La storia di Francesco di Elisabetta Moretti e Doriano Bussolotto

Mi chiamo Elisabetta e voglio raccontare la storia del mio piccolo Francesco per dare a tante mamme la forza e il coraggio di andare avanti nella gravidanza quando vengono diagnosticati problemi gravi ai figli che hanno in grembo.

Sono sposata con Doriano, abitiamo a Recanati, nelle Marche, e abbiamo tre figli maschi: Davide, Simone e Francesco.

Tutto è iniziato nel gennaio del 2016, quando ho scoperto di essere incinta per la terza volta.

Ero molto felice, perchè avevo pregato tanto per avere un altro bambino.

Dopo solo due settimane ho avuto una minaccia di aborto: mi sono spaventata moltissimo, ho avuto paura di perderlo, ma poi la gravidanza ha ripreso un decorso normale. Passano i giorni e le settimane, ma, a circa  tre mesi di gravidanza, ho contratto un virus influenzale, con febbre altissima, e sono stata costretta a fare iniezioni di penicillina.

Una volta guarita, mi sono sottoposta ad un’ecografia di controllo ed è risultato tutto regolare: il bambino cresceva bene.

Il 14 aprile del 2016 alle ore 21, però, mi attendeva una terribile sorpresa. Avevo programmato per quel giorno un’altra visita con ecografia dalla mia ginecologa, ero quasi al quinto mese di gravidanza. Questa volta è venuto anche mio marito.

Entro in ambulatorio, mi sdraio sul lettino ed inizia la visita. Siamo curiosi di conoscere il sesso del bambino, scherziamo tra noi. Ma nel corso dell’ecografia la dottoressa si accorge che c’è un problema cerebrale gravissimo: si era formato un accumulo anomalo di liquido nel cranio che impediva lo sviluppo del cervello (una patologia che ha nome “idrocefalia”). La mia vita si è fermata in quel momento.

La dottoressa ci spiega bene cosa comporta questo problema e quello a cui andremo incontro se porterò avanti la gravidanza: il bambino potrebbe  non arrivare a nascere, o morire appena nato, o vivere da vegetale, o avere comunque difficoltà gravissime che gli impedirebbero di condurre una vita normale.

Mi invita a fare un’altra ecografia in un altro ambulatorio per avere la conferma e mi consiglia l’aborto terapeutico. Anzi mi dice di fare in fretta, perché ero giunta quasi al quinto mese di gestazione.

Quelle parole non le dimenticherò più!

Il dolore che ho  provato non si può descrivere né  immaginare.  Io e mio marito siamo usciti stravolti, e penso che se fossi stata sola quella sera come era avvenuto in tutte le altre visite, forse non sarei nemmeno più tornata a casa.

La prima reazione che ho avuto dopo questa notizia tremenda è stata di ribellione verso il Signore. Perché proprio a me che ero stata sempre contraria all’aborto? Proprio a me che tanto  avevo pregato per avere questo bambino?

Trascorrono i giorni e non riesco a pensare ad altro. Mi sento del tutto abbandonata dal Signore.

Non vorrei abortire, ma i familiari e gli amici mi spingono a farlo, per cui piano piano maturo quasi l’idea che è la cosa giusta da fare. Anche mio marito me lo consiglia.  Nel frattempo rifiuto di sottopormi ad alcuni esami come amniocentesi e villocentesi: sapere le cause di questa malattia non mi importa, non risolve il problema.  Poi decido di cambiare ginecologo, anche perché la dottoressa che mi seguiva mi aveva detto che  se io avessi portato avanti la gravidanza, il bambino avrebbe avuto bisogno alla nascita di un’equipe di dottori specializzati,  in un ospedale organizzato per provvedere ad ogni emergenza.

E’ così che ho la grazia di conoscere, in questo momento così difficile, il dott. Alessandro Cecchi. A fine aprile faccio, nel suo studio, la prima visita con ecografia di terzo livello, ancora più specifica delle precedenti. In questa occasione viene riconfermata la patologia del bambino che ho in grembo, ma questa volta con una variante: è più grave rispetto a due settimane prima, e il feto va peggiorando. Chiedo al dottore se gli sia capitato un altro caso simile al mio, voglio farmi un’idea di come sarà il bambino, ma lui mi risponde che non ci sono riscontri significativi né  percentuali a cui si possa fare riferimento,  perché in questi casi i bambini vengono quasi tutti abortiti.

