I quarant’anni della Legge 194. Criticità persistenti e sfide emergenti di Antonio Casciano, PhD Fondazione Ut Vitam Habeant
febbraio 12, 2018 Sì alla Vita

Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario della Legge 194, che, come noto, ha introdotto nel nostro ordinamento, era il 1978, la disciplina dell’aborto volontario (d’ora innanzi IVG). Come prescritto dall’articolo 16 del relativo testo normativo, il Ministro della Salute presenta ogni anno al Parlamento una relazione concernente lo stato di attuazione della legge, sulla base del complesso novero di dati forniti dalle regioni, raccolti dal Sistema di sorveglianza operante presso l’ISS ed elaborati dall’ISTAT.

La relazione ministeriale di quest’anno appare contrassegnata da profili di interesse davvero singolari, non solo perché i quarant’anni impongono un bilancio rigoroso in ordine all’incidenza, l’impatto, l’effettiva utilità che la disciplina ha avuto, in vista del conseguimento di quegli obiettivi che il legislatore stesso sceglieva di darsi all’atto della sua approvazione – “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite” (Articolo 1) –, ma anche perché ad arricchire la nota vi è un appendice corposo, nel quale si riportano i risultati di una serie di studi statistici svolti dall’INPS i quali consentono “di collocare i dati sulla legalizzazione dell’aborto all’interno delle dinamiche sociali e demografiche italiane degli ultimi quaranta anni, [suggerendo così] chiavi di lettura, ipotesi interpretative e spunti di riflessione” (Relazione del Ministro della Salute sull’attuazione della Legge 194/78. Dati definitivi 2016, p. 3).

La relazione si apre inanellando una serie di dati a conferma dell’andamento stabilmente decrescente del numero di aborti di fatto praticati in Italia; si legge infatti nelle prime pagine: “Per il terzo anno di seguito – si legge a pagina 1 – il numero totale delle IVG è stato inferiore a 100˙000, più che dimezzato rispetto ai 234˙801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia. Considerando solamente le IVG effettuate da cittadine italiane, per la prima volta il valore scende al di sotto di 60˙000: la riduzione dal 1982 ha subìto un decremento percentuale del 74.7%, passando da 234 ̇801 a 59˙423 nel 2016”. Il ricorso all’aborto appare in diminuzione in ogni fascia d’età, ancorché la percentuale delle minorenni che vi accedono pare essere rimasto invariato negli ultimi anni. Per ciò che riguarda infine la distribuzione percentuale, il 46.5% delle donne italiane che hanno abortito nel 2016 era in possesso di licenza media superiore, il 47.4% era occupato, il 57,8% nubile, il 43,9% non aveva ancora avuto prole.

Diverse le criticità emerse ad una disamina attenta del documento e di seguito presentate puntualmente, nell’intento di offrire qualche spunto di riflessione che induca da un lato a rivedere le modalità di elaborazione della relazione annuale, in vista del superamento delle numerose, gravi lacune di fatto registrate, e dall’altro a modificare parti della legge, che appaiono ad oggi superate.

  • Solo timidamente si accenna, nella relazione, alla pesante incidenza che, sulla riduzione del numero annuo di IVG, ha avuto il ricorso all’aborto farmacologico. La terminologia utilizzata nella relazione, a proposito dell’Ulipristal acetato (EllaOne) e del Levonorgestrel (Norlevo), è infatti quella di contraccettivi d’emergenza, laddove sarebbe più opportuno parlare di farmaci intercettivi, che cioè agiscono impedendo l’impianto dello zigote già formato nella cavità uterina e che dunque andrebbero definiti abortivi a tutti gli effetti. Non è un caso che le confezioni di EllaOne vendute in Italia, sono passate dalle 7.796 unità del 2012 alle 189.589 del 2016, così come le confezioni di Norlevo sono passate dal 161.888 unità del 2015 alle 214.532 del 2016 (Ivi, 13). Dunque, nell’esporre la multiforme quantità di cause che possono aver contribuito a ridurre il ricorso, negli anni, all’IVG, si dovrebbe debitamente segnalare che il numero assoluto degli aborti non è affatto calato, se nello spettro delle pratiche volte a provocare un’interruzione volontaria della gravidanza prendono a considerarsi anche quelle attuate per mezzo dell’assunzione di farmaci intercettivi o contragestativi, entrambe le tipologie da ritenersi abortive a tutti gli effetti.
