Capire l’ideologia gender di Simone E. Tropea

Dire l’uomo é raccontare un mondo complesso ed eterogeneo. L’intelligenza viva che vorrebbe cogliere l’essenza stessa dell’umano é  per il pensiero , e per la prassi che segue ad esso, la forza intima che caratterizza il nostro stare al mondo, ma allo stempo lo scenario profondo della fragilità suprema. Il confronto con il mistero indecifrabile che ognuno è per se stesso costistuisce quell’evento biografico che ci coinvolge tutti e ci accomuna sotto il segno inquieto dell’incertezza. Ma il primo incontro con questo mistero, l’apparire della domanda “chi sono io?”, si celebra in un luogo sacro, in un tempio che definisce non solo il nostro “essere qualcosa”, un concetto confuso, vago ed etereo, che viene dal nulla ed al nulla fa ritorno, ma il nostro “essere qualcuno” che ha un volto, una storia ed un’identità determinata. Questo luogo è: Il corpo. La coscienza del proprio corpo é la certezza più immediata e necessaria del bimbo che si fa uomo. Del bimbo cioè che vive conforme alla natura intrinseca del suo essere peculiare il proprio sviluppo fisico e psichico. L’equilibrio delicato della crescita risponde a dinamiche che non sono meri processi bio-chimici, ma una cominazione di leggi biologiche naturalmente determinate e di un contesto educativo, quindi una storia contingente che variano da soggetto a soggetto. Ora, a radice della liquidità del pensiero che rappresenta il palcoscenico triste del nostro presente storico e  socio-culturale, caratterizzato dall’idolatria spasmodica del denaro e dalla perversa centralità del mercato e delle sue leggi senz’anima,a scapito della persona umana, siamo a piú riprese obbligati a confrontarci con la teoria pseudo-scientifica secondo cui :

“Il genere è un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità: viene creato quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne. A livello sociale è necessario testimoniare continuamente la propria appartenenza di genere attraverso il comportamento, il linguaggio, il ruolo sociale. Si parla a questo proposito di ruoli di genere.

In sostanza, il genere è un carattere appreso e non innato. Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa”[1]

Il lettore attento si renderà subito conto delle implicazioni culturali, quindi anche politiche e giuridiche che comporterebbe l’accettazione passiva di questa menzogna filosofica che si spaccia per scienza difendendo un modello antropologico assolutamente artificiale ed economicamente interessato  coperto da un linguaggio subdolo e volutamente incomprensibile. Chi puó contare oggi i generi che si suppone esistano? Gli stessi istituti di ricerca affini alle assocuzioni LGBT hanno perso il conto. É  tutto un gioco tetro di sfumature inesistenti che serve a veicolare contenuti che il solo buon senso impedirebbe di accettare a chiunque. Per una corretta analisi del fenomeno basta riconoscere con onestà intellettuale  il principio teorico schizofrenico da cui tutto origina, e intuire quanto le cliniche specializzate nel settore e le associazioni LGBT giorebbero se si affermasse come modello antropologico dominante questa visione distorta dell’uomo e del corpo umano.  I criteri da cui muove la teoria gender sono evidentemente molti  ma per chiarezza espositiva e necessità di sintesi ne evidenzio tre:

1) Il credo edonista della nostra decadente e sempre più distopica Europa, che riconosce come unico dovere e diritto quello di godere illimitatamente. Da qui la teoria gender si inscrive nel quadro macabro delle presunte vittorie della contemporaneità, tra cui l’aborto e l’eutanasia. Esempi eclatanti di come una società che nella teoria esalta ipocritamente i diritti dell’uomo, nella pratica di fatto li nega con cinismo colpevole, non ripettando neppure il diritto inalienabile alla vita di cui ogni persona umana è portatrice, soprattutto nei due momenti delicatissimi della debolezza estrema, e dalla fragilità sofferente che è parabola ultima del limite in cui tutti siamo inscritti. Non serve più o non serve affatto chi non è funzionale alla macchina economica, perchè non è più in grado di produrre o divorare bulimicamente cose e situazioni.

2) Il cinico materialismo che calcolando in termini di produzione di consumo il valore di una vita, fissa la norma culturale per cui ogni essere inteso come cellula amorfa di un arcipelago fatto da isole incomunicanti è in se un soggetto a-morale, privo di qualsiasi trascendenza e che non ha pertanto alcun diritto di cercare un orizzonte di senso che sia diverso da quello imposto dal pensiero dominante.

3) Il pragmatico e superficiale agnosticismo individualista, per cui ognuno nell’incertezza assoluta, che è l’unica cosa certa, è chiamato a scegliere finanche il proprio sesso, sulla base di quello che crede arbitrariamente o di quanto è disposto a sperare, senz’alcun fondamento logico.

Screditata e negata qualsiasi evidenza biologica, ogni criterio razionale ed empirico crolla inevitabilmente. Il pensiero impazzito sfocia in mille perversioni che hanno delle implicazioni gravissime su piani distinti ma strettamente connessi tra loro, che costituiscono il teatro comune dele nostre vite distratte. In primis, e’ evidente l’impatto antropologico e psicologico, ma anche e sopratutto politico, giuridico e sociale. In fatti, negare la diversita’ tra uomo e donna, significa cancellare la condizione prima e fondamentale per l’esperienza essenziale della complementarieta’ ,la fonte da cui emerge il desiderio dell’altro come bisogno intimo di ognuno fin dal primo vagito di vita. E’ negare  la coscienza della non auto-sufficienza, la possibilità di scorgere quell’orizzonte fecondo tanto a livello personale, quento a livello inter-personale e sociale di un elemento che caratterizza e definisce l’essere umano nella sua specificità, quale e’ la relazionalita’, la dialogicita’.  Significa inoltre, e solo dei ciechi interessati possono non vederlo,  negare il fondamento stesso della democrazia che ‘e  appunto il confronto con il diverso vicino a me ma altro da me. Nella teoria gender l’altro non rapresenta piu’ un problema perche viene ad essere semplicemente negato, annullato ed assorbito da un Io neutro ed assoluto, il secondo polo della relazione non esiste piu, e’ una parola vuota che racconta il ricordo di una figura sbiadita, schiacciata ormai dalla meccanica narcisista ed egolatra del progresso. L’altro da me esiste solo in quanto ridotto allo stesso (parafrasando Levinàs) ma mai veramente in quanto altro. E’ il nazismo rosa dei nostri giorni che risolve il dramma umanissimo del conflitto, che origina dalla differenza dovuta al fatto che ognuno e’ unico,  nel caldo asfissiante abbraccio  del forno crematorio ideologico.

Simone E. Tropea

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[1] Riprendo la definizione che chiunque puó banalmente trovare su Wikipedia