La spinta per abolire in ogni circostanza la pena di morte e il diritto alla vita del concepito di Marina Casini Bandini
settembre 30, 2018 Sì alla Vita

Come è noto, con un documento del 1° agosto scorso, Papa Francesco ha formalizzato che la Chiesa è contro la pena di morte. Una decisione di grande importanza. In sostanza Papa Francesco ha disposto la modifica del punto n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica dove, pur esprimendo un giudizio negativo sulla pena di morte, se ne ammetteva la liceità in casi estremi. Papa Francesco ha disposto che la pena di morte deve essere ritenuta inaccettabile in via assoluta, sempre e in ogni caso, in nome della dignità umana. Siamo di fronte allo sviluppo di una riflessione che poggia principalmente sulla coscienza sempre più limpida del rispetto dovuto ad ogni vita umana.

La decisione del Santo Padre – che si situa in continuità con il Magistero precedente, portando avanti uno sviluppo coerente della dottrina cattolica – merita una approfondita riflessione.

  1. In primo luogo è opportuno riflettere sulla storia della pena di morte. Nell’antichità la sua applicazione era giustificata dal potere del sovrano, potere esercitato spesso indipendentemente da leggi generali e frutto esclusivamente di arbitrio. Se ne ha una notizia persino nei Vangeli. Il re Erode, per esempio, per il timore di essere sostituito da Gesù sul proprio trono, fece uccidere tutti i bambini minori di due anni nati a Betlemme. Giovanni Battista fu ucciso per premiare una ballerina, Salomé, la figlia di Erodiade. Anche quando la pena capitale era prevista dalle leggi, spesso essa era accompagnata da torture disumane: basti pensare alla crocifissione. Inoltre, la condanna a morte è stata inflitta a lungo anche per illeciti che non riguardavano la vita umana, come per esempio il furto e l’adulterio. Gradualmente, però, nella storia si sono affermati limiti progressivi riguardo alla pena capitale. In base al principio del contrappasso essa è stata prevista solo per i reati contro la vita umana. Poi si sono affermati molti altri limiti: la legittimità della pena di morte esigeva la sua previsione nella legge e la pronuncia di una condanna da parte di un organo giudiziario. Nel settecento sono cominciate le istanze per la totale abolizione. È nota l’influenza del libro di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene” in cui si sostenne la inapplicabilità della pena capitale per la irreparabilità dell’errore giudiziario e per la impossibilità di un ravvedimento del reo. Vi si argomentava, inoltre, che l’esempio della violenza pubblica poteva stimolare l’uso della violenza nel popolo e lo stesso autore del crimine – sapendo che la sanzione era la pena capitale – veniva stimolato a commettere altri gravi delitti per evitare di essere catturato. Il primo Stato ad attuare l’insegnamento di Cesare Beccaria fu il Granducato di Toscana nel 1786, ma la legge restò in vigore solo per pochi anni. In Italia il Codice penale entrato in vigore nel 1889 sotto il Ministro Zanardelli non prevedeva la pena di morte per i reati comuni, ma essa restava per i reati militari. Il fascismo la introdusse nel 1926 anche per i reati civili. Alla fine della II guerra mondiale essa fu di nuovo abolita. L’art. 27 della Costituzione entrata in vigore nel 1948 vieta pene contrarie al senso di umanità ed esclude la pena di morte salvo che per il codice penale militare di guerra. È del 1989, infatti, la proposta di Legge n. 4154 presentata – in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese (associata spesso alla pratica della “ghigliottina”) – da Carlo Casini e da altri parlamentari vicini al Movimento per la vita, intitolata “Abolizione della pena di morte nell’ordinamento giuridico italiano”. Nel 1994 è stata approvata una legge ordinaria che ha eliminato la pena capitale nel codice penale militare di guerra (sostituendola con l’ergastolo); successivamente la legge costituzionale n. 1 del 2 ottobre del 2007 ha introdotto definitivamente il divieto assoluto di utilizzare la pena di morte nell’ordinamento penale italiano. È significativa anche la storia del diritto europeo. A livello di Consiglio d’Europa, l’articolo 2 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali, sottoscritta nel 1950 e ratificata dai 47 Stati che ne fanno parte, ammetteva la pena di morte come eccezione al proclamato diritto alla vita, ma soltanto negli Stati in cui era prevista dalla legge e dopo una sentenza definitiva. Questa disposizione è stata modificata con due protocolli rispettivamente n. 6 del 1983 e n. 13 del 2002: con il primo la pena di morte è stata abolita, salvo che nei codici militari; con il secondo l’abolizione è divenuta totale. A livello di Unione Europea, la pena di morte è inammissibile, sia perché tutti gli Stati dell’Unione Europea fanno parte del Consiglio d’Europa e la Convenzione del 1950 è divenuta obbligatoria per l’Unione Europea per effetto del Trattato sull’Unione firmato a Lisbona ed entrato in vigore alla fine del 2009, sia perché il divieto della pena capitale è stato solennemente ribadito nell’art. 2 della Carta Europea dei diritti fondamentali approvata a Nizza nel 2000, divenuta anch’essa