  • Tantomeno pare sia stato debitamente sviluppato il punto nel quale si pone in evidenza la stretta connessione che esiste, specie tra i più giovani, tra il ricorso ai metodi contraccettivi, intercettivi o contragestativi, e il ricorso alla IVG.. In Italia, invero, si assiste ad “una minore diffusione della contraccezione ormonale, rispetto ad altri Paesi europei con cui siamo soliti confrontarci (Svezia, Gran Bretagna, Francia), dove a un utilizzo nettamente maggiore della pillola contraccettiva corrisponde tuttavia un altrettanto maggiore tasso di abortività” (Ivi, 7). Ciò prova univocamente la diffusione sempre più massiccia di un’autentica mentalità contraccettiva, di una tendenza cioè che mira a sancire su larga scala la definitiva rottura tra il momento unitivo e quello procreativo dell’atto sessuale, alimentando sub-culture, improntate alla deresponsabilizzazione relazionale, alla reificazione personale, alla banalizzazione e strumentalizzazione dell’attività sessuale, che spingono naturalmente verso l’opzione abortiva, come profeticamente segnalato da S. Giovanni Paolo II: “Di fatto la cultura abortista è particolarmente sviluppata proprio in ambienti che rifiutano l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione” (Evangelium Vitae, n. 13).
  • Riguardo al problema del rapporto tra giovani generazioni ed uso dei contracettivi, appare significativo il rimando, nella nota, al ruolo svolto dalle famiglie italiane, laddove si osserva che, “rispetto agli altri Paesi europei, siamo ancora distanti dalla diffusione più massiccia della pillola contraccettiva […]. Nonostante ciò fra le giovani italiane si osserva una percentuale bassa di gravidanze e una bassa abortività. Ciò può essere parzialmente spiegato dal fatto che i nostri giovani, rispetto ai paesi Nord Europei, restano più a lungo in famiglia […]. Questo fa sì che la frequenza dei rapporti sessuali e il numero dei partner, seppur in aumento rispetto alle generazioni precedenti, siano comunque inferiori rispetto ai coetanei di altri paesi europei” (Ivi, 7). Dunque appare evidente come non è offrendo un incondizionato accesso ai mezzi contraccettivi ed abortivi che si possono creare individui più liberi e consapevoli, ma è promuovendo una interconnessione sempre più forte tra libertà personale, educazione, fertilità, maternità, famiglia che si può addivenire alla diffusione di una autentica cultura della vita.
  • La relazione sembra poi solo accennare alla questione dell’aumento del numero assoluto di IVG nella fascia d’età comprese tra i 35 e i 44 anni, dato significativo se si considera che l’età media nella quale le donne arrivano al matrimonio è di molto aumentata, a dire che con sempre maggiore frequenza si dà il caso di donne che scelgono l’IVG proprio quando, l’esistenza di una famiglia e l’approssimarsi della fine dell’età fertile, dovrebbero suggerire altrimenti. Così come appare curioso l’aumento, parimenti fatto registrare nel 2016, del numero di donne “occupate” che ricorrono all’IVG, quando invece negli anni precedenti le motivazioni di ordine economico-sociale avevano finito per incidere pesantemente sulla scelta dell’opzione abortiva. Sempre più spesso, dunque, donne mature, vicine alla fine dell’età fertile, professionalmente affermate, magari sposate, ricorrono all’IVG, a dimostrazione del fatto che la diffusione di una mentalità secolarizzata, che privilegia la ricerca del piacere e dell’autoaffermazione personale sulla logica dell’amore come dono e servizio alla vita, è ormai una triste certezza.
