai parlamenti locali sia a quelle prese a livello federale dall’amministrazione Trump, tra le quali il taglio dei fondi al colosso Planned Parenthood. Tuttavia, come spesso si dice, “Fatta la legge, trovato l’inganno”.

Gli attivisti pro-aborto (o “pro-choice” secondo la terminologia statunitense politicamente corretta) hanno subito sviluppato una nuova strategia: propagandare l’ordinazione di farmaci abortivi via email. Il tutto supportato da un controverso studio della rivista Contraception che dichiara come sicura l’interruzione di gravidanza “a casa” tramite la pillola RU-486, combinata con il Misoprostolo per espellere poi il corpo del nascituro.

I punti traballanti di questo studio sono molti. Basti pensare che l’Agenzia federale del farmaco statunitense (Federal Drug Agency – FDA) ne aveva limitato l’uso ai primi giorni 49 giorni successivi all’inizio dell’ultimo ciclo mestruale. Questo tra l’altro perché ci sono chiari e seri rischi per la donna e per il nascituro in caso di successive gravidanze. Nonostante questo, l’amministrazione Obama ha diminuito i limiti e la FDA ha pubblicato nuove linee guida che permettono l’uso della pillola oltre i 49 giorni prima citati, anche se in dosi minori. Nel 2012, un rapporto dell’Ente statunitense per il cibo e i farmaci (US Food and Drug Administration) mostrò come in un anno 14 donne fossero morte a causa dell’aborto farmacologico e più di 2mila ebbero conseguenze serie sulla propria salute. Se non bastassero queste cifre, uno studio della stessa Planned Parenthood ha ammesso che almeno una donna al giorno ha problemi di salute causati dalla pratica dell’aborto farmacologico “fai da te”.

Alcune associazioni pro-life statunitensi hanno messo in luce un’altra serie di problemi connessi con questo aborto per posta. Non c’è, ad esempio, nessuna garanzia che la persona a ordinare i farmaci sia effettivamente la donna che intende interrompere la gravidanza. Il rischio è che il metodo possa essere usato da sfruttatori della prostituzione e/o criminali sessuali di altro genere per costringere le proprie vittime ad abortire. Negli Stati Uniti, purtroppo, i casi non mancano. Ad esempio, un medico della Virginia sarà processato il prossimo anno per aver fatto abortire la propria ragazza aggiungendo un farmaco apposito di nascosto nel bicchiere d’acqua.

La questione da porsi è però di tipo culturale. Che le istituzioni e la politica più in generale si occupino del tema della difesa della vita e che con interventi cerchino di porre dei limiti alla pratica dell’aborto è un bene senza ombra di dubbio. Il caso statunitense però evidenzia che tutto ciò da solo non basta. Serve una più ampia e difficile azione che conquisti “i cuori e le menti” (per dirla in gergo militare) dei cittadini, prime fra tutte le donne. Perché solo così azioni come quelle di propagandare l’aborto farmacologico “fai da te” e la diffusione di pillole apposite sarebbero del tutto inefficaci. In sostanza, le associazioni per la vita, i movimenti e le singole persone devono essere il motore di tutto.

 

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