giuridicamente vincolante in forza del Trattato di Lisbona. È significativo che il divieto della pena di morte sia posto nel I capitolo della Carta intitolato “Dignità”. La dignità umana è il primo valore su cui si fonda l’Unione Europea come dice il preambolo della Carta secondo cui «l’Unione si fonda sui valori universali ed indivisibili della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà, della giustizia». L’Unione è divenuta promotrice dell’abolizione della pena di morte come risulta da un comunicato congiunto del 1917 firmato dall’Unione e dal Consiglio d’Europa. L’Unione ha promosso la giornata internazionale contro la pena di morte dichiarandola incompatibile con la dignità umana. Questa storia è significativa perché dimostra che nel succedersi del tempo vi sono linee positive sotterranee sospinte dall’idea della vita umana. Nonostante le atrocità delle guerre, delle violenze di ogni genere, delle discriminazioni sugli esseri umani, bisogna constatare che oggi, dal punto di vista culturale la pace è diventata un ideale universale e la schiavitù è rifiutata anche se non mancano anche oggi episodi di riduzione di esseri umani in schiavitù. Viene in mente il ripetuto invito rivolto ai cristiani da San Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae di costruire una civiltà della verità e dell’amore insieme a tutti gli uomini di buona volontà. Il fondare il divieto della pena di morte esclusivamente sulla dignità umana sia nei documenti dell’Unione Europea sia nella recente disposizione di Papa Francesco, è un segnale positivo. Tuttavia mentre la disposizione di papa Francesco è coerente perché si riferisce ad ogni vita umana, nella posizione degli Stati dell’Unione Europea vi sono inaccettabili contraddizioni.
  1. Nella moderna dottrina giuspenalistica le sanzioni penali vengono giustificate con il concetto di sanzione sociale: il colpevole deve essere messo in condizioni di non commettere altri crimini e la funzione della pena è quella di dissuadere tutti i consociati dal commettere i reati. Non si può escludere che la prova della responsabilità dell’autore di un gravissimo delitto (si pensi al terrorismo) sia assolutamente certa e che la situazione faccia temere la commissione di altri gravi delitti contro la vita. Eppure neanche in questo caso è ammessa la pena di morte. La barriera è esclusivamente la dignità umana. Ciò significa che il rispetto della dignità si identifica con il rispetto della vita. La vita è un valore così grande che non può essere cancellato neppure in chi si è macchiato dei più atroci delitti cosicché la sua vita è rimasta priva di qualsiasi qualità ed è addirittura diventata pericolosa per gli altri. È facile capire la contraddizione con la legalizzazione dell’aborto e, più ancora, con il suo incoraggiamento, e con il programma di renderlo lecito in tutto il mondo. A questo riguardo è particolarmente grave la contraddizione dell’Unione Europea che da un lato si impegna a promuovere in tutto il mondo l’abolizione della pena di morte, e dall’altro fornisce contributi economici agli Stati del terzo mondo affinché promuovano l’aborto e alle organizzazioni internazionali come l’International Planned Parenthood Federation e la Marie Stopes Association che propagandano ed attuano l’aborto in tutto il mondo. La contraddizione è evidente il rispetto della vita vale anche per i colpevoli dei più efferati delitti, ma non per il più innocente e povero degli esseri umani quale è il bambino non ancora nato. Come è noto l’iniziativa dei cittadini europei denominata “Uno di noi” intendeva eliminare questa contraddizione, ma la Commissione europea ha preferito ignorarla. Purtroppo, questa drammatica incoerenza coinvolge anche organizzazioni internazionali. Ad esempio, Amnesty International che si è spesa e si spende ancora oggi energicamente per l’abolizione della pena di morte, sostiene anche l’aborto come è avvenuto di recente anche nel referendum irlandese. Ci sono anche organizzazioni che hanno il compito statutario d difendere i bambini e che di fatto propagandano la legalizzazione dell’aborto.
  2. Come spiegare una così evidente e tragica contraddizione? Per comprenderla bisogna introdurre il tema dello sguardo. È facile commuoversi o provare turbamento di fronte al corpo di un impiccato o di una persona che si agita su una sedia elettrica, meno facile è guardare un figlio non ancora nato che viene distrutto nel seno materno, sebbene oggi con le strumentazioni messe a punto dalla scienza (fibre ottiche, e ecografia…) è possibile osservarlo. Tuttavia lo sguardo anziché sul figlio viene rivolto esclusivamente sulla donna con gli occhi di una corrotta idea di libertà ridotta ad autodeterminazione, intesa, cioè come facoltà di fare ciò che ciascuno vuole, anche a costo d calpestare l’altro. È una idea corrotta di libertà, perché essa è la facoltà di amare; nessun amore è vero se non è libero, un amore costretto non è amore. Il giusto moto di liberazione delle donne dalla sudditanza del potere maschile ha trascinato con sé questa idea corrotta di libertà che per molti è difficile contrastare perché collegata con la raggiunta autonomia della donna. In sintesi, a livello mondiale, l’abortismo