Charlie, Alfie, Isaiah, Inés: il dramma di una mutazione profonda che attraversa l’occidente di Assuntina Morresi, Università di Perugia
febbraio 12, 2018 Sì alla Vita

La cronaca ci mostra sempre più spesso vicende nelle quali i tribunali si trovano a decidere se far vivere o no persone malate, continuando o interrompendone sostegni vitali come respirazione, nutrizione, idratazione artificiali. Perché? Cosa sta succedendo? E’ l’esito evidente di un mutamento profondo culturale, di cui dobbiamo essere consapevoli, e che potremmo sintetizzare con: è scomparso il favor vitae.

 

L’estate scorsa era Charlie Gard, il piccolo inglese con una grave malattia ereditaria, morto a una settimana dal suo primo compleanno perché medici e giudici, contro la volontà dei genitori, hanno sospeso la respirazione artificiale, dopo aver impedito un tentativo di terapia sperimentale.

E poi Alfie Evans, 20 mesi, con una grave patologia non completamente diagnosticata, i cui giovani genitori in questi giorni stanno affrontando in tribunale il primo grado di giudizio, sempre in Gran Bretagna, ancora una volta contro i medici che vogliono interrompere al piccolo la respirazione artificiale. E di nuovo nel Regno Unito, Isaiah Haastrup, 11 mesi, gravemente disabile per problemi di respirazione alla nascita, probabilmente per malasanità dei medici che non hanno assistito adeguatamente lui e la sua mamma: i suoi genitori sono ricorsi in appello dopo che i giudici, in prima istanza, hanno stabilito che i medici hanno ragione e il suo respiratore va spento.

E’ invece concluso il contenzioso di Inés, la quattordicenne francese in stato vegetativo dal luglio scorso dopo un arresto cardiocircolatorio, per cui i medici hanno chiesto la sospensione della ventilazione artificiale perché, secondo loro, le sue condizioni sono irreversibili e l’uso dei sostegni vitali è una “ostinazione irragionevole”. I genitori si sono opposti percorrendo tutto l’iter giudiziario consentito dalla legge francese, e da ultimo si sono anche rivolti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Invano.

Charlie, Alfie, Isaiah, Inés. Vicende diversissime fra loro, soprattutto dal punto di vista clinico, ma con un evidente, drammatico punto in comune: giudici e medici ritengono che per ciascuno di loro non abbia senso continuare a vivere nelle condizioni in cui si trova, e per questo chiedono la sospensione dei sostegni vitali. Nonostante i genitori vogliano il contrario: che possano continuare a vivere, e che sia consentito ai papà e alle mamme di prendersene cura.

Per Charlie Gard i verbi vanno intesi al passato: è morto il 28 luglio scorso, 12 minuti dopo lo spegnimento del respiratore. Per gli altri non sappiamo ancora come finirà.

Cosa sta succedendo nel cuore della civilissima Europa? Non si tratta di una novità, di una mutazione improvvisa negli ordinamenti giuridici o nei protocolli medici inglesi e francesi. Quello che sta emergendo è un cambiamento profondo che è avvenuto negli ultimi 30 – 40 anni, nel nostro occidente secolarizzato, e che sta mostrando adesso le sue piene conseguenze: non c’è più il favor vitae. La vita non è più il bene primario e il diritto alla vita non è più quel diritto fondamentale senza il quale non è possibile godere di nessun altro diritto – una evidenza talmente elementare che suona persino imbarazzante ricordarlo. Adesso il bene primario è la “libertà di scelta”, che si rende possibile con il primato dell’”autodeterminazione”: ciascuno può e deve stabilire qual è il massimo bene per se stesso, senza dipendere da nessun altro. Ed è un diritto poter realizzare quello che autonomamente si ritiene essere il bene per se stessi.

In altre parole, i desideri personali diventano diritti esigibili, a prescindere da chi ci sta intorno: il diritto ad avere un figlio, anche mediante le procedure più discutibili come l’utero in affitto; il diritto a scegliere il genere di appartenenza a prescindere dal sesso assegnato alla nascita; il diritto a morire se si ritiene che la propria vita non vale più la pena viverla.

Ma se l’importante è la scelta, allora, per esempio, scegliere di vivere o di morire avrà lo stesso valore, e ciascuno in autonomia potrà esigere di essere fatto o lasciato morire. E se il malato non è più in grado di esprimere le proprie volontà, e non c’è accordo fra medici e familiari se sia meglio vivere o morire, ci si affiderà a un giudice. Che deciderà stabilendo se quella è una vita abbastanza buona, se ha sufficiente qualità, per cui vale la pena andare avanti, oppure no.

Ed ecco Charlie, Alfie, Isaiah e Inés, e chissà quanti altri ce ne sono stati e soprattutto quanti ce ne saranno, se non ci rendiamo conto di cosa effettivamente sta succedendo intorno a noi.

 

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