Perché l’aborto è “impensabile” di Simone E. Tropea, Agenzia Vitanews

Il sociologo francese Luc Boltansky, nel suo libro giustamente ritenuto controverso ma fondamentale, intitolato “La condizione fetale”[1], ha condotto uno studio sociologico sul fenomeno dell’aborto, tentando di mantenersi comunque al margine di ogni valutazione etica.

Non che ci sia riuscito, posto che di fatto ne ha preso una ben precisa auspicando a più riprese la depenalizzazione dell’aborto, ma nonostante questa “piccola incongruenza metodologica”, non di meno ha individuato il nucleo della problematica fondamentale circa la considerazione socio-antropologica dell’embrione e del suo statuto (incerto), che è forse l’urgenza più cogente con cui oggi abbiamo a che fare.

Muovendosi inevitabilmente entro i confini del “decisionismo”, la domanda che si pone Boltansky non è quindi se l’aborto sia o no legittimo, ma piuttosto sul come vadano individuati i vincoli simbolici che presiedono all’ingresso degli esseri umani nella società.

Come fa notare Tommaso Vitale:

La ricerca comparativa in antropologia mostra che l’aborto è un fatto sociale universale, presente in tutte le società, ma con delle caratteristiche peculiari. È qualcosa di cui praticamente non esistono rappresentazioni simboliche: non se ne trovano tracce nei canti, nelle raffigurazioni plastiche e pittoriche né, tanto meno, nei miti, nei racconti e nelle leggende. Ovunque viene deplorato e non rappresentato, ma – al tempo stesso – viene anche tollerato.[2]

Il presupposto teorico evidentemente è che:

l’idea che l’unicità degli esseri umani non va considerata un dato, né un assunto ontologico, ma l’esito di un processo sociale di singolarizzazione. Anche le identità singolari sono sociali, e l’unicità di ciascun “attore” non è una cosa data in natura ma è, semmai, un esito che gli individui in società, sempre e comunque, devono determinare.

Ed é proprio questo presupposto che contiene, secondo noi, la prima grande nota di criticità che in ultima analisi condanna tutto il discorso ad un esito teorico sostanzialmente inconcludente.

Como lo stesso Vitale esplicita in una nota al margine, l’esempio più immediato di questo processo di costruzione della singolarità letto non in senso ontologico-naturale, ma assunto in chiave sociologico-convenzionale, è quello espresso da un’altra sociologa, anche lei essenzialmente relativista, Irène Théry.

Secondo la Théry infatti:

Un processo di singolarizzazione è cosa ben differente da un processo di identificazione. Si pensi a come nei campi di concentramento gli esseri umani vengono al contempo identificati e de-singolarizzati sostituendo al loro nome un numero di matricola.[3]

L’esempio del campo di concentramento è davvero calzante e paradigmatico perché ci porta rapidamente a confrontarci con la grande contraddizione che denuncia la pericolosità dell’impostazione convenzionalista, e quindi relativista in ambito bio-etico e bio-giuridico.

Per la sociologia è un vero e proprio problema occuparsi di aborto, non solo, secondo noi, perché per la disciplina è imbarazzante interessarsi ai processi di generazione dei nuovi esseri umani prima che questi entrino nei processi di socializzazione.

Ma perché, se resta comunque vero il fatto che la generazione è sempre un’attività culturale e sociale, mai riducibile alla semplice riproduzione biologica, come attività eminentemente “naturale”, anticipa e permette i processi di socializzazione, e non il contrario.

L’essere generato dalla carne può essere riconosciuto e confermato simbolicamente, perché faccia il suo ingresso in società come persona, non in forza di un’atto di volontà assolutamente arbitrario,  compiuto da una cellula della società (la madre o la coppia genitoriale) o dalla società tutta nelle sue istituzioni formali (l’anagrafe), ma  solo nella logica del riconoscimento di un “dato” oggettivo, ovvero la personalità del nascituro, che anticipa, proprio in quanto “dato” empirico, naturale, anche la stessa comprensione simbolica o, per così dire,  la “coscientizzazione” sociale dell’evento generativo e dell’esistenza personale, sostanzialmente pre-sociale, del concepito.

Ricondurre il processo della personalizzazione dell’individuo ad un’operazione convenzionale arbitraria significa accettare la possibilità, anche morale (se questo dovesse essere ratificato da una decisione della maggioranza della compagine sociale), di de-personalizzare, appunto, non solo il nascituro, ma qualsiasi categoria umana alla quale si decida di sottrarre simbolicamente e giuridicamente lo statuto di persona.

Proprio come nel caso esposto da Iréne Thiéry.

Pertanto è solo all’interno di un paradigma “ontologico” e non “sociologico”, che è possibile sciogliere le contraddizioni insite nel rapporto tra pratica abortiva e singolarizzazione del soggetto individuale, ed è solo in questa luce che riusciamo a comprendere perché non esiste, né potrà mai esistere alcuna rappresentazione simbolica coerente dell’aborto.

Posto che si tratta dell’azione “anti-simbolica” per eccellenza. Della prima e più profonda lacerazione relazionale e sociale che si può certamente tollerare, e finanche legalizzare, ma in nessun modo giustificare socialmente. Dal momento che ci troviamo davanti alla contraddizione sociale radicale, cioè al suicidio di una collettività, che si palesa assolutamente incapace di conservare e quindi pensare positivamente se stessa.

[1] Luc Boltansky, “La condizione fetale- una sociologia della generazione e dell’aborto”, Tommaso Vitale (a cura di), Lucia Cornalba (trad.), Feltrinelli, 2007

[2] Estratto dalla prefazione al libro di Boltansky che potete leggere andando all’indirizzo: https://spire.sciencespo.fr/hdl:/2441/53r60a8s3kup1vc9k4ksi8l2p/resources/prefazione-condizione-fetale-definitiva.pdf

[3] IrèneThéry, Avortement, engendrement et singularisation des êtres humains, in “Annales – Histoire, Sciences Sociales”, 2, 2006.

 

Perché l’aborto è “impensabile” (.pdf)