Brett Kavanaugh: il giorno del giudizio di Giovanna Sedda

Sabato 6 ottobre è arrivato il tanto atteso giudizio del Senato sulla nomina a giudice della Supreme Court of the United States di Brett Kavanaugh, che va a completare il collegio dei nove membri previsti dalla costituzione. La votazione è stata preceduta da una lunga seduta in cui i due schieramenti, repubblicani e democratici, erano diametralmente divisi e con un numero simile di voti. Iniziata di prima mattina, la defezione della senatrice repubblicana Lisa Murkowski ha posto in bilico la votazione fino alla dichiarazione della collega di partito, Susan Collins, che ha espresso il suo voto favorevole solo a metà pomeriggio. Kavanaugh ha raccolto in seguito anche il sostegno del democratico Joe Manchin (candidato della West Virginia dove le posizioni del partito sono più conservatrici), ottenendo così 50 voti a favore su 48 contrari.

 

Il lungo percorso

Si conclude così il giorno più faticoso per il nuovo giudice: se la strada per salire gli scalini di marmo bianco della Corte Suprema è lunga e ardua per tutti i candidati, è stata ancora più impegnativa per Kavanaugh. Dopo la nomina da parte del presidente, i candidati sono esaminati dai senatori e successivamente compaiono in audizione davanti alla Commissione giustizia del Senato, che quindi porta la nomina alla votazione finale. Proprio durante l’audizione sono arrivate per il giudice le pesanti accuse di natura sessuale, avanzate dalla prof.ssa Ford per un episodio presumibilmente avvenuto circa trenta anni fa. La Commissione ha quindi chiesto una audizione aggiuntiva con i due chiamati alla sbarra a raccontare la propria versione, oltre ad una indagine parallela dell’FBI, prima di portare il voto in Senato.

In una tesissima situazione “word for word” (“la mia parola contro la tua”) la contrapposizione tra Kavanaugh e Ford ha polarizzato gli schieramenti politici e il dibattito pubblico. Non solo, il movimento #metoo e altre organizzazioni hanno animato una contestazione senza precedenti, cercando di forzare i limiti istituzionali e democratici. Un atto di forza denunciato dalla giornalista, e aperta contestatrice di Kavanaugh, Asra Nomani: l’attivista femminista ha infatti raccontato al Wall Street Journal come le proteste fossero state pianificate e finanziate in modo tanto dettagliato quanto preoccupante dal miliardario liberale George Soros. Tuttavia, manifestazioni e irruzioni nell’aula non hanno fermato il Senato e non hanno scalzato la presunzione di innocenza che, insieme alla carriera ineccepibile di Kavanaugh, ha rappresentato l’argomento decisivo per la sua conferma.

Perché tanta polemica?

Le ragioni dell’attenzione nei confronti di questa nomina risiedono nel ruolo della Corte Suprema: ogni sentenza infatti crea un precedente ineludibile con valore di legge, spesso coinvolgendo le questioni più sensibili della società americana. Tra queste, una fondamentale è stata la legalizzazione dell’aborto nel 1973: la sentenza “Roe contro Wade” vide, all’epoca, sette giudici votare a favore e due contro. Da allora la nomina di giudici contrari all’aborto è considerata una possibile strada per rivedere quella decisione. La posizione dei candidati sui temi etici è quindi entrata nel dibattito politico, anche perché i giudici sono nominati a vita e scelgono autonomamente se e quando ritirarsi (alcuni giudici hanno prestato servizio per oltre 35 anni).

Lo stesso Donald Trump aveva dovuto prendere una posizione sul tema e durante la campagna elettorale ha promesso che avrebbe nominato solo giudici prolife. Durante la sua presidenza si è trovato (come era capitato già a Barack Obama) nella fortunata condizione di nominare ben due giudici: Neil Gorsuch, cattolico con posizioni condivise dai prolife, e ora Brett Kavanaugh. Il nuovo giudice potrebbe essere il quinto, e decisivo, voto per ribaltare o limitare gli effetti della sentenza Roe v. Wade. Di lui, i gruppi prolife hanno apprezzato la recente posizione a favore dell’obiezione di coscienza alle prestazioni sanitarie previste dall’Obamacare (nella sentenza Priests for Life v. United States Department of Health and Human Services). I commenti delle organizzazioni prolife americane alla sua nomina sono stati tutti positivi, quando non entusiasti.

Oltre le aspettative…

Durante le audizioni i senatori democratici hanno chiesto apertamente a Kavanaugh se intendesse rovesciare la Roe v. Wade. Lui, sviando la domanda, si è limitato a rispondere che avrebbe dato molta importanza ai casi precedenti della Corte. Non solo, durante le dichiarazioni in Senato è echeggiato un triste presagio: «ben tre giudici nominati dai repubblicani hanno firmato la sentenza [Casey] che ha riaffermato la Roe v. Wade, non solo, i gruppi pro aborto si erano ampiamente opposti alle loro nomine…ma sbagliavano». A lanciarlo è stata la senatrice repubblicana, però favorevole all’aborto, Susan Collins, la stessa che ha espresso il voto decisivo a favore del nuovo giudice.

Il nuovo giudice, infatti, condivide l’approccio giuridico chiamato “originalismo”: limitarsi a interpretare le fonti originali evitando innovazioni e nuove interpretazioni del passato. Ciò desta più di una perplessità anche perché nel contesto in cui sarà chiamato a operare gli “originali” sono andati perduti: le relazioni, le istituzioni e le aziende non sono oggi quello che erano tre secoli fa. Un simile approccio rischia di non proteggere bene “tutta la vita” umana, oltre quella del bambino non nato. Questa è la preoccupazione di John Gehring, direttore della cattolica Faith in Public Life, riguardo le possibili decisioni di Kavanaugh su temi come povertà, disuguaglianza, razzismo, armi, immigrazione, lavoro. A guardare queste premesse, il giorno del giudizio per Kavanaugh, quello sul suo operato alla Corte Suprema, deve ancora arrivare.

 

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