L’albero del neonato di Franco Vitale

1) La legge 113/1992, e sue modificazioni, a favore della natalità

Recenti notizie di stampa portano a conoscenza della cittadinanza il dramma incombente su nostro paese del c.d. inverno demografico, atteso il calo delle nascite rispetto al numero dei morti.

È opportuno richiamare uno degli interventi del legislatore per favorire le nascite e determinare un clima di accoglienza del concepito.

Con legge del 29 gennaio 1992 n. 113 (in Gazzetta Ufficiale 18 febbraio, n. 40), dal titolo significativo “Obbligo per il Comune di residenza di porre a dimora un albero per ogni neonato, a seguito della registrazione anagrafica”, si stabiliva che i Comuni, con oltre 15.000 abitanti, devono piantare un albero nel proprio territorio, a seguito della registrazione anagrafica di ogni neonato residente e di ciascun minorenne, bambino, o ragazzo, che sia stato adottato.

Per la piantumazione si prevede un termine di mesi sei dalla registrazione anagrafica, termine da applicarsi nella debita considerazione del periodo migliore per la messa a dimora dell’albero, che, però, può essere rimandata a causa di avversità stagionali o gravi ragioni di ordine tecnico.

Perché si possa provvedere a piantare gli alberi, ai sensi del comma 1 dell’art. 1 della legge, non si fa luogo all’applicazione della normativa disposta dal codice dei beni culturali e del paesaggio, salvo che il posto dove si vuole piantare sia sotto il vincolo monumentale.

Il Comune è altresì tenuto a dare dettagliate notizie sulla tipologia dell’albero e sul luogo dove è stato piantato a colui che ha richiesto la registrazione anagrafica (comma2, art.1, L. 113/1992). Questa disposizione merita subito un commento del tutto favorevole. Per le informazioni suddette il bimbo, man mano che cresce andrà a vedersi il “suo albero”, (che magari cresce, spandendo i suoi rami, e le tante foglie nel bel tempo di primavera, così come si sviluppa il bambino, poi ragazzo, giovane, e poi adulto), e potrà ringraziare l’albero che segna la sua vita, ma più ancora nel suo cuore ringrazierà i genitori che lo hanno generato, lo hanno accolto ed allevato con amore; anche gli alberi in questione sono oggetto di cura da parte del Comune, come disposto dall’art. 3 bis, L. 113/92.

Tornando alla disamina della legge devesi evidenziare che la disciplina sopra esposta è propriamente quella attuale in quanto il legislatore, mosso sempre dalla pressante preoccupazione della limitata natalità che si verifica in Italia, è intervenuto nuovamente con la legge 14 gennaio 2013 n. 10, modificando come sopra il contenuto degli artt. 1 e 2 L. 113/1992, ed inserendo la nuova norma dell’art. 3 bis con ulteriori obblighi per i Comuni perché effettivamente provvedano ad impiantare gli alberi ad ogni nascita o adozione di minorenni.

La legge n. 10 del 2013, con il predetto art. 3 bis, ha disposto che, dopo un anno dall’entrata in vigore, ciascun Comune deve censire e classificare gli alberi piantati, nell’ambito del proprio territorio, in aree urbane di proprietà pubblica. Inoltre si prevede il “bilancio arboreo” del Comune. Esso è portato a conoscenza della cittadinanza da parte del Sindaco due mesi prime della scadenza naturale del suo mandato.

Il bilancio arboreo deve:

  1. a) mostrare il rapporto fra il numero degli alberi messi a dimora nelle aree urbane di proprietà pubblica al principio ed alla fine del mandato del Sindaco;
  2. b) rendere conto dello stato di consistenza e manutenzione delle aree verdi urbane di competenza.

È agevole rilevare dalle suddette disposizioni l’obbligo per il Comune di conservazione e cura del patrimonio arboreo che nel territorio si è determinato per la legge sulla piantumazione in oggetto.

2) L’obbligo del servizio sociale degli Enti Locali a tutela della maternità e della vita nascente.

L’albero del neonato o del minorenne adottato è esito della pianticella sviluppatasi dal seme (piccolo) accolto dalla terra. Senza il seme e senza la pianticella non si ha albero, né lo si può impiantare.

Con l’albero messo a dimora ad ogni nascita si presenta alla nostra attenzione il nuovo bimbo: ma, anche il bimbo neonato ha il suo periodo precedente: l’embrione concepito, accolto dal seno materno, come il seme dalla terra; la crescita della pianticella che porta all’albero, come lo sviluppo del nascituro concepito durante la gravidanza.

Il Comune deve attenzione all’impianto dell’albero che dice la nascita del bambino, ma ciò non può avvenire se non si ha attenzione e cura del seme e della pianticella; e, fuori di metafora, non si ha nascita se non c’è il concepimento e la gestazione della madre che cura lo sviluppo del bimbo non ancora nato. Questo, però, esiste, come esistono il seme e la pianticella, germogliata dal seme volta che questo sia stato posto entro la provvida terra. Così il Comune deve provvedere, ove ricorra la necessità, alla madre che ha difficoltà durante la gravidanza.

