Aborto spontaneo: elaborazione del lutto di Gino Soldera

Nel corso del processo generativo, che riguarda il concepimento, la vita prenatale e la nascita, il figlio è già presente nella vita dei genitori, tanto che possiamo parlare di presenza nel grembo fisico e psichico della madre e in quello psichico e sociale del padre.

La fase del concepimento, con i momenti che la precedono e seguono, è più importante di quanto si creda, perché materializza e dà forma al mondo immaginario dei genitori, che si traduce nella presenza oggettiva del figlio. Possiamo dire che da allora nulla è più come prima. Il momento della fecondazione coincide con l’inizio vita, con quella che potremmo, a ragione, considerare la vera nascita dell’essere umano; questo nei genitori segna il passaggio dallo status di donna a madre e di uomo a padre. Da subito i genitori non sono più soli, anche se non ancora consapevoli di quanto avvenuto, iniziano a vivere un legame con il figlio che durerà per tutta la vita. Nella madre, soprattutto, ma di riflesso anche nel padre, si mettono in moto delle profonde trasformazioni di natura psicosomatica personale e sociale. Il passaggio dal divenire all’essere madre e all’essere padre e la costruzione della loro nuova identità dipende da molteplici fattori, quali: le loro qualità personali, le caratteristiche del figlio, la funzionalità del loro rapporto, la relazione che instaurano con il figlio, l’ambiente nel quale vivono e dal loro stile di vita. Durante la gestazione i genitori costruiscono con il figlio, nell’esperienza quotidiana, man mano che la gravidanza avanza un legame interiore ed esteriore sempre più strutturato. Ciò è dovuto alle sensazioni, emozioni, intenzionalità indotte indirettamente dalla presenza del figlio, e alle disponibilità dei genitori a farsi carico, a prenderci cura e a condividere con lui il tempo e la progettualità futura. Durante la gestazione l’esperienza di aborto o meglio di morte rappresenta per la madre, e per il padre, di là delle apparenze, com’è stato messo in evidenza dalla ricerca clinica, una profonda tragedia: uno degli eventi più drammatici che possano accadere. Ormai è comune la convinzione che l’aborto sia da ritenere un evento stressante nella vita della donna e della coppia, per le molteplici ripercussioni che questo può avere nell’ambito della salute psicofisica e sociale. Questo perché il legame che unisce la madre al figlio assume una valenza totalizzante e duratura e la sua rottura produce un effetto traumatico. Il grado di ripercussione di questo dipende dalle condizioni della madre, della coppia, dalle circostanze e dell’età gestazionale in cui avviene. Più è vicina la data presunta del parto e tanto maggiore è il coinvolgimento psichico, poiché i processi di identificazione, accettazione, proiezione e identità dei genitori verso la gravidanza e verso il bambino sono ormai ampiamente sviluppati e non è possibile tornare indietro a prima e far finta di non vedere.

Da un’illuminante ricerca sulla morte endouterina è emerso che: la morte è un’esperienza devastante per quasi ogni madre; la guarigione è molto, molto lenta, più lenta di ciò che si era in passato supposto; la morte ha un effetto devastante per la grande maggioranza dei padri; la guarigione richiede per loro un lungo tempo, quasi come per le madri.

E’ questo un evento così tragico e così importante, che non può essere nascosto, cancellato o non riconosciuto, ma solo affrontato nel modo più umano e personale possibile, giacché il problema non è per chi se n’è andato, ma per coloro che sono rimasti: i suoi genitori che diventano genitori di un figlio non nato e molto spesso non riconosciuti come tali. Si tratta di venire incontro a delle mamme e dei papà profondamente lacerati nel loro animo dallo strappo che hanno dovuto subire, per corrispondere al loro dolore, alla loro perdita, al loro vuoto interiore, al loro bisogno di dare un senso personale e anche sociale e universale a una vita che prima c’era, ora, non c’è più. In questi casi i genitori, possibilmente insieme, hanno bisogno di comprendere e di essere compresi, e non di essere compatiti. Per questo vanno accompagnati lungo un cammino di crescita e di maturazione che consenta loro di essere accolti senza riserve, di potersi esprimere liberamente, così da elaborare questa esperienza e integrarla nella loro vita e superare le inevitabili ombre e difficoltà. L’idea è di aiutarli a scoprire, a riconoscere il figlio e a ritrovarlo dentro di sé nella propria vita intima. Tutto questo dovrebbe avvenire nel modo migliore prima di una nuova gravidanza per non compromettere  il suo esito e per non caricare il nuovo erede  di problemi emotivi irrisolti, di legami affettivi confusi e con un’identità personale poca chiara. Nel caso di quelle donne che hanno avuto una morte endouterina e che restano nuovamente incinte dopo pochi mesi, il nuovo bambino rischia di essere un “bambino sostituto” e non essere mai percepito come un individuo a sé stante. L’elaborazione del lutto da parte dei genitori consente al nuovo arrivato di ricevere quel nutrimento di natura affettivo – relazionale di cui ha bisogno per crescere e per acquisire l’autonomia necessaria per essere se stesso conforme alla sua identità. Oggigiorno manca una reale cultura della prevenzione del disagio e della sofferenza, specialmente in epoca pre- peri- e post-natale, che aiuti ad affrontare esperienze così dolorose come quelle del lutto. Per questo si auspica che la madre o la coppia trovino nel percorso gestazionale un’attenzione e un accompagnamento integrale e multi professionale che sappia conciliare l’aspetto biologico con quello psicologico e sociale. Ciò non deve fermarsi ai singoli o alla coppia, ma deve essere rivolto all’intero sistema di relazioni di cui sono parte, poiché la vita e la morte non sono né un fatto privato, né personale, ma universale, da qui l’importanza di accedere al rito funebre per rendere completa l’elaborazione del lutto. Lo sforzo è, per quanto possibile, di far emergere il disagio sommerso alla luce del sole per trasformarlo da blocco di ghiaccio in acqua viva e spezzare la catena del disagio che tende a perpetuarsi da una generazione all’altra, così da diventare messaggio di fiducia e speranza e veicolo di nuova vita.

Gino Soldera
psicologo-psicoterapeuta pre- e perinatale, presidente dell’ANPEP