Torno a casa distrutta: le gambe non mi reggono, la vista mi si appanna, tremo tutta, sto ancora peggio, psicologicamente, rispetto a quel 14 aprile.

Quella sera, dopo la  visita, ricevo la telefonata di un sacerdote che conoscevo appena: il dottore stesso lo aveva chiamato, gli aveva parlato di me e gli aveva chiesto di incontrarmi. Ci vado  la mattina seguente. Da quel momento in poi questo sacerdote, padre Massimo Giustozzo,  mi è stato vicino e mi ha aiutato a trovare la forza, pian piano, per andare avanti.

Non nego di avere avuto momenti di rivolta verso il Signore, momenti in cui ho pensato di abortire. Mi sono anche fatta del male da sola passando notti intere a fare ricerche in internet su bambini che nascono con questa patologia, o riprendendo vecchie ecografie dei miei due figli e confrontandole con quelle del bambino che avevo in grembo. Quanto ho pianto!

Vedevo però che il Signore non ci lasciava soli, ma ci metteva accanto le persone giuste al momento giusto. Ho conosciuto due coppie che erano passate  attraverso la mia stessa sofferenza, e che per me sono diventate importanti punti di riferimento. Da loro ho imparato tanto, tantissimo. E infine, insieme con mio marito decidiamo di andare avanti nonostante tutto.

A metà maggio una nuova ecografia: il bambino continua a peggiorare.

Mentivo a tutti quelli che sapevo non avrebbero mai condiviso e capito la scelta che avevamo fatto. Ai familiari dicevo, quando andavo alle visite, che tutto si sarebbe risolto, che il problema non era grave e  il bambino stava migliorando. Un dolore grande si prova a dire questo mentre  tu vorresti che ti sostenessero anzichè umiliarti e deriderti per aver scelto la vita. Ti senti morire dentro.

Ho ricominciato a pregare intensamente, anche con mio marito. Chiedevo preghiere a sacerdoti, conventi e monasteri. Ho scritto persino una lettera al Santo Padre, in cui gli dicevo che secondo i medici ci voleva solo un miracolo per mio figlio e lo supplicavo di intercedere per questo miracolo.

Sono andata spesso a Loreto  nella casetta della Madonna. Affidavo a lei il mio bambino, facevo in modo che il mio pancione toccasse i mattoni della Santa Casa e con audacia facevo sempre questa stessa preghiera: ” Madre pensaci tu, te lo affido, è tuo figlio.  Guariscilo!  Madre, tu hai avuto un figlio  sano, anche io avrò un figlio sano. Madre, ogni volta che ho implorato il tuo aiuto mi hai sempre soccorso, dunque intercedi presso tuo Figlio per questa Grazia!”. Pregavano anche i miei due figli tutte le sere per il loro fratellino, e mi commuovevo a vederli. Gli avevamo spiegato le sue condizioni, li avevamo preparati al peggio, per evitare loro un trauma se appena nato non ce l’avesse fatta.

Ho persino cinto alla vita, senza togliermelo mai, il “nastrino azzurro”.  Si tratta di un’antica devozione mariana di Loreto: tante donne chiedono alle monache Passioniste un nastro azzurro, benedetto, per ottenere, accompagnato dalle preghiere delle monache stesse e tenuto intorno alla vita con fede, la grazia di un figlio ( numerosissime e provenienti da tante parti sono le testimonianze di mamme che hanno ricevuto questa grazia). Io il bimbo lo avevo già in grembo, quindi chiedevo la sua guarigione.

Il 20 giugno ci rechiamo all’ospedale di Rimini per fare al bambino la prima risonanza cerebrale.

Esito dell’esame: viene  riconfermata la grave forma di idrocefalia. Il liquido cerebrale sta aumentando.

Il mio ginecologo, visti i referti della risonanza  e delle ecografie fatte, mi dice che forse non arriverà nemmeno al parto il  bambino, e che se poi fosse nato, non sarebbe riuscito a respirare da solo, o avrebbe avuto altri gravi problemi,  quindi sarei dovuta andare a partorire  in una struttura ospedaliera in grado di provvedere a tutto al momento della nascita.

