Il feto: “terapeuta” della mamma di Simone E. Tropea, Agenzia Vitanews
luglio 18, 2018 Sì alla Vita

La relazione che si stabilisce tra una madre e suo figlio, fin dai primissimi istanti del concepimento, rappresenta certamente il legame biologicamente e simbolicamente piú forte che esista.

Grazie soprattutto agli studi condotti dal gruppo di ricerca diretto dalla dottoressa Diana Bianchi[1], a Washington, nel contesto dell’Intramural Research Program, laboratorio che cerca di far progredire la comprensione della biologia fetale e placentare attraverso l’analisi sequenziale degli acidi nucleici che circolano nel sangue della donna incinta, noi sappiamo ormai in modo incontrovertibile che il Feto si puó considerare a buon diritto:  “Il medico della mamma”.

Le informazioni acquisite dall’Intramural Research Program  vengono utilizzate dal team della dott.ssa Bianchi per migliorare la consulenza e l’assistenza prenatale nella logica di quella cultura dell’accoglienza della vita che dovrebbe sempre caratterizzare questo campo di ricerca e di sperimentazione scientifica, proprio per implementarne la positivitá e l’ampiezza dei risultati.

Infatti merita una evidenziazione la metodologia utilizzata dal IRP: il Test genomico prenatale non invasivo.

Dalla sua incorporazione nell’assistenza clinica negli Stati Uniti nell’ottobre 2011, l’analisi del DNA cellulare contenuto nel plasma delle donne in gravidanza ha rivoluzionato lo screening e la diagnosi prenatale per le anomalie cromosomiche fetali. È l’analisi in più rapida crescita nella medicina genomica e oltre 6 milioni di test sono stati eseguiti a livello globale a partire dalla fine del 2017. Rispetto al siero biochimico, NIPT (Noninvasive Prenatal Genomic Testing) ha una migliore sensibilità e specificità, valori predittivi positivi e negativi e minori tassi di falsi positivi (FPR). A causa del miglioramento delle prestazioni del test di screening per le aneuploidie autosomiche comuni, si è registrata una riduzione fino al 70% del numero di procedure diagnostiche come l’amniocentesi e il vesaggio corionico dei villi (CVS) eseguiti negli Stati Uniti, con una conseguente riduzione degli aborti commessi.

In una ricerca condotta da questo centro  sulla comunicazione delle staminali è emerso un dato empirico bellissimo, commovente, che anche ai profani, semplificandolo, apparirá come una prova ulteriore del fatto che la vita dell’embrione  è in sé un valore straordinario e straordinariamente paradigmatico, anche in termini simbolici,  se considerato rispetto alla dinamica di reciprocitá e di dono, in cui è conservata la possibilitá dell’esperienza della inter-dipendenza che è il primo momento del processo di “personalizzazione” dell’individio, quindi il principio della “con-vivenza.

L’esempio clinico in questione viene riportato anche dal prof. Noia in un’intervista rilasciata ad una TV italiana[2].

L’episodio riguarda una giovane donna in attesa di un figlio, purtroppo affetta da Epatite C, che ad un certo punto della gravidanza, persuasa da una cattiva informazione, quindi da una mancanza di conoscenza, dovendo assumere l’interferone per contrastare la patologia, rischiando cosí di provocare dei danni importanti al nascituro, ha deciso di interrompere la gravidanza.

Salvo poi scoprire, facendo una biopsia epatica dopo 6 mesi, che le cellule staminali del figlio che erano state inviate  alla madre, naturalmente prima dell’aborto, trasformatesi in epatociti erano andate a circoscrivere le lesioni indotte dal virus dell’Epatite C.

Un esempio di come la comunicazione, anche solo biologica, tra il concepito e la madre, sia a tutti gli effetti una relazione “vitale”, in senso bi-polare e non unilaterale.

Gli studi in questo campo vanno avanti.

 

[1]Si consulti:  https://irp.nih.gov/pi/diana-bianchi

[2] https://www.youtube.com/watch?v=GYE_50KfFEA

 

Il feto: “terapeuta” della mamma (.pdf)