Difendere il concepito a 40 anni dalla L. 194/78: serve strategia comune nel mondo prolife Interviste a cura di Massimo Magliocchetti, Responsabile Giovani Roma Mpv

Tra pochi giorni il nostro Paese si troverà a ricordare un evento che ha modificato in modo (forse) irreversibile la cultura e la società italiana: il quarantesimo anniversario della promulgazione della L. 194/78. Anche il Movimento per la Vita, da sempre impegnato a sviluppare una rete di aiuto alla vita capace di aiutare le donne ad accogliere il proprio bambino, senza mai però mancare di costruire una cultura della vita che respinga l’idea di liceità dell’aborto, si appresta a vivere questo triste anniversario. Tuttavia non bisogna arrendersi. Occorre seminare con forza e tenacia, testimoniare la concretezza dell’operato dei Centri di Aiuto alla Vita (Cav), contagiare la società con la bellezza della maternità. Consapevoli che «le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà» – per ricordare lo slogan che accompagnò l’inizio del primo Cav di Firenze – occorre anche rinnovare la visione d’insieme che le varie sensibilità del mondo prolife italiano possono contribuire a offrire all’Italia intera. Perciò in questo dossier abbiamo voluto interpellare alcuni dei leader di movimenti e comitati prolife, impegnati quotidianamente nella difesa del concepito.

Le interviste che seguono, volutamente, sono state sottoposte agli intervistati con le stesse domande. Come in una tavola rotonda, in cui i relatori si confrontano per trovare una sintesi. La versione estesa di questo articolo con le interviste integrali sarà pubblicata sul mensile Si alla Vita web (www.siallavitaweb.it), nell’edizione di aprile.

  1. 40 anni fa fu approvata la legge 194 del 22.5.1978 che ha legalizzato l’aborto in Italia. Ci separano da essa circa sei milioni di bimbi uccisi con il sostegno dello Stato. Oggi la legge sembra divenuta intoccabile. Inoltre la PMA ha creato nuove aggressioni contro gli embrioni. Al livello internazionale potenti organizzazioni cercano di proclamare l’aborto come diritto umano fondamentale. Possiamo rassegnarci? Che fare? Quale è il suo pensiero e quello dell’associazione da Lei presieduta?

«Ritengo che la legge 194 del 22.05.1978 è una legge, purtroppo, interpretata solo nel senso di facilitare l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza e, quindi, all’aborto», spiega Aldo Bova, Presidente del Forum delle associazioni socio-sanitarie. «Non avrebbe dovuto essere così – continua Bova -, perché avrebbero dovuto funzionare tutte le fasi per la prevenzione dell’aborto, con colloqui con la donna interessata alla questione, aiutandola nelle sue condizioni psichiche, confortandola ed incoraggiandola a portare avanti la gravidanza. Tutto ciò, nella quasi totalità dei casi, non è successo e non succede. Quindi la legge 194, in pratica, è la via legale all’aborto, percorsa senza considerare l’importanza, la drammaticità della decisione e le gravi conseguenze che ne derivano con interruzione di una vita e danni irreversibili alla psiche della donna. Dinanzi a questa situazione non dobbiamo rassegnarci». «Dobbiamo agire, affinché le parti della legge per prevenire l’aborto siano attuate, veramente, e dobbiamo lavorare molto, unendo le forze, per fare cultura della vita e per sviluppare al meglio politiche per la famiglia».

«Rassegnarsi a questo stato di cose significa accettarne l’ineluttabilità. Eppure abbiamo tanti esempi di rivoluzioni sociali e culturali che hanno cambiato il corso della storia», commenta il Prof. Alberto Gambino, Presidente Nazionale di Scienza & Vita e prorettore dell’Università Europea di Roma. «Credo che – continua Gambino – nell’ambito dell’aborto, la “rivoluzione” da fare stia nella rimozione delle cause che provocano in una donna la scelta abortiva, che a me appaiono principalmente tre: inconsapevolezza nelle donne più giovani, incertezza economica in quelle più mature e costrizione per quelle meno abbienti». Secondo il prof. Gambino diviene quindi necessario «non risparmiarsi nelle campagne informative sulla vita umana a cominciare dai banchi di scuola, poi politiche familiari per i figli un po’ come accade in Francia e, infine, cordoni di solidarietà per le situazioni di indigenza». Sul piano culturale e delle organizzazioni internazionali occorre «rafforzare i momenti formativi per la classe dirigente di oggi e di domani: con Scienza & Vita abbiamo attivato un progetto di scuole territoriali di biopolitica, che potremmo rafforzare con il Movimento per la Vita».