Continuavo a pregare, cercavo di abbandonarmi alla volontà di Dio.

A metà luglio ripeto la risonanza a Rimini e l’esito questa volta è diverso: il cervello aveva iniziato improvvisamente a crescere, riempiendo lo spazio precedentemente occupato dal liquido, il cui accumulo si era momentaneamente arrestato e quasi iniziava a diminuire.

Mi sembrava di scoppiare dalla gioia!

In genere queste patologie vanno solo a peggiorare, senza lasciare tante speranze di vita. Nel mio caso, invece, c’erano dei segnali di miglioramento, se pur lieve!  Il bambino che aspettavo incredibilmente iniziava a migliorare quando mancava qualche settimana al parto, e se restava comunque la patologia gravissima alla testa, io ero contentissima di questa notizia. E continuavo a dire: ” Signore, completa la tua opera, porta a termine il miracolo”.

Su consiglio del mio ginecologo e del neuroradiologo sono andata a partorire a Roma al policlinico Gemelli. Mi sono ricoverata il 25 luglio per essere sottoposta ad una prima evacuazione di liquido amniotico. Sono stati giorni brutti, perchè il piccolo è andato, dopo questa procedura, in sofferenza fetale,  ma è stato necessario farlo: avendo tante contrazioni avrei rischiato un parto d’urgenza che invece bisognava evitare per la situazione complicata del bambino.

Sono rimasta a Roma da sola in ospedale in attesa di partorire, e quei giorni non passavano mai.

Il 9 agosto, alle ore 11 circa di mattina, è nato Francesco con taglio cesareo.  Nasce ed io non riesco a vederlo perchè lo portano via subito…lo sento appena piangere. Chiedo ad un’infermiera, quando mi sveglio  in sala operatoria, come sta mio figlio, e lei mi dice che lo stanno visitando, che respira da solo. Sono stata contenta di sapere che respirava spontaneamente, senza l’ausilio di macchinari come invece si era previsto, però avevo capito, dal tono dell’infermiera, che c’era qualcosa di grave.  Nemmeno per un secondo avevo potuto vederlo appena nato!. Dolore su dolore. Vedi le altre che partoriscono anche con cesareo e appena uscite dalla sala operatoria hanno il piccolo in braccio. Per me e mio marito non è stato così.

Sono rimasta sola in camera a guardare il soffitto della stanza di ospedale e ad aspettare  notizie.

Dopo qualche ora abbiamo saputo che si trovava in terapia intensiva, e che oltre al problema alla testa ne aveva un altro ancora più grave: un’atresia esofagea di terzo tipo. In pratica l’esofago non era un unico tubo continuo ma si interrompeva più o meno a metà dividendosi in due monconi: il segmento superiore terminava a fondo cieco; l’inferiore si era attaccato alla trachea (il termine medico è “fistola esofago-tracheale”) per poi finire, in basso, nello stomaco. La sera di quel giorno è venuto a trovarmi, nella mia stanza, il chirurgo che doveva operare Francesco all’esofago, e mi ha spiegato tutta la situazione del bambino. Mi è caduto il mondo addosso! Mi sembrava quasi di svenire. Avvisati di tutti i rischi e delle precarie condizioni del mio bambino, su consiglio di una suora abbiamo pensato di battezzarlo subito. Mio marito è andato la  mattina seguente a cercare un sacerdote disponibile a venire in terapia intensiva neonatale per somministrare il Battesimo a nostro figlio.

Quel giorno, il 10 agosto 2016, è stato il più brutto della mia vita.

Mi hanno portato in carrozzina, con la flebo al braccio, al reparto dove era il bambino. Finalmente, dopo quasi 30 ore che era nato, sono riuscita a vederlo per la prima volta da fuori l’incubatrice in cui lui stava, non potevo accarezzarlo, non riuscivo nemmeno a toccarlo.

L’ho visto con tutti fili e tubicini attaccati ed ero lì con il sacerdote che lo battezzava.

Avrei voluto morire mille volte e ancora altre mille!

In quel momento di dolore grandissimo mi sono sentita svuotata. Non pensi, non respiri, senti il vuoto totale.