Sussiste l’obbligo del Comune a tutela della maternità, il cui valore sociale è riconosciuto a garantito dallo Stato (art. 1, comma 1, L. 194/1978).

Come lo Stato e le Regioni, gli Enti locali (- tra questi l’impegno del Comune è preponderante, data la vicinanza alla madre -), devono promuovere e sviluppare i servizi socio-sanitari (art. 1, comma 3, L. 194/1978) a protezione della maternità e della vita umana che inizia con il concepimento: l’embrione, che si svilupperà durante la gravidanza, è già un essere umano, individuo irripetibile.

E’ già stato confermato dalla migliore dottrina giuridica che il nascituro concepito è soggetto di ordine giuridico, cioè persona alla pari della persona fisica nata, titolare dei diritti inviolabili dell’uomo, riconosciuti e garantiti dalla Costituzione Italiana (artt. 2 e 3): il diritto alla vita, all’identità, allo sviluppo nel grembo materno ed a nascere.

Il Comune deve attivare un sevizio perché la gravidanza proceda senza interruzione nel pieno rispetto della nuova vita che è nella madre. L’iniziativa, prevista dallo Stato, si riscontra nei Consultori familiari, istituiti con legge 29 luglio 1975 n. 405 (in Gazzetta Ufficiale 27 agosto n. 227) al fine del servizio di assistenza alla famiglia ed alla maternità. All’art. 1, comma 1, lettera c) tra gli scopi del Consultorio familiare, viene stabilita “la tutela della salute” della madre e del concepito.

Ora è ben chiaro che la salute (- bene garantito dall’art. 32 Costituzione -) presuppone necessariamente l’esistenza in vita; non si può parlare di salute se non vi sia la vita.

E compito precipuo del consultorio è proprio quello di tutelare la vita del concepito, nel suo sviluppo sino alla nascita, e di sostenere e proteggere la gravidanza nel suo svolgersi in piena salute della madre perché venga alla luce il bimbo presente nel suo seno. La Corte di Cassazione con sentenza dell’8 agosto 2017 n. 17811, afferma che funzione precipua dei Consultori Pubblici è la promozione della maternità e la tutela del nascituro.

Ci troviamo, secondo le rilevazioni statistiche, in grave denatalità. Forte è la preoccupazione, ma al riguardo devesi tener presente l’art. 1, comma 1, lettera d), della predetta legge n. 405 del 29 luglio 1975: ivi il legislatore insiste perché i Consultori familiari facciano opera di divulgazione e promozione della gravidanza.

Sui Consultori familiari necessita una riflessione ampia che porti alla richiesta di modificare l’attuale normativa, o, meglio, di una nuova legge, perché i consultori adempiano effettivamente alla funzione affidata.

Con riserva di tornare in merito con altra comunicazione, per intanto preme evidenziare i compiti già fissati nell’art. 2 L.194/78, che all’inizio (comma 1) subito ne precisa la funzione: i consultori familiari assistono la madre in stato di gravidanza; ed, in stretto rapporto a tal fine si stabilisce che essi devono contribuire a fare superare la cause che potrebbero portare la donna alla interruzione delle gestazione. L’intento, quindi, del legislatore è quello di proteggere la vita e lo sviluppo del nascituro concepito.

Questa ineccepibile interpretazione deve ora, nella situazione di denatalità, spiegare tutta la sua efficacia perché le gravidanze raggiungano il compimento con la nascita dei bambini.

Le altre previsioni dell’art. 2 cooperano a tal fine; così le informazioni (- di cui alla lettera a), comma 1) sui diritti spettanti alla madre in forza della legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari ed assistenziali messi a disposizione dalle strutture sociali del territorio perché la gravidanza sia proseguita. Altrettanto dicasi per le notizie che riguardano le “modalità dirette ad ottenere” il rispetto delle norme a tutela della gestante lavoratrice; in effetti con tale disposto si mette a disposizione della madre un consulente giuridico.

Le suddette finalità, volute dalle leggi citate, nella prassi sono state in buna parte disattese.

Da qui la necessità di un nuovo intervento del legislatore se si vuole effettivamente prevenire l’aborto e sostenere la natalità.

In merito il punto più importante viene indicato da Carlo Casini (in Dopo 40 anni per una prevenzione vera dell’aborto volontario – Rapporto sull’attuazione della legge 194/78, Movimento per la vita, Commissione Biodiritto, pag. 15): “Il consultorio familiare … non deve essere coinvolto con l’IVG, neppure con il rilascio di documentazione che costituisce titolo per l’intervento”.

3) In conclusione torniamo all’albero del neonato.

Quest’albero mostra che un nuovo bambino ha sorriso ai suoi genitori ed ai suoi concittadini; e nel contempo ricorda a tutti che la protezione accordata alla madre ed al nascituro figlio concepito è programma socio-politico, efficace, per porre un freno al declino demografico del Paese.

 

L’albero del neonato (.pdf)