è fondato sul rifiuto dello sguardo verso il figlio e sull’attenzione rivolta esclusivamente sulla donna. Una conferma autorevole di quanto ora detto è dato dalla storia del famoso ginecologo statunitense Bernard Nathanson. Come egli racconta nei suoi libri “Aborting America” e “The han dog God”, egli effettuò il primo aborto sul proprio figlio. Da allora dedicò tutte le sue energie per ottenere la liberalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti e fondò una apposita associazione, la NARAL (National Association for the Repeal of Abortion Laws) per ottenere questo scopo realizzato nel 1973. Divenne direttore del centro per la riproduzione sessuale di New York dove tra il 1972 e il 1983 furono eseguiti 60.000 aborti a cui si devono aggiungere 15.000 aborti effettuati da Nathanson nel suo ambulatorio privato. Ma la vita di questo famoso ginecologo cambio quando egli cominciò ad osservare il concepito con l’ecografia. Egli racconta che con la collaborazione di una femminista filmò un aborto al terzo mese di gravidanza da cui è derivato il documentario “Il grido silenzioso”. Ne rimase sconvolto e divenne un intrepido difensore della vita non ancora nata. Egli descrive le strategie che aveva usato per chiedere la legalizzazione dell’aborto ottenendo la collaborazione della maggioranza dei giornali e delle reti televisive, tutte fondate sulla menzogna: sondaggi di opinione falsi, diffusione esagerata degli aborti clandestini e del numero delle donne morte per effetto della clandestinità, negazione delle prove scientifiche che dimostrano la identità umana del concepito, affermazione che solo i cattolici sono contro l’aborto. Purtroppo questa metodologia falsa viene usata in tutto il mondo. È il caso di ricordare che Nathanson non solo si è trasformato in un intrepido difensore della vita nascente e dunque intrepido oppositore dell’aborto, tanto che venne anche in Italia nel 1981 a chiudere il referendum promosso dal Movimento per la Vita contro la legge 194, ma egli da ateo che era si fece battezzare come cattolico nel 1986. È una dimostrazione che a contemplazione della vita nascente può aprire anche la strada verso Dio. Per non far pensare al concepito è stata creata una antilingua: l’aborto viene nascosto sotto l’espressione “diritti sessuali e riproduttivi”, la madre diventa “donna”, il padre sparisce di scena dalla legge, l’aborto viene qualificato “IVG”, il figlio viene chiamato “prodotto del concepimento”.
  3. La condanna della pena di morte è una occasione per chiedere all’umanità in particolare ai legislatori e ai governi di guardare verso il concepito. Deve essere uno sguardo di ragione e di scienza cioè uno sguardo che qualifica come essere umano lo stesso soggetto che riconosce un essere umano. È giunto il momento di proporre a livello pubblico la domanda: il concepito è o no uno di noi? La risposta positiva è, appunto, imposta dalla ragione e dalla scienza e cioè dall’intelligenza. Questo non significa che l’attenzione debba esser distolta dalla condizione femminile. Deve però cambiare l’angolo di visuale. Non si può considerare la facoltà di uccidere i propri figli come la conclusione di un moto di liberazione della donna. L’intelligenza scopre un privilegio femminile che può aiutare l’intera umanità a rifondare la convivenza civile sulla verità della dignità umana e dell’amore. Proprio la gravidanza rivela alcuni aspetti tipici del privilegio femminile. In primo luogo la gestazione implica sempre una modificazione del corpo materno che comporta disagi e termina con i dolori del parto. La grande maggioranza delle donne affronta con serenità tutto questo. È il segno di un innato coraggio e di uno spontaneo amore per i figli. Il numero delle donne che abortiscono è infinitamente più piccolo di quello delle donne che portano a termine la gravidanza e che la desiderano. In secondo luogo, la crescita del figlio nel seno materno (“dualità nell’unità”) può essere interpretata come un abbraccio intenso e prolungato per molti mesi. L’abbraccio è un segno dell’amore. Il privilegio femminile della gravidanza colloca il segno dell’amore sull’inizio della vita umana e ne illumina il senso. La donna ha il privilegio di collocare il timbro dell’amore sulla vita umana. In terzo luogo, la gravidanza instaura specialissima una relazione di cura dell’altro: si potrebbe dire che il “genio della relazione”, sovente attribuito alla donna, trova la sorgente in quel modello primordiale di relazione che si stabilisce con la naturale ospitalità del figlio sotto il cuore della mamma. È ingiusto perciò considerare come conclusione del moto di liberazione della donna la cultura che promuove l’aborto come progresso, conquista, diritto e che riguarda di fatto una minoranza di donne. L’intelligenza deve invece soffermarsi sulla maternità e sulla gravidanza per scoprirne il segno misterioso dell’amore che contrassegna l’inizio della vita umana e che può salvare l’intera umanità da tante forme di violenza, dalla discriminazione e dal disprezzo dei più piccoli e più poveri. C’è davvero bisogno di una nuova presenza femminile che aiuti a costruire un nuovo umanesimo.

 

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