L’obiezione di coscienza, primo strumento di lotta politica della storia di Simone E. Tropea

L’obiezione di coscienza, che alcuni goffi ma subdoli tentativi politici hanno tentato recentemente di distruggere, è una prassi che si ritrova  andando anche molto indietro nel tempo.

Giá addirittura nel libro dell’Esodo abbiamo una testimonianza fortissima di come esistesse nell’antico Egitto, probabilmente ancora prima che in Grecia con Ippocrate, una coscienza deontologica chiarissima, in virtú della quale le donne predisposte ad aiutare le partorienti non potevano in alcun modo cedere a imposizioni politiche che tentassero di controllare le nascite ricorrendo a pratiche abortive o, per cosí dire, “eugenetiche”.

Poi il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua: “Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere”. Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d’Egitto e lasciarono vivere i bambini. Il re d’Egitto chiamò le levatrici e disse loro: “Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?”. Le levatrici risposero al faraone: “Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità: prima che arrivi presso di loro la levatrice, hanno già partorito!” Dio beneficò le levatrici. Il popolo aumentò e divenne molto forte. E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli diede loro una numerosa famiglia. (Es 1,15-21)

 Questo brano, che potremmo leggere come un esempio paradigmatico di disobbedienza civile, dice qualcosa di fondamentale importanza anche e soprattutto al nostro tempo.

Come ha scritto in un bellissimo articolo pubblicato su Avvenire il prof. Luigino Bruni:

La prima arte della terra è quella delle levatrici: ‘lasciare vivere i bambini’, i bambini nostri e quegli degli altri, i bambini di tutti. Quando questa prima arte si eclissa, la vita perde il primo posto e le civiltà si confondono, si ammalano e decadono. In questi ‘no’ al faraone e ‘sì’ alla vita è allora custodita anche una grande parola per ogni lavoro: la legge più profonda e vera delle nostre professioni e dei nostri mestieri non è quella emanata dai tanti faraoni, dominati dalle brame, antiche e nuove, di potere e di onnipotenza.  Le loro leggi vanno rispettate solo se e solo quando servono la legge della vita. Quando dimentichiamo che la ‘legge dei faraoni’ è sempre la legge seconda, mai la prima, ci trasformiamo tutti in sudditi di imperi, e non iniziamo nessuna liberazione, nostra e degli altri. Sifra e Pua ci dicono che ‘i bambini non si uccidono’, non si uccidono i bambini degli egiziani né quelli degli ebrei. Non si uccidono né in Egitto né in alcun luogo. Ieri, oggi, sempre. Se vogliamo restare umani.

L’obiezione di coscienza in materia d’aborto ha pertanto, come è chiaro, il valore aggiunto di rappresentare quella forma di disobbedienza civile che richiama l’intero corpo sociale a riconoscere il proprio grado di umanitá.

La denuncia sociale implicita che essa conserva è fondamentale perché in un determinato sistema sociale resti vivo quel senso critico necessario al contenimento delle derive totalitarie che minacciano sempre il presente politico di tutte le nazioni.

A questo riguardo, piú che mai oggi, dove sembra che davvero ci rimane soltanto la ‘sovranità’ dei consumatori, sempre più infelici e soli sui nostri divani, questa scelta segna un movimento controcorrente a partire dal quale è possibile invertire la rotta suicida, demograficamente parlando, dell’Europa, e riprogettare il futuro della nostra civiltá nel segno di un amore reale per l’uomo e per la vita umana, in ogni tappa del suo sviluppo storico, in senso individuale e collettivo.

Simone E. Tropea