Lettere al Direttore di Luca Finocchiaro
febbraio 12, 2018 Sì alla Vita

Caro Direttore,

mi ha colpito molto la notizia della signora di Nuoro affetta da Sla da cinque anni fa, che ha deciso di farla finita. Non è la prima volta che accadono fatti tragici come questi, ma è la prima volta che una decisione del genere avviene in Italia rispettando la legge, o almeno così mi sembra di capire. Forse, più che colpirmi, questa notizia mi ha fatto paura.

Ugo Ferrari, Roma

 

E ci credo, caro signor Ferrari, se colgo correttamente cosa intende per “paura”. Il cosiddetto biotestamento è entrato in vigore lo scorso 31 gennaio, con tutte le sue norme e (soprattutto) con tutte le sue zone grigie. Tra le sue pieghe restano infatti almeno due macigni: il primo, la violazione di un principio sacrosanto e (non a caso) di rango costituzionale come quello dell’obiezione di coscienza, unica garanzia per il medico di poter agire secondo la propria scelta professionale e le proprie convinzioni etiche. Tant’è vero che, se per la Costituzione essa è un diritto fondamentale della persona (articoli 2, 3, 10, 19 e 21), per la giurisprudenza della Corte costituzionale l’obiezione di coscienza è addirittura il “principio creativo che rende possibile la realtà delle libertà fondamentali dell’uomo” (sentenza n. 467 del 1991). Il secondo, l’urgenza di evitare che questa legge possa diventare lo strumento per interrompere i sostegni vitali ai soggetti disabili sulla base del parere del legale rappresentante o per via giudiziaria. A proposito di “via giudiziaria”, ricorderà il caso straziante del piccolo Charlie Gard: ebbene, sempre in Inghilterra si sta ripetendo lo stesso film (horror) a danno di Isaiah, neonato di 11 mesi.

Ma restiamo in Italia e, soprattutto, sul caso. La signora di Nuoro malata di Sla ha rifiutato le cure. Rifiuto concesso in nome della nuova legge e, per essere più precisi, della parte di essa che ha a che fare con il consenso informato. Il biotestamento, cioè le dichiarazioni anticipate di trattamento, in questo caso non c’entra nulla, dato che la paziente era capace di l’esprimere la sua volontà di rifiuto. Nessuna Dat, quindi.

 Non mi sembra un particolare di poco conto. Tutt’altro: se confermato, ciò aprirebbe uno squarcio proprio tra quelle pieghe a cui facevo riferimento (In proposito, invito a leggere l’intervento del Prof. Guido Miccinesi pubblicato in questo numero di Sì alla Vita).

 Anche così restano aperte molte domande. Come valutare quella sospensione di sostegni vitali? Serviva davvero a calmare la sofferenza della paziente? Di sicuro, serviva a porre fine alla sua vita. E la sedazione profonda? Serviva a togliere i dolori che la paziente aveva o a nascondere quelli che la sospensione di cure avrebbe inevitabilmente provocato? Ecco, forse sono queste riflessioni a incutere paura. E non solo a Lei. L’auspicio è che a porsele sia il prossimo Parlamento. Il nuovo legislatore farebbe bene, sin dal suo esordio, a correggere tutte le forzature contenute in una legge che introduce di fatto l’eutanasia omissiva da sospensione di cure. Forzature che hanno spinto il nostro Paese verso il precipizio, con altre (e peggiori) offese al diritto alla vita. Anche per questa ragione occorre riflettere sulle parole preoccupate di Papa Francesco pronunciate durante l’Angelus in occasione della 40ma Giornata per la Vita: “Non sono tanti quelli che lottano per la vita in un mondo dove ogni giorno va avanti la cultura dello scarto” – ha sottolineato il Santo Padre. Ed è tragico – osservo io – che in un Paese sempre più vecchio e con sempre meno nascite, invece di mettere in atto valide politiche familiari e di sostenere forme di relazioni più solidali, la priorità di fine legislatura sia stata quella di aiutare le tendenze suicidarie degli individui. Questa è lo fotografia di un Paese che ha seppellito la speranza: una “dichiarazione anticipata di estinzione”.

 

Luca Finocchiaro, Direttore Si alla Vita

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