Anche Salvatore Martinez, presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo, pone l’accento sull’aspetto comunicativo della cultura della vita. Secondo il leader del movimento carismatico «urge una nuova comunicazione della “cultura della vita”, che cerchi di evitare un linguaggio sclerotizzato, tipicizzato dentro categorie percepite come “confessionali”. Urge formare (o riformare) le coscienze non con regole (“si deve fare così”), ma facendo leva sull’“interpello di vita” iscritto nel cuore di ogni uomo, con un linguaggio semplice, incarnato, foriero di prossimità e di testimonianze, veritiero nelle espressioni e soprattutto sui contenuti esperienziali». «E certamente – spiega Martinez -, urge lavorare con più dedizione sul tema della “genitorialità responsabile”. Non si può pensare che si possa apprezzare la vita se non si apprezza prima la “meraviglia” di divenire “da uomo, padre” e “da donna, madre”».

Per il leader del Family Day e presidente del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, il prof. Massimo Gandolfini, «la coscienza di una società civile non può rimanere indifferente di fronte alla strage di sei milioni di bimbi uccisi nell’utero materno». «Non ci possiamo, ma soprattutto non ci dobbiamo rassegnare e rimanere passivi di fronte a questa iniqua legge, dannosa sul piano morale ed educativo, ma non meno dannosa sul piano civico e sociale», spiega Gandolfini. «Un tema che finalmente è entrato nelle agende culturali e politiche è quello del cosiddetto “inverno demografico”, frutto della destruente mentalità antinatalista che permea la nostra società. Ma – ad eccezione dei nostri movimenti pro-life e pro-family – non si sente una voce che indichi la piaga dell’aborto legalizzato come uno dei fattori più incidenti. Mancano all’appello sei milioni di bimbi, ed il mondo del politicamente corretto tace. Colpevolmente tace ed impone il silenzio. Sono sempre più convinto che tocca a noi muoverci, con coraggio e determinazione, e con il massimo di unità e di compattezza. Abbiamo un follow up di 40 anni per poter dire che questa legge, così com’è, deve essere radicalmente rivista», precisa Gandolfini.

Anche secondo Carlo Costalli, presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, «non possiamo rassegnarci né arrenderci mai!». «Dobbiamo lavorare molto di più – spiega Costalli – con dei servizi mirati, per aiutare le donne e le coppie lasciate sole di fronte a una maternità difficile o inattesa, tutelando anche la libertà di non ricorrere all’aborto. I consultori familiari, che avrebbero dovuto aiutare la donna a rimuovere le cause di una scelta così dolorosa, hanno invece, quasi sempre, solo distribuito certificati per l’aborto».

«Nella storia non vi è mai nulla di definitivo e di irreformabile. Ricordo i primi anni del pontificato di S. Giovanni Paolo II: tanti, anche dall’interno della Chiesa, lo criticavano perché “non al passo con i tempi”», spiega Alfredo Mantovano, magistrato e Vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino. «Non trascorse molto – ricorda Mantovano -, le pietre dei muri a cominciarono a sgretolarsi e le reti spinate dei gulag si allentarono: furono i tempi a porsi al passo con Lui». Anche Mantovano sottolinea che «40 anni di aborto “legale” in Italia hanno profondamente segnato la mentalità e i comportamenti». «Ma l’esperienza di questi decenni – in Italia e fuori – permette di redigere un bilancio inconfutabile, oltre che di distruzione di vite umane innocenti, di abbandono delle gestanti in difficoltà, di svilimento della vita in condizione di debolezza, di pesante e costoso decremento demografico, di conseguente generale impoverimento: un bilancio oggettivo, constatabile da chiunque, a prescindere dalla confessione religiosa di riferimento. Da esso è necessario partire con ogni persona di buon senso, per una riflessione serena e aggiornata che spieghi perché la tendenza va invertita».

