L’aporia originaria della legge 194 di Simone E. Tropea, Agenzia Vitanews

Quando una teoria qualsiasi, forte della sua apparente coerenza logica e svincolata da qualsiasi altro criterio, diventa legge, a livello culturale molto rapidamente, si arroga arbitrariamente il privilegio semi-dogmatico dell’infallibilità, e presto o tardi colonizza l’inconscio collettivo fino a rendere impossibile ogni confronto disalienato con una visione delle cose critica e la possibilitá di fare una scelta potenzialmente diversa. È quello che K. Popper chiamava: il“mito della cornice”.[1]

Un bilancio sofferto e necessario di questi 30 anni dalla legalizzazione dell’aborto in Italia non puó che tentare di comprendere perché la legge 194, almeno da un punto di vista logico-razionale è una legge strutturalmente contraddittoria che ha comportato e comporta una serie infinita di aporie teoriche e fattuali.

Se la 194 è infatti originariamente pensata e definita legge sulla “tutela sociale della maternitá”, dove al primo punto è scritto a chiare lettere che l’aborto non puó essere considerato uno strumento valido per la limitazione delle nascite è chiaro a tutti che nella pratica, questa indicazione è stata ed è sistematicamente disattesa.

Se è vero che gli enti locali dovrebbero provvedere ad offrire sempre un’alternativa possibile all’aborto, come mai in Italia abbiamo assistito in questi anni ad una crescita esponenziale del numero degli aborti, legato anche a un minor utilizzo dei contraccettivi?

Come mai le culle per la vita vengono cosí spesso ostracizzate e l’attivitá dei Centri di aiuto alla Vita mancano di un supporto economico e, prima ancora, istituzionale cosí palese?

La risposta è semplice.

La legge in questione, che teoricamente auspica un certo tipo di attenzione sociale al problema delle madri in difficoltá perché non abortiscano, nella pratica, permettendo come soluzione a questo problema anche l’aborto, ha innescato inevitabilmene un processo di deresponsabilizzazione sociale verso questo tema.

Auspica che si proceda in un certo modo perché riconosce l’invaliditá dell’aborto come mezzo per la limitazione delle nascite, ma consente giuridicamente che si operi in modo contrario a quanto viene auspicato.

Potete voi cogliere il senso o il principio logico minimo del riconoscere come giuridicamente illegittima una cosa legittimandola giuridicamente?

È assurdo. Precisamente.

Prima grande e fondamentale aporia da cui originano tutte le altre. La legge sull’aborto ha determinato un collasso progressivo delle strutture assistenziali in aiuto alle madri in difficoltá.

Purtroppo la problematica dell’aborto si rivela un problema radicale (senza polemiche) che non ammette mezze misure di valutazione.

È lecito legalizzare, cioè dichiarare giusta, una cosa riconosciuta come ingiusta?

Come è possibile arginare l’abuso di questo strumento di morte se i criteri per praticarlo sono lasciati alla visione soggettiva particolare della donna in crisi che, proprio per questo, non ha la luciditá necessaria per valutare la sua condizione?

Il bilancio è inevitabilmente difficile. Con la legge 194 si è rotto qualcosa di importante che oggi rivela tutto il dramma socio-culturale, e politico, di un paese che ha smarrito il senso di responsabilitá verso le persone piú fragili, nascondendo il proprio cinismo dietro un velo formale di buoni consigli e di “sarebbe meglio che…ma se proprio devi fai pure”.

Le madri in difficoltá e bambini non nati chiedono attenzione, giustizia e sincero rispetto.

Col senno di poi, vediamo che la sfida ad oggi è piú radicale che mai.

[1] Riprendo in apertura un mio articolo piú ampio che é possibile leggere integralmente sul settimanale Vitanews all’indirizzo: http://www.vitanews.org/2017/02/12/liberta-di-pensiero-la-democrazia-e-il-mito-della-cornice/

 

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