Lettera al Popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente del Movimento per la Vita Italiano

In questo mese di maggio si sono compiuti i 40 anni della Legge 194 del 22 maggio 1978, una ricorrenza triste perché ricorda i quasi 6 milioni di bambini eliminati prima della nascita con il sostegno e l’incoraggiamento dello Stato. In questo stesso mese, però, il 13 maggio si è celebrata anche la Festa della mamma, un evento lieto che fa riflettere sul significato della maternità.

Sui 40 anni della legge 194 il punto essenziale è il tema dello sguardo. La differenza tra chi difende la legge e chi la critica è contrassegnata dal rifiuto dello sguardo dei primi sul figlio concepito non ancora nato. In nessuna legge, atto internazionale o sentenza è scritto che il fondamento della legalizzazione dell’aborto è la negazione della individualità umana del concepito: si parla sempre di altro. La stessa domanda “chi è il concepito, un essere umano o una cosa?” viene rifiutata. Viceversa il riconoscimento che il figlio anche prima di nascere è un essere umano, un soggetto, uno di noi è alla base di quanti proclamano il diritto alla vita fin dal concepimento e si impegnano per aiutare le madri a superare le difficoltà della gravidanza difficile o non desiderata.

Questo riconoscimento è coerente con la scienza moderna e con la cultura giuridica attuale che trova nei diritti dell’uomo e nell’eguaglianza la sua espressione più nobile. È opportuno ricordare ciò che nella cultura del preteso diritto all’aborto viene sistematicamente censurato: per tre volte dal 1996 al 2005 il Comitato nazionale di bioetica ha dichiarato all’unanimità che l’embrione è un individuo umano a pieno titolo; la Corte costituzionale, anche quando ha aperto la strada all’aborto legalizzato (sentenza n. 27 del 1975) ha dichiarato che la tutela del concepito trova fondamento nei diritti dell’uomo e successivamente ha affermato che nel primo articolo della stessa legge 194 è riconosciuto il diritto alla vita del concepito (sentenza n. 35 del 1997) e che mai l’embrione può essere considerato una cosa (sentenze n. 229 del 2015 e n. 84 del 2016); la Convenzione internazionale sui diritti dei bambini del 1989 nel suo preambolo chiama fanciullo anche il concepito non ancora nato; la Legge 40 del 2004 indica come suo scopo la protezione “dei diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito” (art. 1).

L’intensità dello sguardo sull’inizio della vita umana diviene contemplazione perché implica anche la domanda sul senso della vita. Per un cristiano la dignità umana è legata al mistero di Dio, ma per i non credenti la natura stessa ha iscritto il segno dell’amore nel fatto del passaggio dal nulla all’esistenza. La meditazione sul concepito diviene così riflessione sulla maternità e sulla gravidanza. Quest’ultima implica sempre disagi e dolori finali non lievi che la donna affronta per amore. Nessuno accetterebbe il cambiamento del proprio corpo e i rischi che vi sono connessi se non per un ideale altissimo. Fortunatamente oggi non si muore più di parto, ma in passato questo triste evento era abbastanza frequente. Ancora oggi alcune donne eroiche hanno preferito non curare le loro malattie mortali per non danneggiare il figlio. Esse sono ammirate da tutti e nessuno le giudica stolte, come dovrebbe avvenire se l’embrione fosse soltanto un inutile grumo di cellule. In ogni caso le donne che giungono a partorire un figlio sono molto più numerose delle donne che abortiscono. È il segno evidente di un innato coraggio femminile collegato con l’amore. Nell’umanità l’abbraccio è il segno più forte dell’affetto. Nessun abbraccio è più forte di quello della madre per il figlio durante la gravidanza: è talmente intimo che il figlio vive e si sviluppa nel corpo materno che fornisce calore, ossigeno e nutrimento.

Sulla base di queste considerazioni appare urgente un nuovo femminismo che si metta alla testa del moto di liberazione di tutto l’uomo. Il celebre quadro “Quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo rappresenta un popolo di lavoratori, di operai e di diseredati in marcia verso il futuro. Sono tutti uomini, ma in prima linea c’è una donna che non è sola perché porta in braccio un piccolo figlio. È paradossale che il “diritto di aborto” venga promosso in tutto il mondo da organizzazioni anche economicamente potenti, ma che le leggi legalizzatrici trovino il consenso delle masse affascinate dagli ideali di solidarietà, eguaglianza, attenzione privilegiata verso gli ultimi. Nel Movimento per la Vita è largamente prevalente la presenza femminile, ma per cambiare la cultura è necessario che nella società tutta intera sorga un nuovo femminismo alimentato dal coraggio materno. La preghiera finale che San Giovanni Paolo II rivolge a Maria, aurora di un mondo nuovo, al termine dell’Evangelium Vitae, invoca che la tenacia operosa dei credenti in Cristo insieme a tutti gli uomini di buona volontà costruisca la civiltà della verità e dell’amore. In questa direzione la maternità che dice la verità sull’uomo –  e sa dirla con amore – svolge un ruolo di primo piano.

 

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