Breve commento alla sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue sull’iniziativa dei cittadini “Uno di noi” di Marina Casini Bandini, Presidente del Movimento per la Vita Italiano

“El sueño de la razón produce monstruos” (“Il sonno della ragione genera mostri”) è il titolo di una delle incisioni più popolari di Francisco Goya, pittore spagnolo dell’Ottocento, che ha successivamente ispirato un dipinto ad acquerello, col medesimo titolo, del pittore italiano Renato Guttuso. La frase ben si attaglia alla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Corte UE) che ha respinto (23 aprile 2018) il ricorso della “Federazione europea Uno di noi per la vita e la dignità dell’uomo” contro la Commissione europea, a proposito dell’iniziativa con cui due milioni di cittadini europei avevano chiesto alle istituzioni d’Europa di cessare finanziamenti per attività distruttive di esseri umani allo stadio embrionale.

In breve gli antefatti. Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel dicembre 2009, al fine di favorire la partecipazione democratica dei cittadini alle politiche europee, prevede che almeno un milione di cittadini europei provenienti da almeno sette Stati dell’UE possano avanzare richieste alla commissione esecutiva affinché essa promuova atti giuridici conformi alla istanza dei cittadini. Questo nuovo strumento è stato reclamizzato dalle istituzioni europee come una grande novità capace di “avvicinare i cittadini all’Europa” e di fermare la crescente disaffezione verso di essa. La prima iniziativa promossa è stata quella denominata “Uno di noi” che ha superato di gran lunga le condizioni minime per essere ascoltati: due milioni di cittadini di 28 Paesi dell’UE hanno chiesto che cessassero i finanziamenti europei per sopprimere embrioni umani (in particolare nei settori della ricerca, dell’aiuto allo sviluppo e della sanità pubblica), ivi compreso il finanziamento per praticare l’aborto (si pensi alle ingenti somme erogate alla International Planned Parenthood per effettuare gli aborti e alle aziende che svolgono sperimentazioni distruttive sugli embrioni umani). Nonostante il successo dell’iniziativa, la Commissione europea, nel maggio 2014, ha rifiutato di prendere in considerazione la richiesta che si basava evidentemente sul riconoscimento di ogni essere umano sin dal concepimento come “uno di noi”.

Il passo successivo è stato il ricorso alla Corte di giustizia per ottenere l’annullamento della decisione della Commissione. La Corte ha respinto il ricorso e quindi ha impedito sostanzialmente un dibatto vero e proprio nel Parlamento Europeo sulla richiesta formulata. Il fulcro della motivazione ruota attorno all’idea che il monopolio della iniziativa legislativa nell’Unione Europea spetta alla Commissione e non ai cittadini. In realtà questo è un aspetto che lede grandemente la democrazia perché in ogni parlamento il potere di iniziativa legislativa spetta anche ai parlamentari e non vi è un monopolio del Governo. Inoltre quando è previsto un referendum popolare, il risultato deve essere rispettato. Dire che l’iniziativa dei cittadini può essere ignorata significa equiparare l’iniziativa dei cittadini ad una qualsiasi petizione che può essere formulata anche da una singola persona. Ciò rende false le declamazioni di grande novità e di importanza della iniziativa dei cittadini. Questo è tanto vero che il Parlamento Europeo sta elaborando una riforma del Regolamento che disciplina il nuovo strumento di democrazia partecipata per renderla più conferme al suo dichiarato scopo.

Oltre al criterio del monopolio di iniziativa legislativa della Commissione la sentenza esamina molto brevemente se comunque la motivazione della Commissione che non ha preso in considerazione la richiesta dei cittadini ha una sua logica.  La Corte UE trova ragionevole che le istituzioni europee finanzino la sperimentazione distruttiva di embrioni umani per ricercare terapie di malattie gravissime.

L’aspetto più grave è che la sentenza costituisce l’ennesima prova che alla base della cultura dello scarto vi è il rifiuto dello sguardo che distorce, come per chi perde la ragione, la lettura e la comprensione della realtà. La sentenza è lunghissima e in nessuna parte si osa scrivere che il concepito non è uno di noi.

Ma se gli embrioni umani sono esseri umani a pieno titolo come la scienza e la ragione indicano e come ha riconosciuto anche il Comitato Nazionale per la Bioetica, non è scivolare nel sonno calpestare il basilare dato scientifico che dimostra l’umanità del concepito? Eppure, non si ha il coraggio di dire che l’embrione non è un essere umano. Che sia il segno, nonostante tutto di una profonda inquietudine che lascia sperare spiragli e fessure da cui ripartire? Perciò: tristi sì, ma non rassegnati. Questa sentenza non segna né la sconfitta della Federazione One of us, né dei due milioni di cittadini che si sono espressi secondo la strada aperta dal trattato di Lisbona. La sconfitta è dell’Europa e della democrazia. Evidentemente c’è ancora tanto bisogno di continuare a lavorare con tenacia operosa.

 

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