Biotestamento: una legge intenzionalmente grigia di Gian Luigi Gigli, Presidente Nazionale Movimento per la Vita Italiano
febbraio 12, 2018 Sì alla Vita

Nel dibattito sul biotestamento, l’articolo del Prof. D’Agostino pubblicato su Avvenire del 16 gennaio scorso presenta elementi di grande interesse. Mi riferisco in particolare alle osservazioni sul “paradigma individualistico, funzionalistico, economicistico e, soprattutto, eticamente freddo” che oggi “è dominante nell’occidente secolarizzato”, che sancisce il passaggio a un’etica medica post-ippocratica e che “ha eroso la dimensione personalistica della medicina e ne ha esaltato la dimensione tecnologica”. Per quanto d’indubbio fascino, tuttavia, il suo ragionamento convince meno quando passa all’esame del testo di legge e ancor meno quando sembra voler indicare l’atteggiamento più opportuno da tenere di fronte ai cambiamenti in atto.

Come ben sa chiunque lavori in una struttura clinica, è da tempo che il consenso informato è diventato prerequisito indispensabile dell’agire medico. Non ci sarebbe stato bisogno di questa legge, dunque, per introdurre il “consenso informato come base indiscutibile di ogni pratica medica”, mentre per eventuali deviazioni e abusi bastavano i carabinieri. Anche “la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico”, il coinvolgimento dei familiari nelle decisioni, il sostegno psicologico a chi intende rinunciare alle cure, la formazione dei nuovi medici in materia di comunicazione col paziente e cure palliative, aspetti richiamati come luci del provvedimento, non avrebbero avuto bisogno di una nuova legge per essere meglio introdotti nella pratica medica.

Luci forse, ma luci coperte da ombre pesanti. Condivisibile dunque la descrizione di una legge né tutta bianca (positiva), né completamente nera (da rigettare), ma piuttosto “grigia”(intenzionalmente grigia, aggiungo io) proposta da Giuseppe Anzani su Avvenire del 31 gennaio. Anche a non voler fare ironia sulle aspirazioni di tanti magistrati a trasformarsi in legislatori attraverso interventi di giurisprudenza creativa, convince però molto meno e appare sorprendentemente ingenua la sua opinione secondo cui a togliere le ombre e prevenire i rischi di deriva eutanasica basterebbero i giudici. Questa legge, infatti, rappresenta la via italiana all’eutanasia omissiva, disponendo l’esenzione dei sanitari da qualsiasi responsabilità penale, se la morte deriva da sospensione di cure effettuata su richiesta del paziente. Malgrado ogni ostinata negazione anche da parte di alcuni sostenitori cattolici, la legge proprio a questo serviva: a far entrare nell’ordinamento suicidio assistito e accelerazione della morte del paziente da omissione di cure. Per ora ciò sarà possibile solo sospendendo nutrizione e idratazione (definite terapie per legge e come tali rifiutabili), associando la sedazione continua profonda per evitare al paziente lo strazio causata dalla disidratazione grazie alla. Del resto, è per la consapevolezza di questa apertura all’eutanasia omissiva che la legge è stata salutata dai fautori dell’eutanasia attiva come un importante traguardo intermedio.

Ancora più grave è il fatto che questa legge costituisca una palese limitazione della libertà per il medico di agire secondo coscienza.

Infatti, per quanto riguarda il consenso informato, il comma 6 dell’art. 1 prevede solo che il medico possa rifiutarsi di accogliere la richiesta di attivare trattamenti sanitari contrari alla legge, alla deontologia o alle buone pratiche, mentre è comunque tenuto a rispettare la richiesta di sospensione degli stessi. Dunque, è proprio questa legge a consentire la sospensione delle cure e la deontologia, che alla legge è comunque subordinata, dovrà presto adeguarsi, come accadde per l’aborto.

Per quanto riguarda le DAT, l’art. 5 comma 4, dopo aver applicato anche a esse quanto previsto dal comma 6 dell’art. 1 sul consenso, dispone che il medico possa disattenderle solo se appaiano palesemente incongrue rispetto alla condizione clinica attuale del paziente. Dissento nettamente da Anzani, nel ritener questa una garanzia per l’obiezione di coscienza.

Occorre chiedersi, infatti, cosa ci sarebbe di incongruo nella richiesta al medico di rimuovere una PEG, una volta che il paziente abbia deciso di sospendere idratazione e nutrizione per evitare di restare in una condizione ritenuta inaccettabile.

Piuttosto che difendere l’indifendibile, sarebbe meglio rendersi conto che sarà difficile arrestare la diffusione del virus introdotto nell’ordinamento dalla legge sul biotestamento: prima ancora che la legge entrasse in vigore, partendo dal caso del dj Fabo, in cui l’aiuto al suicidio non si era prodotto per sospensione di cure ma addirittura con somministrazione di un farmaco letale, il pubblico ministero del processo a Cappato ha già annunciato l’intenzione di rimettere la materia alla Corte Costituzionale, affinché dichiari l’illegittimità dell’art. 580 del codice penale!

Di fronte al nuovo paradigma dell’etica medica e alle tendenze che inevitabilmente ne derivano, resta da discutere quale sia il compito spettante ai cattolici. Se quello di registrare le correnti di pensiero dominanti per meglio adattarsi a esse, affidando la dimensione spirituale del personale sanitario, come chiede D’Agostino, “alla pastorale prima che al diritto” o non piuttosto quello di resistere sotto il profilo culturale, giuridico e legislativo, tentare di limitare il danno emendando la legge, vigilare sulle sue applicazioni denunciando ogni abuso e tener desta l’attenzione critica dell’opinione pubblica. Non dimenticando, parallelamente, di offrire, anche attraverso la testimonianza delle opere, una proposta diversa e ragionevole attorno a cui incominciare a costruire un domani migliore per tutti.

Tuttavia, affinché non passi il processo di omologazione che il paradigma dominante vorrebbe imporre, è certo che la proposta dell’umanesimo cristiano ha bisogno per esprimersi che non si faccia violenza alla coscienza dei medici e degli infermieri. L’invito a considerare insindacabile l’autodeterminazione è dunque inaccettabile, senza almeno la garanzia dell’obiezione di coscienza. Se, come suggerisce D’Agostino, davvero non può evitare che, al pari dell’espressione del voto in democrazia, la volontà del singolo paziente sia considerata insindacabile (ma non sacra), tanto allora meno essa può assumere valore coercitivo per il professionista, a meno che l’autodeterminazione non sia ormai assurta a dogma di fede.

 

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