  • Allo stesso modo, la relazione pare affrontare solo incidentalmente il dato degli aborti clandestini, la cui piaga sociale l’avvento di una normazione disciplinate il ricorso all’IVG avrebbe dovuto estirpare e che invece permane con tassi sostanzialmente invariati rispetto agli anni precedenti. Il numero degli aborti clandestini che si ritiene siano stati praticati nel 2016 sarebbe compreso, secondo le stime aggiornate dell’ISTAT, tra i 10 e i 13.000, numero decisamente minore rispetto a quelli registrati negli anni precedenti, ma ancora significativo se si considera che il numero delle IVG effettuate legalmente è stato nello stesso anno di 84.926 unità. Dunque più di un aborto su 10 viene ancora praticato clandestinamente. Ora se bastasse davvero una buona legge per sradicare del tutto il fenomeno, avremmo dovuto trovarci al cospetto di dati diversi. Così come diversi avrebbero dovuto essere i dati relativi tanto agli aborti praticati oltre la 12º settimana di gestazione, il cui tasso è invece aumentato nel 2016, quanto a quelli praticati optando per la procedura d’urgenza, il cui tasso è parimenti cresciuto nel 2016, con picchi che arrivano al 30% del totale in alcune regioni come Puglia, Piemonte, Lazio. Prove ulteriori della fallimentarità sistemica della legge nei diversi, ulteriori ambiti appena considerati.
  • Altro dato che la relazione sembra non considerare affatto, nel valutare l’incidenza dei fattori che hanno occasionato la riduzione delle IVG praticate in Italia, è quello della riduzione numerica delle donne in età fertile, in ragione dell’invecchiamento progressivo della popolazione generale, oltre che della crescente sterilità delle coppie, aspetti questi che riducendo sostanzialmente il numero delle gravidanze, rende meno frequente anche il ricorso alla IVG. Purtroppo sia l’uno che l’altro fattore, ovvero, sia la presenza di un numero sempre più ridotto di donne nell’età fertile, sia la presenza di altri fattori che con sempre maggiore frequenza possono mettere a rischio la fecondità della coppia, incidono sensibilmente sulla capacità di addivenire ad una gravidanza e dunque anche il numero di aborti potenziali viene influenzato da queste variabili, senza che alcun merito possa, una volta ancora, ascriversi alla Legge 194.
  • La relazione tace altresì sul ruolo attivo svolto dai consultori familiari nel ridurre le intenzioni di aborto e così occasionare la nascita di essere umani che diversamente non avrebbero mai visto la luce. Ci si limita, sotto questo aspetto, a segnalare che “il fatto che il numero di colloqui IVG sia superiore al numero di certificati rilasciati, potrebbe indicare l’effettiva azione per aiutare la donna a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione della gravidanza”. Il carattere eroico di questa attività di promozione della vita tutt’altro che marginale è accresciuto dal fatto che “il numero degli obiettori di coscienza nei consultori, pur nella non sempre soddisfacente copertura dei dati, è molto inferiore rispetto a quello registrato nelle strutture ospedaliere, e tende a diminuire (29.7% vs 70.5% nel 2015 e 23.1% vs 70.9% nel 2016) (Ivi, p. 57). Si passa invece quasi sotto silenzio il fatto che l’opera indefessa di alcuni irriducibili obiettori operanti nei consultori salva di fatto quotidianamente vite umane, silenzio assolutamente colpevole se si considera l’obiettivo solennemente dichiarato dal legislatore nell’articolo 1 di tutelare la vita umana fin dall’inizio, evitando di trasformare l’aborto in un mezzo di controllo delle nascite.