I medici hanno deciso: bisogna dare la precedenza al problema più grave, quindi dopo 48 ore dalla nascita Francesco viene operato allo stomaco per chiudere innanzitutto la fistola esofago-tracheale.

L’intervento è stato  più lungo del previsto perché, grazie a Dio, sono riusciti contemporaneamente anche ad agganciare i due monconi dell’esofago. Cosa non prevista e straordinaria, infatti molti bambini rimangono mesi e mesi all’ospedale prima della ricongiunzione esofagea, nutrendosi nel frattempo in modo artificiale.

Dunque nella prima operazione hanno chiuso la fistola e agganciato l’esofago, con ampio taglio che partiva dalla scapola e arrivava fino allo sterno. Tutto questo in un corpicino di circa 2kg. Hanno poi immobilizzato il bambino per una settimana, sedato e nutrito per via endovenosa. Dopo una settimana dall’operazione è stato estubato  e ha respirato da solo. Inoltre è riuscito in poco tempo a mangiare dal biberon, per cui non c’è stato più bisogno di nutrirlo tramite vena.

Nonostante il suo problema cerebrale e l’intervento  rischioso  e difficile, Francesco ha avuto dunque una ripresa straordinaria.

Nel frattempo la situazione cerebrale era stazionaria: l’accumulo di liquido si era arrestato e la situazione non destava preoccupazione ai neurochirurghi. Si poteva perciò aspettare ancora, prima di correggere l’idrocefalia. Il Signore aveva programmato tutto perfettamente!

Dopo circa due mesi, quando Francesco si era ormai ripreso  bene dall’intervento al torace, il liquido cerebrale ha ricominciato ad aumentare, come pure, conseguentemente, la circonferenza del cranio. Il neurochirurgo, vista la situazione, decide di operarlo. Era il 7 ottobre 2016.

E’ andato tutto benissimo anche questa volta. E’ stato inserito un tubicino nella testina del bambino, proprio sotto la fontanella, che raccoglie il liquido cerebrale in eccesso e, attraverso il torace, lo scarica in addome. Dopo alcuni mesi il piccolo guerriero ha iniziato la fisioterapia presso un centro specializzato, per recuperare i movimenti e il ritardo psicomotorio maturato a causa degli interventi e dell’ospedalizzazione.

La cosa incredibile è che dagli elettroencefalogrammi non risulta nessuna anomalia cerebrale!

I medici che hanno visitato Francesco mi hanno detto tutti la stessa cosa: non c’è corrispondenza tra le sue reali condizioni di salute e quello che invece ci si potrebbe immaginare leggendo la sua cartella clinica. Più precisamente, dalle carte emerge un quadro malformativo complesso – atresia dell’esofago, idrocefalia tetraventricolare e agenesia del corpo pellucido – eppure Francesco ha uno sviluppo psicofisico uguale a quello di tutti gli altri bambini.

Circa a metà febbraio 2017 è stato ricoverato per un esame all’esofago: si temeva che un restringimento nella zona  in cui erano stati ricongiunti i due monconi – esito frequente in questo tipo di intervento – rendesse difficile il passaggio del cibo. Fatta l’anestesia, i medici sono entrati con una telecamera  per vedere l’esofago ed  eventualmente allargare la sutura. Ma finito l’esame, mi si riferisce che non c’era stato bisogno di fare niente, perché il bambino ha un esofago perfetto!

Posso dire che nonostante tante umiliazioni e sofferenze affrontate, sono felicissima oggi di aver scelto per la vita di questo figlio. Accoglierlo, ha portato nella mia famiglia grazie e benedizioni di ogni tipo, facendomi toccare con mano la potenza del Signore.

Francesco, che mi dicevano di abortire quando già lo sentivo vivere e muoversi dentro di me, è stato il più grande dono che io abbia mai avuto.

Purtroppo la società in cui viviamo non accetta bambini che non siano sani, ma questi figli sono fonte di gioia e insegnano ad amare veramente. Per ognuno di loro c’è un progetto grande che non si sa comprendere durante la gravidanza, e che non si ha il diritto di distruggere.

Alle mamme spaventate, alle mamme lasciate sole, alle mamme che pensano sia meglio non nasca un figlio che abbia problemi, voglio dire che non ci si pente mai di aver scelto la vita!

 

La storia di Francesco (.pdf)