La “Salvifici doloris” di San Giovanni Paolo II e il tema della dignità del morente di Simone E. Tropea, Agenzia Vitanews

Oggi sembra impossibile parlare di dignità del morente senza che il pensiero corra rapido al tema dell’eutanasia.  In un secolo disincantato, in cui ogni bilancio santario, o affettivo, si risolve pacificamente nella considerazione immediata e pragmatica che vale la pena portare avanti soltanto ció che funziona, e scartare il resto, rimane sospesa – nella sala d’attesa delle domande scomode- la questione sullo statuto sociale del malato.  Ancora più complicato stabilire quale possa essere eventualmente il posto del “morente” in uno spazio sociale e culturale in cui ogni traccia di debolezza ed ogni sentore d’irreversibilità appaiono terribilmente fuori luogo. Nello scorso numero di “Si alla Vita” abbiamo ricordato una perla preziosa del magistero di papa Paolo VI, l’enciclica “Humanae Vitae”, e così, questo mese ci è parso opportuno soffermarci su un altro grande documento petrino, questa volta di Giovanni Paolo II, che nel 1984 si preoccupava di mostrare le ragioni profonde per cui vale la pena pensare che nell’esperienza della sofferenza e addirittura nel buio dell’agonia si nasconda un valore altissimo in grado di illuminare anche la dimensione apparentemente più assurda dell’esistenza umana. Il documento in questione è la lettera apostolica “Salvifici doloris”, nella quale san Giovanni Paolo II ci ha lasciato uno scritto teologico ed antropologico d’indicibile spessore, mostrandone il valore oggettivo, offrendo una testimonianza, nella sua stessa carne, della verità liberante, per quanto scandalosa, del suo contenuto essenziale.

Nell’anno dedicato alla Redenzione, il santo padre ci lasciava una traccia destinata a divenire una rotta precisa per la Chiesa di sempre, pellegrina oggi in un tempo che conosce sfide pastorali e culturali inedite, acuite da tensioni sociali nuove e da sentimenti vaghi di cinismo e disinteresse verso gli ultimi tra gli ultimi:

“Dato dunque che l’uomo, attraverso la sua vita terrena, cammina in un modo o nell’altro sulla via della sofferenza, la Chiesa in ogni tempo – e forse specialmente nell’Anno della Redenzione – dovrebbe incontrarsi con l’uomo proprio su questa via. La Chiesa, che nasce dal mistero della redenzione nella Croce di Cristo, è tenuta a cercare l’incontro con l’uomo in modo particolare sulla via della sua sofferenza. In un tale incontro l’uomo «diventa la via della Chiesa», ed è, questa, una delle vie più importanti.”

Dunque un’indicazione precisa per la Chiesa in uscita che senza questo riferimento estremamente concreto, –l’uomo che in un modo o nell’altro cammina sulla via della sofferenza – perderebbe addirittura la sua via.

L’uomo concreto investito dal dolore in tutte le dimensioni costitutive del suo essere, quella fisica, quella psichica e quella spirituale, è l’oggetto ed il soggetto della lettera apostolica di Giovanni Paolo II. L’uomo immerso in un mondo che spesso si mostra teatro di dolore posto davanti e intorno a lui e, non di rado, imposto dall’uomo stesso ai suoi simili. Dolore che diventa il dramma del mondo. Cifra della storia di ogni uomo che soffre cosí una parte finita di questo infinito dolore del mondo.

La rivelazione, che è innanzitutto comprensione della storia dell’uomo e del mondo sofferente, non offre facili vie di fuga, spiegazioni evasive e tautologiche. La rivelazione si offre come una luce che ci consente di entrare fino in fondo nel mistero della sofferenza riconoscendo nell’esperienza della croce l’esperienza propria del Figlio, di Colui che puó attraversare il dolore apparentemente insensato della sofferenza e della morte perché possiede l’intima certezza della fedeltá del Padre che non abbandona ció che è suo al buio gelido di un infinito, eterno non senso. La Pasqua, che in questi giorni la Chiesa celebra, è il luogo in cui si schiude il mistero redentivo e salvifico della Passione del Figlio, alla quale, per ogni uomo innestato come figlio (con minuscola) nella persona del Figlio, è dato di partecipare.

Solo il Risorto, ed ogni risorto, puó attraversare l’esperienza della morte nella certezza che la vita lí non si perde.

È l’essenza della Pasqua che chiede di essere esperita, che vuole incarnarsi nei corridoi degli ospedali, nei letti dei morenti, nel corpo piagato dei sofferenti in cui è possibile riconoscere cosí il tempio del Dio vivo, scandalosamente presente in mezzo ad umanitá che vaga disperata fin quando non incontra e non accoglie questa speranza.

Sono tutte parole finché non ci si confronta con l’evento della sofferenza, è un fatto. Ma sono parole che hanno il potere di illuminare un evento che altrimenti resterebbe chiuso come una gabbia, como uno spazio ermetico che reprime ogni orizzonte di senso possibile. Il luogo in cui si gioca la speranza di una società è il punto esatto in cui essa è disposta a confrontarsi con l’assurdo, riconoscendovi una pro-vocazione. La Salvifici doloris, pur avendo un contenuto eminentemente teologico, in quanto espressione di quella visione alternativa di cui la Chiesa è portatrice, nasconde anch’essa delle implicazioni sociali e politiche ancora tutte da scoprire ed elaborare.

 

Salvifici doloris (.pdf)