La missione sociale del malato di Simone E. Tropea, Agenzia Vitanews
febbraio 12, 2018 Sì alla Vita

E’ sempre più acuta la consapevolezza di quanto la nostra società e la fisionomia culturale in cui si definisce abbia un’impostazione estremamente efficientistica ed edonistica. Da una parte l’efficentismo, come paradigma culturale in cui una persona vale nella misura in cui è capace di produrre una grande quantità di cose, sempre monetizzabili quindi riconducibile all’assoluto del denaro; dall’altra l’edonismo per cui la vita si misura nella capacità di consumare bulimicamente le cose prodotte dalla società efficientista, di godere illimitatamente, comprando piacere e diversione. Anche qui quindi una realtà che obbedisce al sistema asettico di un’economia  considerata sempre e comunque l’assoluto. La priorità rispetto all’uomo concreto è sempre il sistema economico in cui è inserito e rispetto al quale lui, con tutta la sua corporeità viene ad essere nient’altro che una piccola rotella nell’immensa macchina, rispettivamente di produzione (efficientismo) e di consumo (edonismo).  Il suo corpo è un macchinario tra gli altri in questa enorme  fabbrica globale  in cui si trasforma inevitabilmente il mondo. L’intoppo, un malfunzionamento di ogni tipo, quindi, qualsiasi tipo di malattia fisica o psichica, è una condizione sufficiente per venire estromessi dal sistema, è la ragione più immediata per ritrovarsi, dal nulla, scartati, tagliati fuori dal giro.

Questo è il problema fondamentale della nostra società, che evidentemente dei malati, e in generale di chi non riesce a tenere il ritmo, non sa più che farsene.

In questo quadro, molto realistico e pragmatico dobbiamo chiederci con molta sincerità: qual’è il ruolo sociale del malato?

La risposta è semplice: assolutamente nessuno.

La nostra cultura non contempla il limite come situazione esistenziale possibile. Non lo ammette alla radice, lo rifiuta. E questo rifiuto si traduce nella pratica aberrante dell’aborto, dell’eutanasia, dell’emarginazione del diverso, dell’individualismo, che è incapacità di accettare l’altro perché percepito come un limite al mio io, quindi nella fine del matrimonio come luogo in cui si impara ad amare questo limite riconoscendolo invece come il presupposto necessario per la piena ed autentica realizzazione di sé, e così via.

Rifiutando il limite di cui il malato è segno e simbolo, si giunge ad un fatto paradossale: l’uomo, che è un essere per definizione limitato, perché mortale, rifiuta se stesso.

Ed ecco quindi la depressione, i complessi, le paralisi in cui riversano già due generazioni, l’incapacità di superare serenamente le difficoltà.

Se comprendiamo veramente cosa si nasconde dentro la menzogna dell’efficentismo e dell’edonismo, in cui tutti i discorsi sui presunti diritti dell’uomo si sviluppano a partire da un’ipocrisia originaria, dal fatto che l’uomo non è considerato nella sua concretezza limitata, ma in astratto, forse possiamo capire in che modo il malato, che si tratti di noi, di un nostro caro o di qualsiasi altra persona segnata dal limite in modo più evidente ed immediato, rappresenta l’unica possibilità di riscatto da un sistema intrappolato nelle sue fallimentari manovre di successo. Schiavo del denaro che risucchia ogni istante dell’esistenza per svuotarla di ogni altro senso che non sia il denaro stesso.

Infatti, riconoscere il malato come il luogo in cui il limite, come cornice naturale della vita umana, si manifesta e chiede di essere accolto, è l’unico modo per rompere il meccanismo perverso di un sistema in cui l’uomo rifiuta l’uomo. Per bloccare il suicidio sociale e culturale verso il quale andiamo. In una società disumanizzata, dove gli unici parametri di successo sono il fare ed il godere fini a se stessi, il malato, che in un certo senso è escluso da queste due dimensioni, svolge con il suo solo esserci la missione più importante: umanizzare la società. Perchè l’esistenza venga reimpostata sui veri criteri esistenziali vincenti: l’accogliere e il curare, ovvero il saper amare.

 

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