L’antilingua nel fine vita di Pier Giorgio Liverani, giornalista e saggista
febbraio 12, 2018 Sì alla Vita

Per realizzare i “diritti (in)civili” – tutti contrari all’etica e al sistema giuridico – le parole comuni non paiono valide. Così radicali e laicisti inventarono l’“interruzione volontaria della gravidanza” (IVG): “aborto” era troppo esplicito. Ormai le “antiparola” hanno dato vita all’“antilingua” fatta di «parole dette per non dire quello che si ha paura di dire». È il linguaggio di ogni nuovo “diritto”: il figlio è diventato il “prodotto del concepimento”, la madre adesso è solo una donna, il matrimonio gay una “unione civile” e anche “eutanasia” è soltanto una “antiparola”. Ce ne parla Pier Giorgio Liverani, giornalista e saggista.

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Il linguaggio della vita è fatto di gesti: nascere, piangere, cantare, amare, concepire, accogliere, donare. Anche il soffrire, il morire e il parlare sono gesti parlanti. Servono alla comunicazione tra le persone e ci si intende così, perché ogni parola e ogni gesto hanno il proprio significato: ma se parlo con un’altra lingua o cambio il significato delle parole gli altri non mi capiscono più. Una cosa che mi viene detta con parole artificiose e artificiali è un falso che mi inganna e mi offende. Tanti anni fa a Babele successe proprio questo. Dunque le parole debbono essere quelle giuste: a Babele cambiarono le parole e cominciarono le guerre.

Oggi, da noi, sta succedendo qualcosa del genere. Per esempio: per addolcire la morte, qualcuno da femminile che è l’ha fatta diventare un maschio, addirittura con una legge: il fine vita.

Il fatto è che le parole, ormai, riescono a cambiare la realtà rendendola docile ai propri desideri ma a un fine menzognero. Esempio: l’aborto non è una “interruzione di gravidanza” e resta un delitto. È nata così una lingua biforcuta, un’“antilingua” che, per essere gradita e ingannare il destinatario, ha adottato altre parole, in apparenza più gradevoli, al posto di quelle che fanno paura o provocano vergogna. La morte non cambia la sua sostanza.

È nata addirittura una pseudo-filosofia articolata in antiparole dette per non dire quello che si ha paura di dire. La prima antiparola è il “principio di autodeterminazione” e la seconda è il “diritto civile”. La prima dà la spinta a fare e ottenere ciò che si vuole, la seconda è l’obiettivo da raggiungere, che è sempre l’opposto dei diritti autentici: il “diritto” di uccidere il proprio figlio prima che nasca resta un delitto; il “diritto” impossibile al matrimonio tra persone dello stesso sesso resta una falsità; e la sterilità di una coppia sostituita dalla fecondazione artificiale eseguita da medici resta una specie di adulterio consensuale. Così le parole si svuotano: siamo al “diritto di avere diritti”, tutti quelli che mi piacerebbe avere, inventato da Stefano Rodotà e persino al “diritto di morire” (non revocabile) sognato da Umberto Veronesi, che però sembra una contraddizione con la sua grande figura di medico.

Che cosa sia il “principio di autodeterminazione” è evidente: non sono le semplici decisioni della vita di tutti i giorni, ma lo strumento dell’assurda realizzazione della dottrina individualista del laicismo: “la legge è al servizio del proprio desiderio” qualunque sia. E il “diritto di morire” non tiene in considerazione le conseguenze di una morte cercata, che ignora, ferisce, taglia ogni nodo di relazione tra il prossimo defunto e i parenti, gli amici, i concittadini… Una società che crea il “diritto di morire” non conosce il senso del proprio nome.

Proprio in questi giorni Papa Francesco ne ha parlato denunciando le conseguenze gravi di ogni singola eutanasia e del processo di secolarizzazione in corso ormai da anni in una società sempre volontariamente più povera di umanesimo. «La assolutizzazione – ha detto – dei concetti di autodeterminazione e di autonomia ha comportato in molti Paesi la crescita della richiesta di eutanasia come affermazione ideologica della volontà di potenza dell’uomo sulla vita e la valorizzazione della volontaria interruzione della vita umana come scelta di civiltà… Tutto diventa possibile laddove la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e la sua produttività».

Così la legge sulle “unioni (in)civili” dovrebbe cancellare l’assurdità del matrimonio tra omosessuali; nascondere l’affitto dell’utero con la “surrogazione di maternità” o la “gestazione per altri”; trasformare la morte nel “diritto all’eutanasia”. Il “diritto” di fare l’accompagnatore del malato non fa diventare discepoli del Buon Samaritano perché porta il morituro non nella locanda del buon gestore, ma nella casa della morte e gli dà la presunzione di avere dal tribunale una medaglia al merito, non la giusta pena. No, le leggi e i diritti (quelli veri) esistono per i vivi e non per i morti mentre la dignità che viene all’uomo dalla sua natura quasi divina non è intaccata dall’antilingua. “Homo vivens gloria Dei” scriveva, nel secolo II, sant’Ireneo vescovo di Lione, perché è vivo, cioè a sua immagine e somiglianza. L’antilingua comprende anche la sfilza di nomi proposti e poi rifiutati per arrivare all’attuale “dat”. E riesce soltanto a creare confusione sulla vita e ad aiutare la morte con l’intenzione di sostituire il Creatore. Era già successo a Babele e la Torre non si fece. L’antilingua ne vuole il bis.

 

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