  1. Davanti alla potenza della congiura contro la vita, quanti intendono riconoscerne il valore non possono agire isolati. È necessaria l’unità. Il Movimento per la vita non pretende alcun monopolio. Che fare per agire in unità, non solo ideale, ma anche strategica?

«Ritengo che dinanzi ai tanti temi che si pongono ai movimenti cattolici impegnati nel sociale, che vogliono incidere anche sulle istituzioni pubbliche ed anche sulle decisioni parlamentari, bisogna essere assolutamente uniti, ad evitare la inconsistenza», risponde convinto il presidente Bova. «La nostra strategia – continua il leader del Forum delle Associazioni socio-sanitarie – deve essere di far passare nell’opinione pubblica i valori giusti e le idee sane, che ci permeano e ci inducono a lottare, con tutti i mezzi possibili (tv, giornali, socialnetwork, convegni)». Per Bova diviene necessaria anche una azione congiunta sulle istituzioni. Secondo Bova «deve assolutamente essere il Movimento per la vita a fare da stimolo e da guida» per quanto riguarda la difesa della vita nascente, in quanto sul tema ha una «carica intima, un’esperienza, una storia ed una propositività ed incisività che non ha eguali».

Sulla necessità di restare uniti concorda anche il prof. Gambino, che precisa: «fare “unità” è l’obiettivo più faticoso che ci sia. Questa fatica viene scansata da chiunque non abbia una retta formazione e, nel caso nostro, una retta formazione cristiana». «Perché è faticoso?», si domanda Gambino. «Perché significa rinunciare a un pezzo di noi stessi e, in chiave, teologica, ad impedircelo è il peccato originale. Se si parte da questa evidenza, credo che potrà esserci maggiore consapevolezza sui veri motivi che spesso impediscono azioni comuni nei progetti di difesa e promozione della vita umana». «Lei poi mi chiede quale sia la strategia migliore, la risposta è facilissima: pregare insieme», spiega Gambino.

«Credo che recuperare “l’unità nella diversità” in questo tempo di crisi delle mediazioni e delle rappresentanze tradizionali – crisi che ha investito anche il mondo cattolico – sia possibile a partire da un convinto e generale ritorno alle “sorgenti spirituali” della nostra testimonianza», precisa Salvatore Martinez. «La crisi della vita è crisi d’identità – commenta il presidente del Rinnovamento nello Spirito – e nessuna identità può rigenerarsi senza l’azione di rinnovamento e di novità regalate dallo Spirito Santo! Non è tempo di chiudersi in nicchie autoprotettive o autogratificanti: lo spirito del mondo ha lanciato una sfida letale al bene comune e ai paradigmi tradizionali che lo significavano».

«Da sempre sappiamo che “divide et impera” è strategia vincente per ogni dittatura, politica o culturale che sia», spiega Massimo Gandolfini. «Oggi il contrasto al “pensiero unico” impone una forte unità di valori e di strategie, ove ognuno arricchisce questo grande movimento portando proprie competenze e specificità». Per rendere concreti questi obiettivi Gandolfini propone una strategia di «pressing sulle istituzioni e sulle forze politiche, azioni di mobilitazione pubblica, lavoro culturale nelle scuole e nelle agenzie del pensiero». «Dobbiamo far sentire che il popolo amante della vita c’è, è più vivo oggi che negli anni ’80, e chi chiede il nostro voto deve mettere in agenda la revisione della 194. Tempi e modi si possono valutare; la sostanza no», chiosa Gandolfini.

