Lettera al Popolo della Vita di Marina Casini Bandini, Presidente del Movimento per la Vita Italiano

L’apertura della nuova legislatura, la faticosa formazione di un governo, talune contestazioni verbali delle parole pronunciate dal Ministro della famiglia hanno riproposto i temi del rapporto della vita nascente e della famiglia con la politica. Da sempre il Movimento per la Vita ha affermato la centralità politica del diritto alla vita. Sulla base del riconoscimento del figlio non ancora nato come uno di noi e dei valori della dignità umana e dell’eguaglianza, è facile affermare la priorità politica del diritto alla vita. Se in tempo di guerra il primo problema è fare la pace, non diversamente l’eliminazione di milioni di esseri umani prima della nascita costituisce una questione di straordinaria grandezza, che dovrebbe essere presa in considerazione nei programmi dei singoli partiti, nei propositi dei governi e che dovrebbe contribuire alla scelta degli elettori. Ma a lungo, dopo le fiammate polemiche suscitate 40 anni fa dalla legge che ha legalizzato l’interruzione volontaria della gravidanza in Italia, sul diritto alla vita dei concepiti è sceso un silenzio pressoché totale. Anche nell’ambito di forze politiche di ispirazione cristiana talora si è detto che l’aborto è soltanto un problema di coscienza individuale, espressione che riduce ad una opinione la realtà della vita umana. Ma ora tutti i partiti hanno scritto nei loro programmi il sostegno della famiglia. Perché questa indicazione programmatica? La preoccupazione espressa è quella del crollo della natalità con il timore della perdita di identità nazionale e di un conseguente potere a livello internazionale. Le misure previste sono tutte di carattere economico, ma viene mantenuto il silenzio sia sulla questione fondamentale della identità umana dei concepiti, sia sulla definizione stessa di famiglia. La priorità politica esige invece il riconoscimento e la tutela del diritto alla vita di ogni essere umano fin dal concepimento e la definizione della famiglia come cellula fondamentale della società e dello Stato perché dotata di una essenziale capacità generativa ed educativa. Le misure economiche sono opportune, ma non risolvono alla radice il problema fondamentale. Lo Stato proclama i valori dell’eguaglianza, della democrazia, della dignità umana: coerenza vuole che anche il valore della vita e la verità della famiglia siano proclamate.

La centralità politica implica una tenacia operosa nel perseguire gli obiettivi ritenuti giusti, anche mediante il metodo della gradualità. Perciò anche se oggi sembra impossibile l’abrogazione della legge che ha legalizzato l’aborto, almeno il diritto alla vita dei concepiti dovrebbe essere la guida di una profonda riforma dei consultori familiari; il criterio per condurre alla restrizione della fecondazione eterologa ai casi in cui, esauritosi un progetto parentale, gli embrioni abbandonati possono essere salvati attraverso una adozione per la nascita; la motivazione per rendere obbligatoria la presenza di un apposito “curatore” dei concepiti in tutte le vicende giudiziarie in cui si discute del loro diritto alla vita. E poi, se il concepito è uno di noi come la scienza oggi afferma, allora non si può non pensare a riprendere la proposta di modifica dell’art. 1 del codice civile facendo partire l’acquisizione della capacità giuridica al momento del concepimento. Lo esige il principio di uguaglianza, cardine della moderna civiltà.