Le frontiere della bioetica: uno sguardo dalla Spagna di Simone E. Tropea (da Madrid)

Martedì 18 settembre il prof. Vicente Bellver Capella, ordinario di Filosofia del diritto e direttore del dipartimento di Filosofia e Politica dell’Università di Valencia, nonché membro eminente del Comitato nazionale di Bioetica in Spagna, ha inaugurato il master in Bioetica dell’Università Rey Juan Carlos di Madrid.

Il tema della sua lectio magistralis, a 40 anni dalla nascita di Luis Brown, prima donna ad essere stata concepita in vitro, e a 50 anni dalla promulgazione dell’enciclica Humanae Vitae, non poteva che riguardare le nuove tecniche di fecondazione artificiale.

Sottolineando come sia difficile anche solo “inquadrare” il problema, posto che ci troviamo di fronte ad un fenomeno la cui fisionomia sfugge ad ogni possibile comprensione schematica o anche lontanamente conclusa, il prof. Bellver ha sviluppato il suo discorso toccando tre punti fondamentali, dai quali emerge più la complessità del problema che le sue possibili soluzioni interpretative ancor prima che antropologiche, etiche e giuridiche.

I tre punti in questione in buona sostanza sono andati a consistere in:

1) Un excursus storico circa lo sviluppo delle tecniche finalizzate alla riproduzione umana. Tragitto storico atto a comprendere la dinamica intima del processo stesso, per rintracciarne le costanti fondamentali.

2) Una riflessione di tipo socio-politica, circa la gestione o l’uso sociale della tecnologia. Quindi anche l’ingresso e l’incidenza delle nuove pratiche nel mondo del mercato e dell’economia. Chiarendo esplicitamente che è questo l’aspetto più delicato e ambiguo del tema.

3) La nuova e del tutto inedita accelerazione tecnologica che sancisce lo scarto sistematico tra le nuove pratiche possibili oggi o in un presente imminente e la nostra capacità etica di valutarle in termini di applicabilità concreta. Soprattutto lo scarto che esiste tra queste potenzialità antropo-tecniche e la nostra comprensione critica delle stesse, attenta al problema della normatizzazione giuridica e della gestione politica delle tecnologie che hanno a che fare con l’ambito della procreazione.

Gli ambiti della ricerca rispetto ai quali Bellver ha espresso il suo interesse e la sua preoccupazione riguardano soprattutto:

1) La generazione da gameti artificiali

2) L’utero artificiale

3) Il “genome editing”

La prima pratica consiste nel tentativo di prelevare alcune cellule dalla pelle di uomini e donne infertili, da cui derivare staminali pluripotenti che possano successivamente venire convertite in spermatozoi e ovociti in grado di procreare efficacemente, attraverso, evidentemente, la pratica della fecondazione in vitro.

La seconda pratica, quella dell’utero artificiale, si riferisce alle sperimentazioni in atto in distinti paesi, tese a ricreare le condizioni biologiche dell’utero materno che determinerebbe la possibilità di “meccanicizzare” il processo riproduttivo nella sua interezza, senza più nemmeno passare per la mediazione fisiologica del corpo femminile.

L’ultima pratica, secondo la nomenclatura americana “genome editing”, meglio chiamata “terapia genetica”, proprio come nei processi editoriali prevede la possibilità di intervenire su quella “bozza” che è il Dna per correggerne eventuali difetti o anomalie. Una pratica che è in se potenzialmente positiva, ma, come sempre e dato soprattutto lo stato attuale della ricerca in materia, presenta un margine di rischio piuttosto elevato, posto che per migliorare lo stato di salute del nascituro c’è la possibilità reale di comprometterne anche funzioni originariamente sane o perché, se abbandonata al volontarismo arbitrario e inquestionabile dei potenziali committenti del “prodotto-figlio”, apre la porta a tutta quella serie di derive eugenetiche che ciascuno è in grado di immaginare.

Quelle tratteggiate da Bellver sono alcune delle frontiere attuali della bioetica che richiedono una riflessione scientifica, giuridica e filosofica attenta alla ricerca del bene reale della persona e della società umana, che vede in questi sviluppi, l’alba potenziale di una trasformazione antropologica radicale in cui, come nel labirinto di Cnosso, una volta entrati non sarà più semplice né verosimilmente possibile tornare indietro.

 

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