«Sono fermamente convinto che sia necessaria l’unità del mondo cattolico, soprattutto di quel mondo cattolico che non vuole arrendersi, che non è impaurito né ritirato nel privato o ripiegato su sé stesso», ribadisce Costalli, secondo cui «purtroppo il mondo cattolico si è spesso dimostrato autoreferenziale, troppo spesso deluso e impaurito ed è ormai esclusivamente impegnato in opere di carità e volontariato: di certo importanti, ma non sufficienti per contrastare gli attacchi cui sono sottoposti quotidianamente i nostri valori fondamentali».

Partire da dai dati obiettivi è la ricetta di Mantovano. «L’art. 1 della legge 194 – spiega il magistrato –  recita “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”». «Gli elementi di fatto di 40 anni di applicazione di questa legge mostrano con evidenza che la vita umana è priva di tutela, soprattutto al “suo inizio”, che il “valore della maternità” è svilito e non ha rilievo sociale, e che dalla responsabilità della procreazione si fugge». Di conseguenza, il parere di Mantovano è che «qualcosa non ha funzionato: è il caso di domandarsene le ragioni e di darsi delle risposte plausibili». E aggiunge: «l’aborto a richiesta introdotto nel 1978, al di là dell’ipocrisia delle formule, ha causato una tale svalutazione del bene vita, che oggi – in modo del tutto coerente con la logica di morte – la vita umana non è tutelata neanche alla sua conclusione. Non c’è bisogno di essere cattolici per constatarlo. L’unità va costruita attorno alla presa d’atto di un corpo sociale che sta materialmente scomparendo e alla riflessione sul che fare per impedirlo».

  1. Il MpV è convinto che riconoscere il figlio non ancora nato come un essere umano, uguale in dignità ad ogni altro uomo, è coerente con la scienza e con la cultura dei diritti umani. Anche se è impossibile cambiare immediatamente la legge, non si può rinunciare ad affermare che ogni concepito è uno di noi a pieno titolo. Questa affermazione è un muro di divisione o un ponte per il dialogo?

«Al di là dei sentimentalismi o di discorsi di fede di noi cristiani – commenta con forza Aldo Bova – è la scienza che ci documenta che il nascituro è un essere umano e che, quindi, a pieno titolo è UNO DI NOI». «Basti pensare la partecipazione empatica e psicofisica che il nascituro ha con la sua mamma, con colei che lo genera e lo accompagna nel suo sviluppo», precisa Bova facendo riferimento alle risultanze mediche sul tema del rapporto materno fetale.

Il fatto, innegabile, che ogni concepito sia “uno di noi”, se diventa uno slogan, rischia – come del resto tutti gli slogan –  di avere vita breve. Per questo il prof. Gambino, in relazione alla modifica della legge afferma: «anche per gli obiettivi che mirano a modifiche legislative esiste una fatica che qui ha delle tinte precise: mediazione, pazienza, coraggio, dialogo, perseveranza, tenacia». «Tutte le leggi diciamo così “eticamente sensibili” – continua Gambino –  nel bene e nel male, hanno visto la luce perché alcuni parlamentari, comunicatori, capitani d’impresa, personalità della cultura hanno fatto propria quella fatica. Anche le leggi per noi inaccettabili sul piano morale hanno taluni punti positivi grazie a qualche mediazione». Sul tema della dignità del nascituro, Gambino lancia una proposta: «l’adozione del concepito». «Consentire alla donna che sta decidendo di abortire di dare preventivamente in adozione il figlio che nascerà, è una proposta che non coarta la volontà di nessuno ma che prevede un’alternativa ragionevole e doverosa verso il nascituro e la madre che certamente sta soffrendo. Per chiunque abortire è un evento tragico. Sfido gli eletti in Parlamento di qualunque colore politico e matrice ideologica ad argomentare perché sarebbe meglio per una donna affrontare il dramma dell’aborto, col carico insopportabile di rimorsi e depressioni, rispetto all’adozione da parte di una coppia che comunque consentirà alla mamma – se lo vorrà – di vedere e baciare il proprio bambino per il resto della vita», conclude il presidente di Scienza & Vita.

