Ricordare la testimonianza di Jerome Lejeune di Simone Tropea, Agenzia Vitanews

[1]Quando il prof. Turpin, nel 1951, propose al giovane laureando in biologia Jerome Lejeune, di collaborare con i suoi studi sulla patologia che il britannico John Langdon Down, quasi un secolo prima, chiamava  ancora “idiozia mongoloide”, non poteva certo immaginare quale regalo stesse facendo alla comunità scientifica internazionale.

In soli otto anni di ricerca Lejeune sfatò tutti i miti e i pregiudizi intorno alla malattia, che si riteneva ad esempio causata da genitori alcolisti o sifilitici, e mostrò come in realtà la mutazione genetica non era dovuta ad un cambio “qualitativo” del corredo genetico, bensì da un cambio”quantitativo”: l’eccesso o il difetto di alcune proporzioni del codice genetico.

Lejeune superava, con argomentazioni rigorosamente scientifiche, l’ideologia  sub-umanista ancora latente, restituendo dignità ai suoi amati pazienti, ed allo stesso tempo iniziava a cercare una terapia preventiva.

Nel frattempo in Francia, dove il modernismo aveva giá avviato un processo culturale caratterizzato dalla disattenzione verso i più deboli, gli abortisti presentavano in parlamento  la legge “Peyret”, con la quale si intendeva legittimare la soppressione dei feti sospettati di essere affetti dalla patologia in questione!

Si provò a strumentalizzare politicamente anche gli studi di Lejeune, ma questo suscitò nel servo di Dio (è attualmente in atto la sua causa di beatificazione) una reazione fortissima, che si tradusse in un discorso accesso, pieno di verità e passione per la professione medica e la missione della cura della vita. Discorso che tenne  davanti all’Organizzazione delle Nazioni Unite. La sua posizione fortemente anti-abortista, la sua difesa del diritto alla vita dei portatori di trisomia 21 come di ogni bambino, gli costò il premio Nobel, ma fece di lui un uomo libero, un medico autentico, e un santo dei nostri giorni!

Fu la sua instancabile fedeltà alla verità ed alla vita ciò chi gli valse sempre il riconoscimento e il sorriso grato dei pazienti, la allegria di saper compiuta la sua missione, e soprattutto l’amicizia e la stima di Giovanni Paolo II.[2]

Questi volle affidare proprio a lui la fondazione della Pontificia Accademia per la Vita, e lo fece- non possiamo non sospettare un disegno celeste davvero profondissimo-durante la colazione di quello stesso giorno in cui avrebbe subito l’attentato in piazza san Pietro, il 13 maggio 1981. Festa della Madonna di Fatima.

In occasione della morte del professore, il 3 aprile 1994,  il santo padre scrisse una lettera all’arcivescovo di Parigi dove ebbe a dire:

Nella sua qualità di biologo, si è appassionato alla vita. Nel suo campo è stato una delle massime autorità a livello mondiale. Molti organismi lo invitavano a tenere delle conferenze e sollecitavano il suo parere. Era rispettato anche da quanti non ne condividevano le convinzioni più profonde(…)Bisogna parlare in questo caso di carisma perchè il Professor Lejeune ha sempre saputo far uso della sua profonda conoscenza della vita e dei suoi segreti per il vero bene dell’uomo e dell’umanità e solo per questo. È divenuto uno degli arditi difensori della vita, soprattutto della vita dei bambini prima della nascita che, nella nostra civiltà contemporanea, è spesso minacciata a tal punto che si può pensare ad una minaccia programmata. Oggi questa minaccia si estende anche agli anziani e agli ammalati. Le istituzioni umane, i parlamenti democraticamente eletti, usurpano il diritto di poter determinare chi ha diritto alla vita e chi può invece vedersi privato di questo diritto senza alcuna colpa da parte sua. In diversi modi, il nostro secolo ha sperimentato questo comportamento, soprattutto durante la seconda guerra mondiale, ma anche dopo la fine della guerra. Il Professor Jérôme Lejeune si è assunto pienamente la responsabilità specifica dello scienziato, pronto a diventare un “segno di contraddizione” senza tener conto di pressioni esercitate dalla società permissiva né dell’ostracismo di cui era oggetto.

Siamo oggi di fronte alla morte di un grande cristiano del XX secolo. di un uomo per il quale la difesa della vita è diventata un apostolato.

È chiaro che, nella situazione attuale del mondo, questa forma di apostolato dei laici è particolarmente necessaria. Vogliamo oggi ringraziare Dio, Lui che è l’Autore della vita, di tutto ciò che è stato per noi il Professor Lejeune, di tutto quello che ha fatto per difendere e promuovere la dignità della vita umana.

La testimonianza di quest’uomo saggio e coraggioso è una luce per tutti i custodi della vita che si fanno promotori di una cultura diversa da quella dominante e, nella concretezza del loro servizio, offrono alle mamme in difficoltà un’alternativa all’orrore, la possibilità di una scelta piena di gioia, di senso e di verità.

 

[1] Come incipit mi sembra possa essere utile riprendere alcuni passaggi dell’articolo “Giornata Mondiale Sindrome di Down: continuate a benedire il tempo”,che ho scritto per Agenzia Vitanews nel Marzo 2017. Di seguito il link:
http://www.vitanews.org/2017/03/21/giornata-mondiale-sindrome-di-down-continuate-a-benedire-il-tempo

[2] da : https://www.aciprensa.com/recursos/quien-fue-el-profesor-jerome-lejeune-4320 , trad. Simone Tropea.

[3] Dalla lettera di san Giovanni Paolo II all’arcivescovo di Parigi Jean Marie Lustiger, reperibile sul sito ufficiale del vaticano:
https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1994/documents/hf_jp-ii_let_19940404_card-lustiger.html

 

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