Il ’68 e l’Humanae Vitae di Paolo VI di Simone E. Tropea, Agenzia Vitanews
febbraio 12, 2018 Sì alla Vita

Il 1968 è un anno in cui il mondo occidentale ha vissuto una rivoluzione culturale che ha scardinato alla radice le fondamenta  dell’Occidente stesso. In primis il concetto di libertà. La libertà sessantottina è una libertà che non conosce argini, che non fa i conti con nessun’altra realtà che non sia lei stessa e la sua voglia di distruggere, di abbattere, di mettere sempre tutto sottosopra. Era una libertà implacabile quella predicata dall’ideologia sessantottina, cambiare a tutti i costi, non dare conto di niente a nessuno, vivere come viene, perché si è tutti più felici se ognuno fa quello che gli pare.

Ma il ’68 è anche l’anno della grande consapevolezza. La consapevolezza che questa ideología nasconde una trappola mortale. Che nel caos dei deliri di onnipotenza la vita soffoca e la società, presto o tardi, implode nella solitudine, nell’individualismo, nell’inaridimento delle relazioni, nella perdita di ogni riferimento su ciò ci aiuta a stare bene e ciò che invece ci distrugge.

La consapevolezza è profezia. Per questo possiamo dire, senza imbarazzo, che il ’68 è stato un anno in cui qualcosa di profetico è stato detto, in cui qualcuno ha saputo leggere i segni dei tempi offrendo una risposta al caos, evidenziando quindi, che la vita o si custodisce e si costruisce con attenzione e generosità, o si secca, e muore.

Questo qualcuno è il Beato Paolo VI, e il qualcosa che questo  Papa ha detto si chiama: HUMANAE  VITAE.

A breve Papa Montini verrà proclamato santo dalla Chiesa Cattolica. Perché santo non è chi compie opere straordinarie, da super-uomini o chissà che cosa, santo è chi sa entrare nella vita, chi riesce a comprenderne il mistero e a rispettarlo. Chi serve la vita, che è un dono senza fine, nella misura finita che si addice a lui, nel modo in cui è chiamato a farlo, nel piccolo o nel grande, santo è chi accoglie la verità che è inscritta nella realtà, e si rifiuta di obbedire alle tante ideologie che si susseguono nella storia, non conformandosi, come direbbe un altro Paolo, l’apostolo, alla mentalità del secolo.

Humanae vitae nasce da un atto di coraggio, dalla forza di testimoniare  che c’è una differenza reale tra ciò che è lecito e ciò che illecito, che non tutto ciò che è tecnicamente possibile fare sia allo stesso tempo, per questo solo motivo, moralmente accettabile. Che c’è una línea di demarcazione profonda tra ciò che fa bene e ciò che fa male, alla vita, alle relazioni inter-personali, soprattutto quelle coniugali, alla società intera.

Non si può scindere l’atto unitivo da quello procreativo senza che questo implichi come conseguenza immediata una schizofrenia pratica nel matrimonio. Non si può pensare il proprio corpo e quello degli altri come una macchina di piacere da buttare appena comincia a non soddisfare più le nostre aspettative o i nostri desideri d’evasione, senza che questo generi, in fondo, un grande disprezzo del corpo. Che è buono e giusto utilizzare tutti i mezzi terapeutici che non portano a questa schizofrenia pratica, per curare possibili patologie che intaccano la vita sessuale e riproduttiva. Che è giusto e necessario vivere responsabilmente la paternità e la maternità, evitando la superficialità, che distrugge il rapporto perché lo incastra nell’ansia di dover obbedire ad un precetto astratto, senza fare i conti con la realtà . Ma  evitando pure  l’infantilismo che giustifica la chiusura alla vita adducendo pseudo-ragioni che a lungo andare svuotano dal di dentro la vita coniugale, perché sopprimono il frutto dell’amore: la vita che emerge dall’unione di due corpi che la custodiscono amandosi e così la trasmettono oltre loro stessi.

Che una società in cui tra i valori fondamentali non ci si quello del rispetto dell’altro come un fine e mai come un mezzo o uno strumento utile alla soddisfazione dei propri bisogni, cioè quella virtù che in teología si chiama “castità”, e una società in cui presto o tardi, ogni persona finirà per essere considerata una cosa. Un attrezzo sostituibile, irrilevante nella sua unicità, assolutamente innecessario.

Quanta profezia Paolo VI, quanta verità c’è nei santi.

 

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