Sulla pregnanza dei diritti umani del concepito insiste anche Martinez, il quale precisa: «sul tema, in qualità di Rappresentante speciale della Presidenza italiana in esercizio OSCE 2018 per la Dimensione 3 (Diritti umani), ho avuto e ho modo di constatare quanto sia diventato arduo, e dunque meravigliosamente sfidante, dialogare e trovare delle sintesi che non siano ideologiche o preconcette». «Ribadiamolo: ogni concepito è “uno di noi”! Non è questo un mero slogan, ma la sintesi efficace di un’antropologia “umana e umanizzante” che può essere condivisa anche da molti non credenti. Tuttavia, su questa impostazione, andranno cercate altre strade di dialogo, a partire dall’Europa, per nuovi processi legislativi e per nuovi slanci culturali».

«Sono fermamente convinto che il dialogo è la via obbligata quando si confrontano due diverse visioni della vita e della società», ribadisce Massimo Gandolfini. «Ma il dialogo richiede che i due interlocutori si parlino e cerchino onestamente soluzioni condivise. In 40 anni, di fronte alle richieste pro-life c’è stato sempre e solo un muro. La 194 è il totem della religione laicista, e non si tocca. Si arriva a negare la scienza (sindrome post-abortiva, viabilità del bimbo alla 23^ settimana, possibilità di terapie in utero per evitare l’aborto) perché si ha “paura” di affrontare seriamente il tema dell’uccisione di un bimbo». «Forse nel 1978 era possibile spendere la bugia del “grumo di cellule”», continua Gandolfini, precisando però che «oggi è patrimonio della cultura universale che nell’utero della gestante c’è “uno di noi”, che chiede che qualcuno faccia risuonare il suo sacrosanto diritto di vivere. Come è possibile che si trovino fondi per garantire la fecondazione artificiale come LEA (Livelli Essenziali Assistenza) e mancano invece per sostenere una mamma che sta scegliendo di abortire per motivi economici?  Dunque, con coraggio impegniamoci a costruire ponti che salvino vite e non ponti minati da compromessi di cui è sempre il bimbo a pagare il conto mortale. Sono convinto che il nostro popolo c’è ed ha tanta voglia di far sentire la sua voce. Come diceva Burke: “Il male vince quando i buoni rinunciano a combattere”. E noi, insieme, non vogliamo rinunciare», chiude Gandolfini.

Secondo il Vicepresidente del Centro Studi Livatino, Alfredo Mantovano, «la preoccupazione deve essere non tanto quella di creare divisioni, quanto quella di trovare l’unità attorno alla realtà dei fatti, a cominciare dalla umanità del concepito». «Il paradosso di questi 40 anni – commenta Mantovano –  è che la Costituzione è stata modificata in più d’un suo articolo e sono cambiati più volte i sistemi elettorali: soltanto la legge 194 appare un totem che è vietato sfiorare». Dunque l’invito è quello di iniziare a «coagulare consensi attorno a quella prospettazione di concrete alternative all’aborto per la gestante in difficoltà, prevista dalla legge e mai stata compiutamente realizzata». «Nel 1978 chi introdusse la legge la presentò come un rimedio per situazioni eccezionali; oggi per i medesimi ambienti che l’hanno voluta e la ritengono intoccabile l’aborto è diventato un “diritto”, negato perfino dall’aiuto alla donna che aspetta un figlio», chiosa il magistrato.

L’invito a non arrendersi viene ribadito con forza anche da Costalli che chiarisce: «occorre una mobilitazione delle coscienze, non solo di quelle cattoliche ma di tutti coloro che riconoscono nel rispetto della vita il primo elemento distintivo di una società civile, fondata sul rispetto delle persone, soprattutto di quelle più indifese. Certo, siamo consapevoli che troveremo, a prescindere, molti ostacoli perché la difesa della vita sembra non sia ben accettata da una certa cultura radical-chic. Ma, ripeto, non dobbiamo arrenderci».

 

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