FERRERO di Alba: un patrimonio di cultura aziendale di assoluta eccellenza da diffondere in tutto il sistema imprenditoriale italiano Le politiche “family friendly” portano la Ferrero ai vertici mondiali - di Paolo Baronti

La Ferrero di Alba è, da oggi, 2018, la prima azienda italiana per reputazione a livello mondiale, oltre ad essere il primo marchio italiano a comparire nella graduatoria del “Reputation institute”, del settore “Food”. L’azienda entra, dunque, a pieno titolo, nella Top50 delle compagnie con la miglior reputazione in tutto il mondo. Ai vertici della classifica, insieme a lei, Rolex, Lego e Google. Rimanendo in ambito italiano, Ferrero è seguita da “Giorgio Armani Group”, Pirelli, Barilla e Lavazza. L’analisi effettuata si basa su oltre 170mila dati raccolti nel primo trimestre 2017 in 15 Paesi.
Non è questo riconoscimento un premio come tanti. Per l’Italia tutta, da Alba arriva la prova provata di un modello di “fare impresa” di altissima qualità, da allargare possibilmente a tutta la realtà del Paese: il “family friendly”, cioè l’attenzione primaria ed insistente al “benessere” dei dipendenti, che non era solo la “fissazione” di un imprenditore “cattolico” che “portava in azienda i suoi valori religiosi” ma il modo di fare impresa migliore al mondo!
Sono passati due anni dalla scomparsa di Michele Ferrero, con il pianto dirotto che aveva coinvolto, per giorni, tutta la sua città, con il dolore profondo di tutti i suoi concittadini, come fosse per loro un “familiare stretto”. Emergeva da tale fatto che le scelte da lui compiute in vita, sia umane che imprenditoriali, erano state di altissimo profilo e valore: un vero, grande, forse unico, protagonista del proprio tempo. Figlio di una terra, La Langa, una zona collinare del basso Piemonte segnata da una diffusa miseria, da cui fuggire o emigrare per evitare la disperazione, come ci raccontano i romanzi di Beppe Fenoglio e le poesie di Cesare Pavese, Lui, totalmente immerso nella cultura di quel mondo, senza fare ricorso a studi di sociologia ed economia industriale, decise che i contadini della Langa sarebbero diventati operai della sua fabbrica ad Alba, ma rimanendo sempre contadini, cioè avrebbero continuato a vivere nelle loro case contadine e da lì sarebbero stati prelevati dalla corriera tutti i giorni e lì riportati alla sera. Niente case popolari ad occupare altro territorio, niente alienazione culturale per essere stati sradicati dalla propria terra, perché Ferrero già sapeva quello che affermava , invece, di non aver compreso subito il protagonista della poesia “I mari del Sud”: “Dovevo sapere che qui, buoi e persone son tutta una razza”, cioè un contadino resta sempre un contadino, attaccato alla terra e agli animali. E così, la mattina, prima di salire sulla corriera che li portava e li porta ancora alla fabbrica, si curano le bestie e la stessa cosa si fa la sera quando si torna: “da buio a buio” come, da sempre, – secoli o forse millenni- hanno sempre fatto e continuano a fare i contadini ad ogni latitudine ed in ogni Paese. E poi, restando contadini, avrebbero potuto anche piantare i noccioli per vendere il loro frutto alla Ferrero per la Nutella, con ulteriori entrate, passando così dalla disperazione del dopoguerra ad un sempre più diffuso benessere.
Il suo modo di fare impresa resta, purtroppo, un “unicum” in Italia dal dopoguerra ad oggi e non può essere qualificato solamente come “family friendly”, cioè amico delle esigenze della famiglia. Sarebbe una definizione inadeguata, perché Lui non tutelò solo l’equilibrio familiare legato alle esigenze della maternità e dell’educazione dei figli: Lui salvò un “mondo intero” di famiglie contadine, prendendolo per mano e portandolo, dalle macerie del dopoguerra alla contemporaneità, dalla miseria al benessere sempre più diffuso, senza traumi culturali, sociali ed umani.
Per capire ancora meglio la grandezza di quest’uomo basta vedere cosa è successo, invece, in tutte le realtà montane e collinari del Centro e del Sud Italia. Centinaia e centinaia di famiglie di mezzadri e di piccoli proprietari, a partire dalla metà degli anni Cinquanta abbandonarono l’agricoltura per cercare una dignità personale economica e sociale nelle fabbriche, che nascevano nelle vicine pianure, in fondo alle valli, dove nascevano anche, osannati come simbolo di progresso i nuovi quartieri dell’“edilizia popolare”. L’emigrazione interna dalle campagne alle città divenne fenomeno imponente. Ma dietro il trionfalismo di facciata dei partiti del “progresso” appariva sempre più evidente il lato oscuro della modernizzazione, un vero e proprio “genocidio culturale” del mondo rurale: distruzione dei dialetti, diffusione in tutte le classi sociali di uno stile di vita basato sul consumismo, fine del sacro e dei valori tradizionali: una rivoluzione antropologica non guidata dagli intellettuali, ma dalla televisione, il più penetrante e persuasivo strumento di massificazione culturale. E così in Italia, la massa dei piccoli contadini e dei mezzadri, che erano stati la vera vittima del fascismo, movimento della piccola borghesia urbana, marginalizzati ed umiliati, come classe sociale, venivano così definitivamente abbandonati a ceto sociale marginale anche dalle forze popolari socialiste e comuniste che, dopo una riforma agraria parziale ed inefficace, avevano sposato l’industrialismo massivo come via principale di sviluppo del Paese, mentre il movimento cattolico avrebbe gestito, per un quarantennio, l’agricoltura, ma in una prospettiva prevalentemente assistenziale che ne ha impedito, nelle regioni del Centro Sud, in particolare, una crescita reale.

Ferrero, quindi, da solo contro tutti: una ricetta fatta di saggezza e non di ideologia, che lo consegna, così, alla storia non solo come imprenditore abilissimo, ma anche “politico” autentico e di eccezionale valore.
Forse a Ferrero, in un immaginario Olimpo, peraltro molto ristretto, degli autentici interpreti del proprio tempo, può essere accostato l’unico intellettuale che descrisse, con una rara acutezza intellettuale, tale genocidio culturale e politico, ma per questo fu marginalizzato ed isolato, cioè Pier Paolo Pasolini.
Paolo Baronti