L’aborto e la disintegrazione del maschile e del femminile di Simone E. Tropea, Agenzia Vitanews
luglio 18, 2018 Sì alla Vita

C’è un aspetto dell’aborto che resta sempre poco esplicitato e ancora troppo poco compreso da parte di chi non riesce a vedere come quest’atto distrugga non solo la donna che lo subisce e naturalmente la vita del bambino innocente, ma leda anche dall’interno la compattezza del tessuto sociale e la struttura antropologica elementare del maschile e del femminile.

Il vero effetto antropologico della legalizzazione dell’aborto– scrive il prof. Francesco D’Agostino- è stato quello di imporre al sesso femminile la riformulazione del senso che possiede la sua specifica generatività biologica […]In una prospettiva nella quale la maternità diviene una scelta garantita dalla legittimità delle pratiche abortive, la donna, chiamata dalla natura ad assumersi il ruolo di dare la vita, é indotta essa stessa ad attribuirsi il ruolo di chi pretende di essere giudice della qualità della vita.[1]

Naturalmente, allo stesso tempo, e forse in modo ancora più chiaro, è evidente il progressivo svuotamento prima simbolico poi biologico(e infine anche sociale) del ruolo del maschile nel processo della generazione. E’ coerente che una volta che sia stato negato all’uomo il diritto di sindacare il rifiuto della maternità da parte della donna, gli venga poi negato il diritto di cooperare, come padre, ai processi generativi, se non per concessione della donna stessa.

Ma questo processo di disintegrazione del maschile e del femminile ha come implicazione  immediata, tanto per l’uomo, quanto per la donna, e  soprattutto per quest’ultima, l’esperienza della piú radicale solitudine.

La scissione tra la dimensione unitiva e procreativa, e tra la dimensione pro-creativa e ri-produttiva che dalla rivoluzione sessuale in poi, soprattutto con gli sviluppi delle tecniche contraccettive e dell’implementazione bio-tecnologica in ambito riproduttivo, rivela in modo sempre più chiaro il fatto che si dispiega davanti a noi il progetto di una radicale trasformazione antropologica auspicata dai promotori di una ideologica ed artificiale uguaglianza trai sessi, che si vuole passi per l’annichilimento di ogni identità sessuata.

In questo quadro la pratica dell’aborto rappresenta un momento che dovrà essere superato una volta che questa transizione dal paradigma antropologico classico, a quello ipotizzato dal gender sarà definitivamente compiuto.

A questo proposito:

La completa rimozione della gravidanza che potrebbe ottenersi ove la bioingegneria mettesse definitivamente a punto l’utero artificiale associata alla completa rimozione dell’accoppiamento sessuale nelle sue modalitá generative garantirebbero paradossalmente la completa cancellazione del fenomeno aborto. Ma, nello stesso tempo, comporterebbero il definitivo superamento della stessa identitá femminile come identitá sessuata. [2]

 

[1] Francesco D’Agostino, “Bioetica e biopolitica, ventuno voci fondamentali”, G. Giappichelli Editore, 2011

[2] idem

 

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