A 70 anni dalla Dichiarazione dei Diritti Umani di Carlo Casini

Il 10 dicembre prossimo ricorre il settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Un’attenta meditazione scopre la grande importanza di quel documento, ma contemporaneamente deve denunciare un enorme tradimento consistente nello sconfinato numero di bambini che vengono eliminati prima della nascita con il sostegno degli Stati.

La Dichiarazione è stata firmata il 10 dicembre del secolo scorso, quasi alla sua metà, che nella prima parte ha visto due guerre mondiali nelle quali tutta la violenza e la disumanità della storia hanno raggiunto il vertice. Non a caso le due guerre sono state “mondiali”, perché hanno coinvolto l’intero pianeta. Inoltre, i moderni mezzi di distruzione hanno coinvolto anche le popolazioni civili e barbare discriminazioni tra gli uomini hanno condotto milioni di esseri umani nei campi di sterminio. Sul finire della seconda guerra mondiale le prime bombe atomiche erano state lanciate su Hiroshima e Nagasaki e il contrasto tra l’America e la Russia suscitava il terrore di una nuova guerra nella quale l’uso della bomba atomica avrebbe potuto causare la fine del mondo. Perciò, la Dichiarazioni universale dei diritti dell’uomo si differenzia da tutte le altre precedenti dichiarazioni dei diritti, non solo perché “universale”, ma soprattutto perché è un progetto di pace definitiva. Tale progetto venne fondato sulla dignità umana, sempre uguale ed indistruttibile, come dicono le prime parole: “Il riconoscimento della dignità inerente ad ogni membro della famiglia umana è il fondamento della giustizia, della pace e della libertà nel mondo”.  È da sottolineare che la pace non è affidata alla forza delle armi, ma ad un atto della mente: il riconoscimento della dignità di ogni essere umano. Questa dichiarazione del 1948 è divenuta la parola d’ordine della modernità, tanto che è stata richiamata in tutti i successivi trattati universali e regionali e in quasi tutte le costituzioni nazionali approvate dopo il 1948. Come è noto l’articolo 2 della nostra Costituzione “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”.

Un ulteriore aspetto sottolinea l’importanza della Dichiarazione del 1948: essa porta a conclusione i moti storici di liberazione che nonostante tutto avevano percorso la storia umana. È abolita la schiavitù, è affermata l’uguaglianza della donna, vi sono le premesse per il rispetto dei bambini, a cui poi sono stati dedicati atti internazionali specifici come la Dichiarazione dei diritti del fanciullo del 1959 e la Convenzione sui medesimi diritti del 1989, atti nei quali è dichiarato fanciullo anche il bambino prima della nascita. Dalla Dichiarazione del 1948 deriva anche la Convenzione del 2006 sui diritti delle persone con disabilità e anche l’attuale richiesta di abolire in tutto il mondo la  pena di morte, già cancellata in tutti i paesi dell’Unione Europea e in quelli che aderiscono al  Consiglio d’Europa  è collegata al riconoscimento della dignità di ogni essere umano ed identifica la dignità con la vita stessa anche quando è priva di ogni qualità e di interesse sociale come avviene nel caso del colpevole dei più efferati delitti.

Contrasta con tutto questo il rifiuto di riconoscere il diritto alla vita del più piccolo e povero degli esseri umani: il bambino concepito abbracciato dalla mamma per tutta la gravidanza.

Presso il Parlamento Europeo ogni anno l’anniversario dei diritti dell’uomo è celebrato con l’assegnazione di un premio chiamato Premio Sacharov, per ricordare la libertà di espressione del pensiero. È un aspetto importante, ma non più importante del diritto alla vita. Per questo il Movimento per la Vita italiano ha istituito a partire dal 1998 un riconoscimento chiamato “Premio europeo per la vita Madre Teresa di Calcutta”, assegnato a personalità esemplari nella difesa della vita nascente. Il premio è stato assegnato alla memoria di Jerome Lejeune, di Chiara Lubich, di Chiara Corbella Petrillo e delle mamme eroiche d’Europa, al Cardinale Elio Sgreccia. Attualmente l’iniziativa è stata ceduta alla federazione Europea “Uno di noi”.

Ma non basta un premio. Bisogna che la vita nascente si agganci alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la faccia propria e ne restituisca la sua verità profonda. Forse un manifesto che affermasse quanto sopra e che fosse espressione di tutte le associazioni e i movimenti sensibili quanto al riconoscimento del concepito come un essere umano titolare di una dignità uguale a quella di qualsiasi altro essere umano, potrebbe essere un modo per non abbandonare più i diritti dell’uomo a una deriva intollerabile. Non dimentichiamo il coraggio di Santa Madre Teresa che nel 1979, nel ricevere il premio Nobel della pace, di fronte a tutti i potenti del mondo dichiarò che “l’aborto è il principio che mette in pericolo la pace nel mondo”. Neppure possiamo dimenticare quanto ha scritto San Giovanni Paolo II al n. 18 dell’Enciclica Evangelium Vitae, secondo cui “giunge ad una svolta dalle tragiche conseguenze” la storia dei diritti dell’uomo se, come ora sta avvenendo, dalla titolarità del diritto alla vita viene esclusa una particolare categoria di esseri umani: quella dei nascituri che sono i più piccoli, i più poveri, i più innocenti.

 

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