Il necessario ritorno del padre di Simone E. Tropea

Guy Condon e David Hazard,  in un libro pubblicato ormai diversi hanno fa, dal titolo Fatherhood  Aborted[1], sono stati probabilmente i  primi ad occuparsi del problema della sindrome post-abortiva che colpisce i maschi, descrivendone con attenzione la  sintomatologia complessa e articolata: difficoltà di relazione, mancanza di autostima e di fiducia negli altri, rabbia auto-aggressiva, depressione e senso di fallimento, disturbi del sonno e della sessualità, senso di solitudine, incapacità di assumere posizioni autorevoli o di responsabilità e di mantenere con costanza un lavoro.

E’ evidente, come fa giustamente notare lo psicologo e psicoterapeuta Paolo Ferliga[2], che la sottovalutazione del dolore e della responsabilità maschile nei confronti dell’aborto risponde in buona misura a una mentalità di tipo prevalentemente materialista che ritiene la donna, in quanto è nel suo corpo che avviene la gestazione, unica depositaria e quindi unica responsabile della nascita o della morte di un figlio.

Tuttavia, per quanto il padre possa  egli stesso considerare  il proprio ruolo genitoriale assolutamente secondario, se non del tutto inessenziale, e quindi di conseguenza scaricare pure tutte le responsabilita sulla donna, dovra comunque fare i conti anche lui con un processo psichico molto profondo, studiato da psicologi e psicoterapeuti, in forza del quale quell’atto di responsabilita mancato viene registrato dalla psiche come senso di colpa, per manifestarsi poi, appunto, in sintomi di tipo nevrotico, come ansia, attacchi di panico, depressione.

Se poi e il padre a spingere la donna ad abortire, alcuni psicologi, tra cui Claudio Rise’, in questo caso riconoscono addirittura che il vissuto psichico dell’atto e’ perfettamente identico a quello dell’omicidio.[3]

Andando oltre, o comunque tralasciando per un momento  le implicazioni pschiche relazionate all’atto di responsabilita mancato, bisogna pero’ riconoscere anche un altro aspetto molto problemtico, che si apre davanti a noi, quando riflettiamo su cosa significa o puo significare l’aborto per un padre.

Come sotiene Ferliga infatti:

L’idea che la questione dell’aborto riguardi solo le donne ha portato anche la legislazione italiana a prevedere che il padre del concepito venga sentito dal medico solo “ove la donna lo consenta” rinforzando, per il carattere produttivo di norma e di senso comune che ogni legge comporta, il pregiudizio che la responsabilità dell’uomo di fronte alla nascita di un figlio sia secondaria rispetto a quella della donna. La legge contribuisce così, subordinando al consenso della donna il coinvolgimento del padre, a indebolirne ulteriormente la figura: il legislatore sembra infatti ritenere che la parola del padre sulla nascita del bambino sull’inizio della vita, non sia essenziale(…)il padre  nel momento in cui viene escluso dal movimento vitale che ha contribuito a iniziare, viene mutilato e ferito nella sua potenzialità creativa.[4]

 Ed e’ proprio una presa di coscienza del rischio  socio-antropologico contenuto in quest’atteggiamento culturale miope e malato, cristalizzato e legittimato nella norma, che ha portato nel 2001 alcuni docenti universitari, in primis propio Claudio Rise’, a  redigere un vero e proprio “Documento del padre”[5], nel quale viene contestato quell’ “ove la donna consenta”[6], che racchiude appunto questa menomazione della figura paterna all’interno del processo decisionale sul come affrontare un’eventuale gravidanza difficile o “indesiderata”.

Il padre deve effetivamente  potersi opporre all’aborto, esercitando il suo ruolo legittimo di co-autore dell’atto procreativo, rompendo questa ingiusta marginalizzazione, cinica e tanto frustrante quanto deresponsabilizzante.

Per l’uomo, a livello profondo, l’aborto è il fallimento di un progetto di paternità che era comunque iniziato nelle cose, e prima ancora nell’inconscio.[7]

Ma per la societa nel suo insieme, questa tendenza tradisce il processo storico-culturale  in cui si va realizzando la dissoluzione del principio della relazionalita’, come principio cardine della vita umana responsabile delle proprie azioni e delle proprie scelte.

Nella relazione tra un uomo e una donna, e nella responsabilita’ condivisa verso Il frutto di questa relazione, cioe’ il bimbo , come ha giustamente mostrato Hans Jonas[8] si gioca il fondamento stesso della coscienza morale, ed e’ per questa ragione che va restituita al padre del nascituro la possibilita’ di dire “no” all’aborto, e il diritto/dovere a vedersi finalmente riconosciuto il valore ed il senso del suo ruolo genitoriale anche nella fase iniziale della gravidanza.

Simone E. Tropea

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[1] G.Condon-D. Hazard, Fatherhood Aborted, Tyndale House Publisher, Illinois, 2001.

[2] P. Ferliga, Padri di fronte all’ aborto, pubblicato in “Quello che resta. Parlare dell’aborto partendo dall’aborto”, Editrice Vita Nuova, Verona 2007.

[3] P. Ferliga , nel testo sopracitato, riporta un caso emblematico  raccontato al prof. Risé da un lettore della sua rubrica Psiche lui, in Io donna, supplemento del sabato del “Corriere della Sera”: “Sono perseguitato da un sogno ricorrente: mia moglie, con aria addolorata, e nelle sue braccia un neonato, morto e coperto di sangue.” Ibid. pp. 57/58.

[4] P. Ferliga, Il segno del padre nel destino dei figli e della comunità, Moretti & Vitali, Bergamo 2005

[5] Il documento lo si puo’ leggere e,per chi lo desiderasse, sottoscrivere andando all’indirizzo: http://www.claudio-rise.it/index.php/per-il-padre

[6] L. 22 maggio 1978, n. 194, art 5: “Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.”

[7] Claudio Rise’,  Il mestiere di padre (2004), Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano).

[8] H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino, 1990:

<…la cosa più familiare a tutti: il neonato, il cui solo respiro rivolge inconfutabilmente un “devi” all’ambiente circostante affinché si prenda cura di lui.>