  • La nota ministeriale pone poi in evidenza la connessione che esiste tra grado di scolarizzazione e ricorso alla IVG, sottolineando come “le donne con istruzione più elevata sono quelle che maggiormente hanno migliorato le loro conoscenze e i loro comportamenti sul controllo della fecondità”. Sarebbe stato allora interessante poter leggere da qualche parte, nella medesima relazione, un paragrafo dedicato all’elenco delle iniziative concretamente messe in campo, magari su scala nazionale, per promuovere non solo l’empowerment culturale della donna, ma anche le sue conoscenze in tema di fisiologia della riproduzione sessuale, magari occasionando la divulgazione di quel know-how che è alla base dei sistemi di regolazione naturale delle fertilità, di quei metodi di controllo sinto-termico della fertilità femminile che soli possono infrangere la cultura di una valenza solo biologica della procreazione e inaugurarne una che, rilevandone la dimensione etica e sociale, oltre che umana, ponga al centro la persona con la sua irriducibile ricchezza ontologica e relazionale.
  • Nella relazione viene poi di fatto sfatato il mito di una carenza cronica dei ginecologi non-obiettori operanti nella sanità pubblica –classico slogan polemico cui ricorrono i sostenitori di una liberalizzazione selvaggia del ricorso all’IVG– laddove si nota “un aumento in numero assoluto dei ginecologi non obiettori, negli ultimi due anni, e una sostanziale stabilità del numero dei non obiettori nel corso dei quasi 40 anni di applicazione della legge, a fronte di un più che dimezzamento delle IVG. A conferma di ciò, i dati suggeriscono che, nella maggior parte di questi casi, il numero dei non obiettori risulta superiore a quello necessario a rispondere adeguatamente alle richieste di IVG, e quindi una parte dei non obiettori viene assegnata ad altri servizi”(Ivi, p. 52). Dunque è fondamentale continuare a garantire, al personale sanitario che scelga di farlo, la libertà di esercizio dell’obiezione di coscienza, diritto fondamentale ed inconculcabile le cui radici sono da rinvenirsi direttamente nella libertà di coscienza e di credo positivizzate in tutte le Carte, sia costituzionali che sovranazionali.
  • Leggendo fino in fondo la nota ministeriale, si ha come l’impressione che ad oggi continui ad invalere, su larga scala, una cultura che considera l’aborto esattamente come un mezzo di controllo delle nascite. Lo si evince da fattori molteplici, quali: l’arrembante diffusione, specie tra le giovani generazioni, di quella che abbiamo definito come “mentalità contraccettiva”; la sempre maggiore determinazione con cui gli organismi sovranazionali, ONU in primis, promuovono a livello planetario programmi di sviluppo delle popolazioni più povere per mezzo della diffusione capillare di strumenti e strutture finalizzati a favorire l’aborto; la sempre maggiore convinzione con cui si è inclini ad accogliere e promuovere, più o meno consapevolmente, la cultura dell’uso strumentale della sessualità e, dunque, della persona umana; l’ossessione con cui si promuove la salute riproduttiva della donna basandola unicamente sulla libertà e faciltà di accesso alle soluzioni abortive; una generale cultura della banalizzazione della vita umana e, di conseguenza, della dignità inalienabile di ogni persona. Si tratta di un’emergenza culturale, propriamente antropologica, i cui nefasti effetti sembrano sfuggire tanto al legislatore, quanto ai tecnici del ministero.

Vi è poi un altro aspetto assolutamente degno di nota, che vale la pena segnalare. Il processo di implosione demografica già in atto in Europa e in tutto il mondo occidentale, deriva anche dall’invecchiamento dell’età media delle popolazioni e porta con sé il crescente bisogno di risorse da destinare a servizi per la terza età e ciò, in contesti di austerità e vincoli di bilancio in aumento, non può non significare meno risorse per le giovani generazioni e le famiglie. La promozione invece di politiche pro-natalità avrebbe come effetto certo la riduzione immediata del numero delle IVG e l’aumento costante del numero di nati, risultati che lungi dal potersi considerare ancora come meri auspici sociali, assumono sempre più il carattere di epocali, vitali, ineludibili necessità per la sopravvivenza dell’intera nazione e il superamento dell’inverno demografico.